venerdì, Aprile 23

Difesa europea, esercito comune. Si può, si deve fare!

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Necessità di un esercito e una difesa comuni per l’Europa? Questo il tema della conferenza (video a cura di ‘Radio Radicale’) tenuta a Torino lo scorso 12 febbraio organizzato dall’Associazione Radicale “Adelaide Aglietta” e dall’Alleanza Liberal-Democratica per l’Europa (ALDE) a cui hanno preso parte Silvia Manzi (coordinatrice dell’Associazione Radicale ‘Adelaide Aglietta’ di Torino), Carmelo Palma (direttore responsabile di ‘Strade’) nel magistrale ruolo di moderatore, Claudio Bertolotti (analista strategico indipendente), Alessandro Politi (direttore del NATO Defense College Foundation), Marco Marazzi (coordinatore nazionale ALDE Party Membri Individuali Italia), Simone Fissolo (presidente Gioventù Federalista Europea), Olivier Dupuis (giornalista, già parlamentare europeo).

“Non è un caso che nella prima capitale federatrice d’Italia si parli di un tema federatore per l’Europa”, ha detto Alessandro Politi, “sappiamo che in tempi di crisi seria può sembrare un falso scopo, ma la questione di uno spazio di sicurezza comune è vera e se ne infischia delle microtattiche politiche raso zolla. Pensiamo e parliamo invece di una nuova stagione dove gli steccati artificiosi tra UE e NATO stanno per cadere e dove i governi europei devono pensare nella sola dimensione reale: un continente nel mondo”.

Quattro, gli assi della discussione indicati da Carmelo Palma e sviluppati dagli intervenuti: “Esigenze strategiche verso l’integrazione dello strumento di difesa, strumenti operativi che possono essere messi a disposizione o immaginati per questo fine, compatibilità istituzionale e giuridica alla luce dei trattati alla luce di una maggiore integrazione e ‘comunitarizzazione’ delle politiche di difesa e, infine, la sostenibilità politica di una scelta di questo tipo”.

“Di fronte agli attuali scenari”, ha evidenziato Silvia Manzi, “è ormai inevitabile per gli Stati europei ripensare alla loro sicurezza, non più solo a livello nazionale ma necessariamente in un quadro europeo. La tesi principale è, quindi, la necessità e la convenienza di giungere a una vera e profonda unione politica dell’Unione Europea – con il fine della creazione degli Stati Uniti d’Europa – che abbia una sola politica estera e una sola politica europea di difesa attraverso un esercito comune europeo. Questo strumento sarebbe un primo passo verso una reale politica estera e militare comune, e consentirebbe all’Unione Europea di dotarsi di un urgente e indispensabile fattore di coesione”.

Dunque, l’Europa dei 28 Stati e un’unica moneta, deve essere; ma per essere prima di tutto deve avere la capacità di rispondere alle dinamiche e alle potenziali minacce che provengono dall’esterno e che influiscono sulla sicurezza dei suoi cittadini. Quali sono queste dinamiche? Claudio Bertolotti ne ha identificate 7.

 

In primo luogo si impone la questione degli Stati falliti e di quelli a rischio di collasso ai confini d’Europa.

Libia, Siria e Iraq, Ucraina… Quali valutazioni possiamo fare per gli altri paesi della sponda sud del Mediterraneo: resisteranno, sapranno contenere il disagio sociale, la crisi economica che sono il comburente delle rivolte sociali sulle quali affondano le radici i fenomeni insurrezionali e il terrorismo dilagante? I paesi falliti lasciano dei vuoti. Vuoti che vengono presto riempiti da nuovi attori, spesso generatori di caos. Basta guardare al panorama del Vicino e del Medio Oriente, del Nord Africa, dove gruppi armati insurrezionali che usano il terrorismo come tattica mantengono un sostanziale monopolio della forza e sono in grado di condurre e rivendicare, senza essere smentiti, azioni violente ed eclatanti come quelle di Parigi.

E proprio il terrorismo è la seconda di queste dinamiche minacciose per l’Europa.

Una minaccia che è più alta ora di quanto non lo sia mai stato in passato; circa duemila jihadisti, sono rientrati in Europa dalla Siria e dall’Iraq dove, molti di questi, hanno combattuto tra le fila dello Stato islamico (IS/Daesh).

E IS/Daesh è in forte ascesa anche in Libia (e questa è una ragione di preoccupazione per l’Europa, tenuto conto dei circa due/tremila seguaci del Califfato a due passi dall’Italia); e la sua natura è di tipo indipendente, e con autonomia operativa per quanto riguarda la possibilità di colpire in Europa, senza necessità di coordinamento con il vertice del movimento in Siria e Iraq.

E questa realtà impone di  tutelare la sicurezza delle rotte commerciali da e per l’Europa.

Ancora non è stata fatta una valutazione, ma è opportuno prendere in considerazione le capacità marittime di IS/Daesh in Libia; non certo per operazioni anfibie o invasioni via mare di truppe armate, bensì per la  minaccia diretta degli atti di pirateria o sabotaggio a danno del traffico commerciale, dei pescherecci, nel Mediterraneo attraverso il quale transita il 20% del totale del traffico commerciale mondiale via mare. Deviare le rotte commerciali per ragioni di insicurezza avrebbe ripercussioni negative sull’economia mediterranea, e ciò provocherebbe un ulteriore destabilizzazione dell’area… un circolo vizioso, anche per quei paesi europei della sponda sud (tra cui l’Italia).

I flussi migratori: una minaccia?

In primo luogo va precisato che, del totale del flusso migratorio verso l’Europa, il 38% è rappresentato da profughi e richiedenti asilo, gli altri sono migranti economici. Tali percentuali rappresentano una minaccia? O sono più semplicemente un fattore dinamico in grado di apportare significative evoluzioni, e non per questo positive o negative, sul piano sociale e politico in Europa? Considerato che a fronte di una popolazione europea di 500 milioni di abitanti, ma con un livello di natalità pari a zero, il flusso in arrivo annualmente è di circa due/trecentomila unità. E a fronte di una crisi economica che ha ristretto sempre più il mercato del lavoro europeo (e italiano in particolare) e apre a possibili disordini di natura sociale, ciò che deve preoccupare sono anche i legami tra flussi migratori, traffico di esseri umani e criminalità organizzata transnazionale e, ancora, il terrorismo (da cui parte dei flussi migratori si alimentano). E per quanto le percentuali di terroristi all’interno dei gruppi di migranti siano bassissime, quasi insignificanti, è però vero che alcuni degli attentatori dell’ultimo attacco di Parigi del novembre scorso erano giunti in Europa sfruttando proprio il flusso di profughi dalla Siria. Dunque una minaccia reale, per quanto contenuta, ma concreta.

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