domenica, Maggio 9

Difesa, 20mila soldati in meno entro il 2024 field_506ffb1d3dbe2

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Esercito italiano

Sono 27.800 le unità che saranno tagliate entro il 2024 nell’ambito della difesa italiana. A deciderlo è stato il Consiglio dei ministri, con l’approvazione di due decreti legislativi attuativi della legge del 31 dicembre 2012, n. 244, per la riforma delle Forze armate italiane. «Con l’approvazione dei due decreti» si legge nella nota di Palazzo Chigi «ha preso il via il processo di revisione dello strumento militare nazionale che porterà alla sua razionalizzazione in chiave riduttiva. Al termine del processo di revisione previsto nel 2024, la Difesa disporrà di uno strumento più sostenibile sotto il profilo finanziario ma allo stesso tempo più efficiente e funzionale assicurando migliori condizioni di vita a tutto il personale».

Secondo quando previsto dal provvedimento, le Forze armate saranno interessate da un taglio di circa 20.000 militari e 7.800 civili del ministero della difesa. Le Forze armate del nostro Paese scenderanno quindi a una consistenza numerica di 150.000 unità, tra Armi, Esercito e Aeronautica, contro le circa 170.000 unità oggi esistenti. La revisione e riorganizzazione delle Forze armate mira a un ulteriore potenziale risparmio per la spesa pubblica, e prevede anche una riduzione del personale dirigente, in particolare 524 unità tra generali e colonnelli. È prevista una riduzione dei generali dagli attuali 443 a 310, con un taglio di 133 unità (-30%). I colonnelli, invece, passeranno da 1.957 a 1.566, e sarà anche soppresso l’incarico a pagamento di consigliere militare del ministro della difesa.

Il Governo, però, non ha intenzione di mandare a spasso i militari in esubero senza alcuna garanzia. Nel provvedimento, infatti, la Difesa ha assicurato che non ci saranno «misure espulsive a danno dei dipendenti». Per i militari, infatti, sono previste riserve di posti nei concorsi pubblici e altre misure di favore per il transito nei ruoli di altre amministrazioni dello Stato. I volontari vincitori di concorso potranno essere immessi nelle Forze di polizia senza la necessità di aver preventivamente svolto l’ulteriore ferma quadriennale nelle Forze armate e anche per il personale civile della Difesa è prevista la mobilità verso altre amministrazioni. Il decreto, infine, prevede anche la dismissione, nei prossimi cinque anni, del 32% delle strutture militari come enti, caserme, basi e siti, e l’accorpamento e rimodulazione di centinaia di uffici.

Una riforma della Difesa italiana che viene definita dal Consiglio dei ministri come «una nuova organizzazione orientata all’efficienza e alla sostenibilità, che permetterà di assicurare la piena integrabilità con il sistema di difesa e sicurezza europea dell’Alleanza Atlantica, valorizzando il fattore umano e tenendo conto della difficile situazione economico-finanziaria del Paese». È di questa opinione Andrea Margelletti, presidente del Cesi, Centro studi internazionali, che ha definito il progetto di riorganizzazione delle Forze armate come una «rivoluzione copernicana», dal momento che «la rimodulazione dei fondi permetterà di avere una Difesa più snella e meno onerosa per il cittadino ma ancora più capace di affrontare nuove sfide».

Contraria ai tagli al comparto delle Forze armate è invece la dottoressa Carla Sodini, docente di storia militare dell’Università di Firenze, che sottolinea la grande importanza diplomatica e di rappresentanza rivestita dai nostri militari.

 

Dottoressa Sodini, quale è lo scopo della riorganizzazione della difesa decisa dal Consiglio dei ministri e che conseguenze ha?

Da docente di storia militare preferisco esprimermi in modo più generale che non prettamente politico. Credo che il taglio alle spese militari sia uno dei più preoccupanti per il futuro del Paese. Stiamo parlando, infatti, di una struttura moderna, l’unica che negli ultimi 15 anni ha saputo rinnovarsi in modo totale ed efficiente. Una realtà nuova, dove l’esercito professionale ha un ruolo non solo di sicurezza ma anche di rappresentanza italiana all’estero. Le Forze armate italiane sono formate da professionalità profondamente stimate anche negli altri Paesi. Nell’esercito volontario c’è una realtà moderna, innovativa, di grande prestigio e con professionalità riconosciute a livello internazionale. Capisco che ci siano dei nostalgici che vedono nell’esercito una struttura che rappresenta un limite alla pace, ma adesso non è più così. Tagliare su un comparto che è ricco di competenze è un errore grave. Di tutti i tagli che si dovrebbero apportare questo è sbagliato e molto pericoloso. Abbiamo discusso se si poteva tagliare sulla gestione delle spese e sui contributi ai partiti senza raggiungere alcun risultato, ma si ha la presunzione di tagliare in un settore in cui la lealtà e il giuramento allo Stato impediscono qualsiasi forma di rimostranza. Gli eserciti attuali non fanno la guerra, ma si occupano principalmente di costruire la pace e se le persone non entrano in questa idea e pensano all’antica non possiamo farci molto. Sono contraria ai tagli alle Forze armate non come storica militare, ma come cittadina italiana, perché si tratta di tagli non giustificati, che si aggiungono ad altri fatti in passato, che vanno ad aggravare una situazione già in crisi.

