martedì, ottobre 23

Dietro la guerra in Sud Sudan, c’è il petrolio Petrolio e violenza in Sud Sudan. Ecco il report-denuncia di The Sentry

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Il Sud Sudan è dilaniato da una guerra civile scoppiata nel Dicembre del 2013 che ha provocato decine di migliaia di morti e lasciato più di 4 milioni di sfollati. Il fattore chiave di accelerazione del conflitto è stato la competizione per il controllo delle risorse statali e delle abbondanti risorse naturali del Paese. Poco fa si è iniziato a parlare di un probabile accordo di pace per fermare i combattimenti, accordo che il 5 Agosto a Khartoum, il Presidente Salva Kiir e l’ex Vice Presidente Rieck Machar, hanno firmato. Ma tutto ciò ha riportato il Sud Sudan alla situazione politica precedente. Salva Kiir rimane Presidente e Rieck Machar ritorna a ricoprire il ruolo di Vice: l’obiettivo di questa pace è quello di riesumare la produzione di petrolio.

L’ONU ha lanciato l’allarme: i due terzi circa del Paese avranno bisogno di aiuti alimentari per evitare di morire di fame. E mentre il conflitto ha avuto conseguenze economiche disastrose per la maggior parte della popolazione, molti degli alti funzionari responsabili della guerra hanno accumulato enormi ricchezze e hanno famiglie che vivono uno stile di vita lussuoso al di fuori Nazione.

I leader del Sud Sudan stanno usando la ricchezza petrolifera del Paese per arricchirsi e terrorizzare i civili. Questa l’analisi scaturita dai documenti analizzati da The Sentry nel reportFueling Atrocities Oil and War in South Sudan’.

Insomma, chi beneficia finanziariamente del conflitto? E cosa c’è al di là del visibile?

Dietro la guerra in corso, ci sarebbe un meccanismo finanziario ben definito ma, chiaramente, poco noto, al cui centro campeggia il petrolio. Per avere un’idea più chiara di tutto ciò, basta pensare che stiamo parlando della principale fonte di reddito del Paese, usata per alimentare le milizie e le atrocità in corso. Il gioco è semplice: chi lo alimenta diventa sempre più ricco, mentre la maggior parte dei sud sudanesi, soffre e fugge dalla propria terra.

Tra i documenti esaminati da The Sentry, vi sono anche quelli che descrivono come i fondi della compagnia petrolifera statale del Sud Sudan, la Nile Petroleum Corporation (Nilepet), hanno contribuito a finanziare le stesse milizie responsabili dei noti atti di violenza. Ma c’è di più. Sarebbero stati pagati milioni di dollari a diverse società parzialmente di proprietà di membri della famiglia di alti funzionari responsabili del finanziamento di milizie connesse al Governo o a comandanti militari.

Un documento chiave fornito da una fonte anonima, pare sia un registro interno tenuto dal Ministero del Petrolio e delle Miniere che declina i pagamenti relativi alla sicurezza effettuati da Nilepet. Il documento elenca 84 transazioni che coprono un periodo di 15 mesi a partire da Marzo 2014 e terminano a Giugno 2015: oltre 80 milioni di dollari pagati a politici, funzionari militari, agenzie governative e società private. Le attività descritte appaiono direttamente collegate all’intento bellico del Governo.

Vediamo meglio qualche dato specifico. Secondo i documenti, il Ministero avrebbe fornito cibo (1,1 milioni in cibo per ‘l’esercito bianco’ in numerose località), carburante, telefono satellitare e non ad un gruppo di milizie responsabili della distruzione di villaggi e attacchi contro civili. Interstate Airways, parzialmente di proprietà della First Lady Mary Ayen Mayardit, avrebbe ricevuto sei pagamenti a partire dall’aprile 2014 per la logistica dell’esercito e il trasporto di materiale militare. Ancora, paramenti per Crown Auto Trade, di proprietà di Obac William Olawo, per 8 milioni di pagamenti da Nilepet nel 2014 per attività che vanno dalla fornitura di veicoli all’importazione di mezzi corazzati e al trasporto di carri armati e rifornimenti.

Insomma, si parla di chiaro rifornimento di milizie. I massimi funzionari avrebbero utilizzato i fondi Nilepet per sostenere un gruppo di milizie di Padang Dinka -inizialmente istituiti per proteggere i giacimenti petroliferi di Paloch-, attive nello stato del nord-est e implicate in attacchi diffusi contro i civili.

Dato che queste forze operano al di fuori di una struttura militare statale formale, le milizie sono, per definizione, forze paramilitari. Organizzarsi e sostenerli sembra contraddire una disposizione della costituzione del Sud Sudan, che recita: «Nessuna persona o persona deve sollevare alcuna forza armata o paramilitare nel Sud Sudan se non in conformità con questa Costituzione e la legge». Per fare qualche nome, Dhieu Dau, funzionario responsabile dell’utilizzo dei fondi Nilepet per fornire queste milizie, è stato nominato Ministro delle Finanze e della Pianificazione Economica del Sud Sudan nel luglio 2016. Che caso.

