lunedì, Settembre 20

Dietro il mixer di un dub master

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Non solo dub master ma anche produttore in altri generi: tra i suoi ‘assistiti’ compaiono I tre Allegri Ragazzi Morti. È agevole per lei il passaggio da un genere all’altro?

in realtà per me non c’è un vero e proprio split tra il lavoro che svolgo con un gruppo come i Mellow Mood piuttosto che con i TARM, perché io sono un produttore reggae e quindi userò lo stesso know how e la stessa sensibilità per la ritmica e la vocalità con qualsiasi progetto mi dedichi. Questa sorta di voluta ‘monodimensionalità’ per me è una risorsa sicura perché permetterà a ad un certo marchio di fabbrica di emergere con naturalezza.
Dal rock nuovamente al reggae e nel percorrere il suo curriculum non si può non notare la voce ‘Africa Unite’. Bunna e Madaski sembrano apparire quali mentori della sua crescita artistica. È giusto?
Quella con Africa Unite è stata una di quelle avventure che lasciano segni indelebili nella vita di un musicista.. Soprattutto nel mio caso, visto che io sono cresciuto ascoltando la loro musica. Posso dire di essermi sentito un po come quei ragazzini che lasciano il paesello per andare a giocare in nazionale! Inoltre il mio rapporto con Madaski si è esteso anche all’attività in studio, nel progetto The Dub Sync e nelle produzioni discografiche. Ti lascio immaginare la portata della rivoluzione che questa esperienza può aver innescato.

dub master 1

Gli Africa Unite sono il progetto reggae più longevo in Italia. Ci può spiegare l’evoluzione di questo gruppo tra ieri e oggi? Qual è il segreto di un gruppo che, a differenza di moti, non ha smarrito la propria qualità musicale?

il progetto Africa Unite costituisce una testimonianza abbastanza unica nel panorama musicale italiano. É una band riconosciuta a tutti i livelli che però non ha mai goduto di un’esposizione mediatica paragonabile a quella delle band di pari affermazione è può vantare di aver attraversato indenne gli anni novanta senza necessariamente esser poi ricorsa a stratagemmi di sopravvivenza tipici dei progetti che hanno esaurito la loro urgenza espressiva. Gli Africa Unite hanno stabilito poi un livello qualitativo nella scrittura in lingua italiana che raramente ha avuto pari nella reggae Music nazionale e che ha permesso loro una trasversalità che ha poi reso restrittivo l’epiteto ‘reggae band’!

Terminiamo con una domanda didattica. Il reggae ha tante sfumature (roots, raggamuffin, dancehall, dub, etc.), tuttavia molti guardano a questo complesso mondo musicale con diffidenza e soprattutto pregiudizio. Chiediamo quindi a lei due descrizioni di questo genere: una prettamente tecnica e professionale, l’altra emozionale e spirituale.

Ok, proverò ad essere conciso.
Tecnicamente il reggae è la naturale evoluzione dell’r&b (trasmesso dalle radio americane dai primi anni 50) suonato e reinterpretato dai musicisti di Mento e Calipso. Blubeat e Rocksteady ne sono la prima manifestazione stilistica, evoluta poi ( attraverso un sostanziale rallentamento dei bpm..) nel reggae che noi conosciamo, giá dai primissimi anni 70′. Questo genere musicale acquisisce una forza straordinaria dall’incontro con il movimento culturale e religioso Rastafari di cui ne diventerà indissolubilmente bandiera e vettore, permettendo ai musicisti di diffonderne il consumo e la dipendenza sui cinque continenti… Operazione tutt’ora in corso! Personalmente considero la diffusione della reggae Music un fenomeno globale e penso che nessun altro genere musicale possa vantare un proprio profeta con una popolarità paragonabile a quella di BobMarley! Detto ciò capisco pure che non tutti possano trovare il giusto feeling con un genere così fisiologicamente taumaturgico. Sappiamo che esistono esseri umani che amano ricevere altri tipi di stimoli dalla musica!

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