Che cosa implica questa decisione dal punto di vista politico per il Paese?

Implica molto, non solo dal punto di vista della rappresentanza. Le forze armate sono la realtà che meglio ci rappresenta all’estero, i nostri ambasciatori di efficienza e di grande attività internazionale. Conosco ufficiali che sanno parlare correttamente tre lingue e sanno muoversi in ambienti difficili e delicati. Tutto questo astio nei confronti delle Forze armate deriva dalla vecchia concezione dell’esercito come portatore di guerra o come difensore dei confini. Ma adesso la situazione è diversa, stiamo andando verso la creazione di forze armate specializzate. In Afghanistan i nostri rappresentanti militari non sono semplicemente impegnati a combattere i nemici, ma fanno un’importantissima opera di aiuto alla popolazione, con la ricostruzione del tessuto organizzativo civile. Bisogna capire che c’è una nuova realtà per le Forze armate e tagliare questi elementi vitali della realtà è un errore molto grave.

Come può cambiare il rapporto dell’Italia con gli altri Paesi con la diminuzione delle Forze armate?

Saremo meno presenti e meno rappresentati da quelle che sono le forze migliori del Paese. Prima esisteva una misura di diplomazia diversa rispetto ad oggi. La diplomazia non è più sufficiente per mantenere rapporti internazionali e le nostre Forze armate ci hanno rappresentato benissimo in molte occasioni. Per fare solo un esempio, ancora non siamo riusciti a liberare i nostri due militari in India. Sappiamo da fonti certe che loro non hanno avuto un ruolo così funesto come sottolineato dalla stampa indiana, ma crediamo più alla stampa indiana rispetto a quello che è successo. Insegnando storia militare ho avuto occasione di invitare tanti rappresentanti delle Forze armate e tutti coloro che abbiamo invitato sono venuti a titolo gratuito, cosa che non accade nella realtà civile, e hanno avuto un atteggiamento molto positivo di comunicazione e di informazione nei confronti degli studenti, perché c’è il desiderio di spiegare e di informare i giovani su quella che è la loro realtà e il loro campo di azione. Sui giornali non si parla mai degli aspetti positivi di questo comparto, in cui si lavora con estremo interesse e dedizione.

C’è bisogno di una riforma della Difesa?

La riforma è già in atto con la nascita dell’esercito professionale, solo che non se ne parla. Si facesse nell’università una riforma sulla base del merito come è stata fatta nelle forze armate sarebbe un grande risultato. C’è da proseguire, sicuramente, e da migliorare la situazione, ma non esiste una realtà in cui è stata già messa in atto una riforma basata esclusivamente sul merito e sulle competenze. Quando viene formato un militare, lo Stato fa un grande investimento nella sua formazione scientifica e professionale. Emergono, così, dei giovani preparati e pronti ad affrontare il loro compito. Persone preparatissime che si ritrovano vittime di un paradosso che da un lato vede lo Stato investire sulla loro formazione, e poi rinnega se stesso con tagli come quelli previsti dal decreto.

Quanto è importante la Difesa per un Paese come l’Italia nel 2014, e quanto lo sarà nel 2024, quando la riforma sarà completata?

La Difesa è un comparto importantissimo per l’Italia, ma non nel senso di una difesa delle frontiere. Basti pensare all’importante lavoro che fanno i carabinieri per la salvaguardia del patrimonio artistico. I settori di intervento sono tanti e altamente qualificati. Il lavoro di operatori formati è fondamentale e va inteso in senso lato ed esteso. Se i tagli riducono le capacità operative di questi esperti, evidentemente non si è ancora capito il ruolo delle Forze armate in Italia. Altra questione da non sottovalutare è che oggi non si può più parlare di Italia ma bisogna parlare di Europa, e quindi anche il mondo militare non deve confrontarsi solo con il proprio Paese ma con l’intera comunità europea. Il tema importante è come rapportarsi con gli altri Paesi a livello militare e la possibilità o meno della nascita dell’esercito europeo. Le forze armate non devono riferirsi solo all’Italia ma all’Europa.

 

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