Ma sarebbero anche le società private e alcune agenzie governative ad aver fornito supporto alle forze di sicurezza nel Sud Sudan nella fornitura e nel trasporto di armi, truppe e altri beni. Sentry ha evidenziato dai documenti che, i principali azionisti di queste società erano in grado di conoscere le operazioni delle forze per le quali fornivano servizi. «Ciò è particolarmente vero nel caso di quattro imprese aeronautiche che, secondo il Riassunto, fornivano servizi per i servizi militari e di sicurezza del Sud Sudan da metà 2014 a metà 2015». Un rapporto di Control Arms, un gruppo di ricerca e difesa, ha affermato che «il tipo di portabagagli blindati descritto nel Riassunto è stato osservato in diverse località del Sud Sudan tra maggio e dicembre 2014, anche in aree dello Stato di unità in cui il conflitto è stato intenso». Inoltre, due pagamenti menzionano la società di Prince, la Frontier Services Group, in connessione con ‘Project Sierra. Anche Golden Wings Aviation, insieme a diverse altre società, sarebbe in connessione con un pagamento di 4,250,802 di dollari nel 2015, etichettato come il «pagamento per operazioni logistiche dell’esercito». Diversi pagamenti fanno riferimento a voli o operazioni nell’Alto Nilo e due delle compagnie -Crown Auto e Golden Wings Aviation- sono collegate a operazioni militari nello stato di Unity. In sintesi, queste compagnie avrebbero ricevuto pagamenti da Nilepet per attività legate alla sicurezza e, di conseguenza, possono aver sostenuto, consapevolmente o inconsapevolmente, le forze responsabili di perpetrare atrocità.

Il Sentry ha esteso la propria ricerca per verificare le asserzioni fatte nei documenti e per identificare ulteriori fatti rilevanti ed informazioni contestuali. Una fonte con conoscenza diretta delle operazioni del Ministero del Petrolio ha confermato fatti, processi, eventi e relazioni chiave descritti nei documenti. «In linea di principio, se le fatture fossero implementate, sarebbe stata la gestione del settore più trasparente in tutta la regione, specialmente in assenza di la guerra» ha detto. Ma tutti gli sforzi per promuovere la trasparenza sono stati soffocati. Nel 2017, il Fondo Monetario Internazionale ha riferito che «Nilepet non fornisce una contabilità trasparente delle sue attività finanziarie e nessun dividendo è pagato al governo centrale». I documenti sollevano serie domande sul fatto che questi pagamenti facciano parte di un meccanismo di finanziamento fuori bilancio.

Cosa andrebbe fatto? «La comunità internazionale dovrebbe espandere la pressione finanziaria sui responsabili delle atrocità nel Sud Sudan, basandosi sulle azioni positive intraprese dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea, dal Canada e dall’Australia da settembre 2017, che includono sanzioni applicate a individui e società legate al comando del Sud Sudan». Le sanzioni contro gli individui, come sottolinea The Sentry, sono spesso meno efficaci perché spesso questi possono ancora trasferire denaro attraverso soci in affari, familiari e aziende. Puntando alla rete, le sanzioni hanno un  valore ed un impatto differente.

Andrebbero imposte sanzioni settoriali. «L’uso di sanzioni relative al settore petrolifero dovrebbe inoltre estendersi oltre le designazioni dei funzionari chiave e delle loro società». Utilizzando i modelli destinati alla Russia e al Venezuela, «gli Stati Uniti dovrebbero imporre sanzioni appropriate che limiterebbero la natura, il tipo e la durata dei finanziamenti disponibili per i progetti nel settore petrolifero del Sud Sudan, al fine di promuovere una maggiore diligenza e mitigazione del rischio». L’Unione europea, poi, dovrebbe valutare prospettive per linee guida analoghe nell’ambito del meccanismo di segnalazione non finanziario.

The Sentry sottolinea anche che le banche e le autorità di regolamentazione finanziaria hanno un ruolo chiave. «Dovrebbero intensificare gli sforzi per fermare il flusso di fondi illeciti fuori dal Sud Sudan». Le auspicate azioni dovrebbero poi portare a misure incentrate su specifici tipi di transazioni, ad esempio, mirate agli acquisti da parte di persone politicamente esposte del Sudan meridionale. Ma un ruolo lo dovrebbero avere anche i vicini del Sudan del Sud: «devono aumentare la pressione finanziaria, o rischiare di danneggiare i propri sistemi finanziari. Per avere un impatto, l’applicazione regionale delle misure finanziarie multilaterali è fondamentale». Parliamo di Etiopia, Kenya ed Uganda riluttanti a far rispettare e intensificare le pressioni politiche e finanziarie internazionali ma che dovrebbero dare seguito alle informazioni raccolte che focalizzano l’attenzione sulla corruzione e sul riciclaggio di denaro.

Insomma, il settore petrolifero sarà si destinato ad essere la fonte del futuro del Sud Sudan, ma qui l’altra faccia della medaglia sta decisamente degenerando.

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