martedì, Aprile 20

Dietro il mixer di un dub master

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Nasce a Pordenone ed è sempre li che sviluppa il suo sound tra collaborazioni, progetti personali e tanto lavoro in cabina di regia. Paolo Baldini, 41 anni, oggi è tra i più autorevoli ‘maestri del sound’ nostrano. Il suo mixer e il suo lavoro in post produzione è un punto imprescindibile da diversi anni per gruppi del calibro dei Tre Allegri Ragazzi Morti, ma non finisce qui. Baldini si nutre di reggae sin da bambino ed in questo genere musicale coltiva la propria sensibilità artistica dando vita a progetti di pregevole fattura come ‘The DubFiles‘. Proprio in quest’ultimo ambito Baldini recentemente ha dato vita ad un nuovo album musicale e ad un documentario girato proprio a Kingston. Un progetto straordinario se si considera che la DubFiles family è partita per i Caraibi trasportando gli essenziali di una piattaforma mixer in una valigia proprio per dare piena espressione all’idea di fare musica ‘on the road’. Ed eccoci dunque con Paolo Baldini per capire meglio il suo mondo e le innumerevoli traiettorie che lo contraddistinguono.

 

Partiamo dal suo ultimo progetto ‘DubFiles At Song Embassy, Papine, Kingston 6’ album musicale e documentario girato in Giamaica. Un prodotto che esprime tutta la sua polivalenza (produttore, musicista, dub master) e lo fa con una semplicità disarmante: un mixer tra le strade di Kingston per lasciare che la spontaneità artistica prenda forma in tutte le sue sfumature. Ci parli di questo lavoro.

Questo lavoro nasce proprio così, semplicemente per far confluire in un album tutta la naturalezza e la vitalità che i singers giamaicani riescono ad esprimere quando cantano sui sound System. Ma avvalendosi di tutte le risorse che una lucida postproduzione può mettere in campo. A poco più di due anni dalla nascita del progetto DubFiles abbiamo deciso di confrontarci direttamente con la scena jamaicana è più precisamente con la scena underground di Kingston, ma l’idea di fare questa cosa fuori dall’ambiente classico dello studio di registrazione ci ha permesso di consolidare un risultato con una vitalità nuova.

Camminare tra le strade di Kingston obbliga anche a prendere coscienza delle realtà controversa dell’isola caraibica. Luogo di turismo, espressione culturale e spiritualità, ma anche povertà e violenza. Cosa ne pensa lei?

La realtà della Jamaica è molto complessa e nella zona urbana di Kingston questa complessità diventa un’affresco multiforme e calendoscopico! In Jamaica persistono equilibri incredibili.. Ci sono tutte le contraddizioni tipiche delle metropoli del terzo mondo, sincretismi e disarmanti semplicità. Il confronto con questo mondo puó risultare difficile e bisogna sempre tener conto della disparità economica.. I bianchi occidentali portano sempre dentro di se il retaggio dell’onta colonialista ed è bene ricordarcelo. Mia moglie è antropologa africanista e ci ha sempre accompagnato nei nostri viaggi in Jamaica, oltre che per le riprese video, anche per darci sempre la misura del nostro impatto sulla Song Embassy, ovvero la comunità che ci ha ospitato.

Paolo Baldini dub master

In Italia possiamo dire che il reggae inizia il suo percorso negli anni ’80, ma tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del 2000, subisce (a mio avviso) un forte ridimensionamento in termini di qualità. Oggi viviamo una controtendenza ed il genere sembra rivivere un periodo di estrema vitalità e soprattutto qualità: Mellow Mood, Forelock & Arawak, Train to Roots, etc. Di contro si vive in Giamaica un processo di ‘commercializzazione’ del sound, ridimensionando un po’ le nuove generazioni di sound boy. Cosa ne pensa lei?

La prima generazione di reggae italiano aveva una connotazione molto etnica e politica. I gruppi che nascevano cantavano in italiano o nella loro lingua di appartenenza regionale e questo era in sintonia con tutto lo spirito crossover che imperava negli anni novanta. Solo nel decennio successivo si é assistito ad un rinnovamento di un certo gusto esterofilo e ad una nascita di una vera scuola vocale che tendesse allo studio del patwa jamaicano. Il risultato di questo processo di spostamento delle intenzioni musicali ha portato allo sviluppo della scena che possiamo vantare oggi. L’Italia è ora una piazza molto competitiva a livello europeo ed internazionale di talenti reggae. In Jamaica ora (esattamente come è sempre stato) persistono e si rinnovano continuamente tutte le gamme cromatiche e gli stili che il reggae ispira. Basta andarsele a cercare!

E tra le nuove leve del reggae nostrano abbiamo proprio lei. Ci racconta la genesi del connubio tra Paolo Baldini e questo genere musicale?

Io ho iniziato ad appassionarmi di musica dai tempi del liceo ed ho avuto un background misto che spaziava dal rock alla psichedelia. Ma è solo con il reggae che ho trovato una dimensione fisiologicamente stabile che potesse trasformare una passione giovanile in un lavoro quotidiano.

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