domenica, Ottobre 24

Diego Armando Maradona. Il ninnolo che facciamo finta di piangere Incolmabile la divaricazione tra l’infanzia di stenti e la glorificazione assoluta del periodo di attività calcistica. Un salto vertiginoso pagato con delle fratture interiori inimmaginabili

0

Una dozzina di anni fa un cospicuo numero di giocatori del Bologna, inclusi alcuni loro congiunti, furono indagati per essersi avvalsi di permessi intestati a dei portatori di handicap per potere parcheggiare in centro.

Dopo mesi di tira e molla, con corredo di polemiche roventi e malgrado la conclamata colpevolezza, tutti gli atleti furono scagionati, compreso chi era indagato per falso ideologico in atto pubblico e truffa continuata ai danni del Comune. C’erano di mezzo anche delle multe cancellate, come se avessero bisogno di questi favori, ma qui c’è un incrocio di servilismo verso la persona famosa e l’accondiscendenza di questa ad avvalersi della posizione di vantaggio, già cospicua. Talvolta con corredi morbosi da parte dell’ammiratore, che sono costati anni di serenità e un pezzo di carriera a un famoso giocatore oggi alla Sampdoria.

Non furono scagionati, dunque, perché incolpevoli, al contrario, ma per la semplice ragione chesecondo il procuratore aggiunto della città felsinea, titolare del caso, «Nel nostro paese i ‘moderni gladiatori’ e cioé i calciatori, vivono in una sorta di bolla immateriale che, salvo rare eccezioni, li mantiene avulsi dal quotidiano, al limite dell’incapacità di badare agli affari correnti di natura burocratica, che affaticano invece ogni persona che non pratica, ad alti livelli, l’arte pedatoria».

Espressioni che valgono quanto un trattato di antropologia. Al netto dell’esito assolutorio, ingiusto, sbagliato e diseducativo, tuttavia è questo il brodo di coltura in cui galleggia il mondo del calcio, ed è esattamente ciò che mi fa riflettere, in questi giorni in cui i giornali si sono quasi dimenticati del mondo, per concentrarsi sulla morte di Diego Armando Maradona.

Come la quasi totalità degli italiani, conoscevo le virtù sportive di questo atleta, ma non sempre ne apprezzavo i portamenti eccessivi.

Vero che qualche prezzo se l’è pagato, ma sono stati gli sconti ingiustificati a determinare la rovina del bravo ragazzo diventato una divinità pagana per troppi, che non poteva più chiedere niente alla vita, avendo ottenuto tutto ciò che era possibile ottenere, e per questo aveva deciso di cedere all’insidioso mondo parallelo che l’avrebbe condotto in un viaggio senza ritorno.

Un lento suicidio, con la complicità di persone che creano idoli, perché sembra non possano farne a meno, dimenticandosi di proteggerli da se stessi quando vengono meno quegli appalusi cui si erano assuefatti. Una droga tra le tante. Fenomenologia cui la stampa, anche quella che ora lo celebra, non è estranea.

Gli applausi finiscono presto nel mondo del calcio. Quando per la maggior parte delle persone comuni comincia la vita professionale, per un calciatore inizia il declino. Qualcuno cerca di reinventarsi in attività omogenee al mondo dello sport, ma non c’è posto per tutti ed è anche complicato provare nuove emozioni quando sei reduce da una esistenza straniante, che -come giustamente sottolineava il procuratore aggiunto- ti mantiene avulso dal quotidiano.

Stamattina, mentre ero in coda davanti a un bar, in attesa del mio caffè da asporto, sentivo due signori della mia età parlare dei loro figli trentenni, entrambi senza lavoro. Con tutto il rispetto del mondo del calcio, a me pare che questo sia più importante di quello che accade nei rettangoli di gioco, lo dico da appassionato.

Il problema è non scambiare un passatempo con una ragione di vita.

L’esistenza di tanti atleti si trasforma sovente nella malinconica parabola raccontata da Billy Wilder nel capolavoro, ‘Viale del tramonto, uscito nel 1950, e chi si cibò del talento di un atleta, anche straordinario, non vede più cosa accade nelle sue giornate, troppo asimmetriche rispetto a quando era adorato.

Il ventre dell’onda è terribile per chi salì sulla cima e sperimentò la vertigine dell’onnipotenza. Il caso del rugbista francese appena suicidatosi, Christophe Dominici, 48 anni, definito una ‘leggenda’, dovrebbe fare riflettere. Dopo i mondiali del 2006, uno dei campioni del mondo confessò una grave depressione e penso non sia andato lontano dall’esito appena accennato. Smettiamola con la mania dell’iperbole, lasciamo stare le leggende, i miti, e cominciamo a parlare disenso’, anche nello sport.

Alcuni professionisti approfittano del periodo di fulgore per programmare il futuro, ma per i meno previdenti o dotati rimane il ‘gradino’ di quei pochi anni in cui l’esistenza si muoveva su un percorso innaturale, del tutto dissimile da quello dei comuni mortali. L’errore è identificare una vita intera coi quindici anni di gloria, un problema culturale che il mondo del calcio si deve porre.

Una contraddizione che nel caso del fuoriclasse argentino si era spinta ai massimi livelli, incolmabile la divaricazione tra l’infanzia di stenti, mai rinnegata, e la glorificazione assoluta del periodo di attività calcistica. Un salto vertiginoso pagato con delle fratture interiori inimmaginabili. Accelerazioni prossime alla velocità della luce, che deformano i connotati, talvolta sfregiandoli.

Il tema dei guadagni spropositati non è secondario rispetto ad alcune degenerazioni, così come secondario non è quello delle frequentazioni con parassiti interessati solo alla luce riflessa dal campione.

Un senso di potere inebriante, interrotto presto, rischia di trasformare il resto della vita in calvario, ancorché ricco di beni materiali.

Occorre riconoscere che molte società calcistiche incoraggiano i più giovani a non abbandonare gli studi, ma il cammino è ancora lungo, è necessario chiudere il varco tra la normalità e il mito,questo dipende anche dai tifosi, qualche volta dovrebbero essere loro a scendere in piazza, ricordando che il diritto a godere delle partite della propria squadra non può essere pagato con un mese di stipendio, perché i loro idoli devono possedere qualche centinaio di appartamenti, a Roma o chissà dove, mentre il magazziniere del club fatica a mandare i figli a scuola.

Dunque, riposi in pace Diego e grazie per le emozioni, ma la lezione della sua drammatica morte non si fermi al compianto, lui stesso, che ora forse vede con prospettiva più ampia ciò che vide da una postazione fissa, lo avrebbe auspicato.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->