mercoledì, Dicembre 8

Dietro la cartina libica, gli attori regionali Europa pronta a 'spartirsi' il bottino, ma ci sono anche altri pretendenti

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Partendo dall’Egitto è noto il legame tra Al-Sisi e il colonnello Haftar sia in termini politici che economici, e che la difficoltà nel dare vita a un Governo di Unità Nazionale è data dall’ostruzionismo del parlamento di Tobruk, il quale di volta in volta rimanda l’approvazione della lista dei ministri. L’approvazione del Governo di Unità Nazionale è propedeutico all’intervento per gli attori europei.  Alla base di questo ostruzionismo ci sarebbe la tacita richiesta di designare proprio Haftar Ministro della Difesa. Questa operazione significherebbe avere il controllo delle forze armate e di conseguenza essere determinante nelle operazioni di un futuro intervento da parte degli attori europei, oltre ad avere maggiore controllo della Cirenaica, sia per quanto riguarda le fonti di energia, sia per il controllo dei confini proprio con l’Egitto.

Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, una risoluzione del conflitto in chiave europea significherebbe un maggiore utilizzo del petrolio libico da parte degli stessi attori, il che andrebbe a influenzare negativamente l’economia dello stato saudita, già in difficoltà a causa della recente sufficienza energetica statunitense. Viceversa il mantenimento di costanti livelli di produzione vicini alla soglia minima è visto favorevolmente dalla Petromonarchia saudita.

Risalendo la mappa in direzione ovest, prima di arrivare alla Turchia si trova il Qatar, il quale ha il suo obiettivo di sempre, quello di indebolire il vicino stato saudita sia per questione economiche che religiose. Non può quindi che vedere favorevolmente la presenza di milizie del Califfato Islamico, finanziate sottobanco da Doha, che minacciano di impadronirsi delle fonti energetiche. Operazione che indebolirebbe di molto Haftar, Al-Sisi e di conseguenza anche l’Arabia Saudita.  Di sicuro è l’attore che più di tutti non vuole un intervento contro le milizie del Califfato Islamico e una ridefinizione di equilibri in chiave europea.

Venendo alla Turchia, la quale è in una fase di declino controllato, la perdita dell’unico governo islamista rimasto in Medioriente, quello di Tripoli, significherebbe perdere l’unica influenza territoriale diretta di Ankara. Al contrario, andrebbe a vantaggio della Turchia una maggiore rilevanza del governo di Tripoli, più che per ragioni economiche, per ragioni politiche e affinità religiose, in quanto potrebbe essere l’unica fiammella rimasta accesa del sogno neo ottomano. Ma questa ipotesi sembra davvero poco plausibile considerato il contesto.

La volontà degli attori regionali di trarre dei benefici dallo scacchiere libico risponde alla logica dello spazio anarchico nel quadro realista delle relazioni internazionali. Logica che è stata alimentata anche da un crescente disinteresse degli Stati Uniti nell’indirizzo dell’area mediorentale verso una prospettiva favorevole agli attori occidentali, dettata più dalle contingenze contemporanea che da mere volontà politiche. Più si cerca di risolvere la situazione libica e più questa sembra una coperta troppo corta che ogni attore interessato tira dalla sua parte.

In questo quadro un intervento senza la costituzione del Governo di Unità Nazionale che dia una legittimazione politica da una parte e aiuti logisticamente le forze in campo dall’altra,  può risultare rischioso per gli attori europei, Italia su tutti. La prudenza di Renzi nel valutare attentamente il da farsi sembra ancor più giustificata se si tiene conto di questo ulteriore quadro. Un intervento fallimentare non è dannoso solo per questioni politiche e di opinione pubblica, ma soprattutto per ragioni economiche, Eni su tutte. Alcuni sperano che proprio attraverso l’influenza della compagnia italiana la situazione possa essere sbloccata definitivamente, in ragione anche delle nuove concessioni autorizzate dal Ministero egiziano di un importante pozzo gassifero qualche giorno fa. Un ipotesi che può essere plausibile se coincidente con gli interessi della compagnia stessa. Altri ancora ritengono che la volontà di intervenire e di coinvolgere direttamente l’Italia, sia motivata proprio dai guadagni che ad oggi solo Eni è riuscita ad ottenere in Libia.  

 

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