venerdì, Maggio 7

Dichiarazione Balfour: Israele e Palestina figli e vittime dell’inganno dell’Occidente Il professor Massimo Campanini ci spiega come si è evoluta la situazione in Medio Oriente nell’ultimo secolo

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Al netto dei tentativi diplomatici degli anni successivi, c’è mai stata reale volontà di far convivere le due entità o comunque di trovare un accordo di pace duraturo?

La risposta è seccamente no. Ovviamente da una parte i palestinesi, appoggiati dagli altri Paesi arabi, specialmente con Nasser, fino alla metà o alla fine degli anni ‘60, con le organizzazioni di liberazione nazionale, hanno coltivato un revanchismo, hanno tentato di recuperare il terreno perduto, di riscattare le sconfitte militari; la politica d’Israele, dall’altra, è sempre stata una politica di chiusura nei confronti degli arabi, ma soprattutto dei palestinesi: seguendo la storia d’Israele dal ’48 a Netanyahu, dei veri tentativi, delle vere aperture da parte dei governanti israeliani per risolvere pacificamente la questione palestinese sono stati pochissimi.

L’unico, forse, vero tentativo che è stato fatto in questo senso (ammesso che lo sia stato) è stato quello di Rabin, all’epoca degli accordi di Oslo, quindi tra gli anni ’80 e ’90, ma poi lo stesso Rabin è stato ammazzato da parte di un estremista ebreo. Quindi anche questo tentativo è fallito, all’interno dei movimenti estremisti e fondamentalisti sionisti. Inoltre, quando dopo la Guerra dello Yom Kippur del ’73 è andato al potere la destra con Likud di Begin, di Shamir, di Sharon e di Netanyahu, che ha dominato la politica in Israele, è chiaro che le aperture erano più che altro formali, dei pretesti. Tanto che i tentativi fatti dopo l’assassinio di Rabin furono dei palliativi.

Secondo lei, che parte hanno le ragioni culturali su quelle politiche nelle difficoltà di questa relazione?

Credo che le ragioni culturali siano fondamentalmente state agitate come pretesto, più che essere ragioni sostanziali ed effettive. Dopo la dichiarazione Balfour, quando il movimento sionista internazionale di Weizmann fece girare la frase che definiva la Palestina come «una terra senza popolo, per un popolo senza terra», intendendo con ciò che la Palestina sarebbe stata abitata da selvaggi (fatto totalmente falso), mentre gli ebrei avevano bisogno di una terra per ricostruire la Patria di Sion, dimostrando la natura prettamente strumentale della cultura in questo contesto. Il problema è stato quello di radicarsi nella volontà sionista della terra; ricordiamo che Ben Gurion e gli altri Padri del Sionismo erano laici, non erano mossi da ragioni religiose, ma da motivazioni etnico-politiche, di rimpianto della Terra degli avi ma da un punto di vista del popolo ebraico, più che della religione ebraica.

È stato negli ultimi tempi, con l’emergere della destra in Israele e quindi con l’emergere delle forze del fondamentalismo ebraico, dei partiti religiosi come Sash o gruppi come Israel Beytenu, movimenti xenofobi, l’elemento religioso, anche per l’inserimento in Israele di ebrei sefarditi, non ashkenazi come i fondatori, ha radicalizzato questi elementi. La religione è diventato un elemento discriminante, sebbene all’interno di Israele ci sono elementi contraddittori: alcuni ebrei ultraortodossi vedono l’istituzione di Israele come l’allontanamento del Messia, perché a Lui spetta il compito di instaurare lo Stato vero e proprio. Lo ritengono una sfida a Dio, perché Dio ritarderà così la Venuta del Messia. Si può vedere come ci sono molti elementi contraddittori.

Paradossalmente le ragioni culturali potrebbero essere anche contrarie a quelle politiche. Per concludere, la situazione oggi è difficile. Gli USA usciranno dall’Unesco in polemica contro l’ammissione della Palestina. Quanto la politica aggressiva di Trump rischia di compromettere ulteriormente la stabilità del Medioriente?

Una politica di chiusura nei confronti dei palestinesi e, a mio avviso, anche nei confronti dell’Iran, che sta seguendo Trump adesso, certamente non giova al ristabilimento di un equilibrio in Medio Oriente. Facendo la tara delle contraddizioni ideologiche o delle difficoltà che stanno attraversando i Paesi arabi, come la disgregazione della Siria o dell’Iraq, una politica come quella di Trump, connotata ideologicamente, sempre nella direzione di privilegiare gli interessi di Israele, rispetto a quello di un razionale riequilibrio della bilancia geopolitica della regione, è evidente che non possano che apportare ulteriori elementi di incertezza e di confusione.

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