domenica, Maggio 9

Diamond, quando l’arte ricopre le mura della città

0

Le prime forme di comunicazione visiva risalgono alla preistoria, quando l’unico modo per esprimersi (non c’era neanche il linguaggio) era dipingere le mura delle caverne. Molti bambini, istintivamente, preferiscono le pareti del corridoio piuttosto che i quaderni. Sembra che faccia parte della natura umana quell’impulso di “imbrattare” le pareti, tanto che quello che una volta era considerato vandalismo negli ultimi anni sta conoscendo una crescente rivalutazione, tanto da guadagnarsi lo status di forma di espressione artistica. Parliamo ovviamente della Street Art, corrente ed evoluzione del Writing, caratterizzata da alcune componenti fondamentali: grandi mura, grandi dipinti, tanto simbolismo e significato e una quantità estrema di talento. Un mondo che affascina quello dell’arte su strada, per alcuni legato al mondo dell’hip-hop, più in generale a quella generazione di ribelli che mettono il loro genio a servizio della denuncia sociale fatta in grande stile, in modo e in luoghi dove tutti possano ammirarla. Se per qualcuno deturpano l’ambiente, sono sempre più i casi di street artists commissionati per rivalutare zone e periferie urbane in decadenza. E aumentano anche i casi in cui la Street Art viene trascinata in Galleria, nei Musei, nelle Mostre, quasi fosse estirpata e trapiantata in un contesto diametralmente opposto.

Per entrare nel mondo della Street Art e scoprirne di più abbiamo intervistato Diamond, un’istituzione per il Writing della Capitale, attivo dal ’93 nel panorama romano, che lascia sin da subito un segno stilistico elegante e allo stesso tempo provocatorio. Nel ’98 passa ufficialmente alla Street Art, migliorando e ampliando tecniche e soggetti fino ad arrivare ad oggi, maestro indiscusso dal tratto inconfondibile. Lo abbiamo incontrato in occasione del 99ARTS, il Festival Internazionale di Arti Visive e Performative organizzato dall’associazione MArteCard in collaborazione con MArteMagazine, ideato e diretto da Giuseppe Casa, a cura delle ScuderieMArtelive, in corso a Roma fino al 30 settembre, dove Diamond si è esibito dipingendo live un meraviglioso murale. Gli abbiamo chiesto di svelarci qualcosa di più, sulla sua arte e sulla Street Art in generale.

 

Diamond, perché hai scelto le mura della città come mezzo per comunicare la tua arte?

Non sono io che ho scelto le mura, sono le mura che hanno scelto me. Fin dall’infanzia ho avuto questo approccio diretto con le pareti (ride, ndr): mia madre mi racconta sempre di quando ero piccolo, avevo imparato da poco a camminare, e come prima cosa scarabocchiai l’intero muro del corridoio di casa. Quello fu un po’ il prequel di questa storia. Poi crescendo, nel periodo adolescenziale, camminavo per la città e rimanevo totalmente affascinato da queste scritte incomprensibili ma che secondo me erano piene di stile. I tag, i graffiti, mi hanno completamente rapito e non ne ho potuto fare a meno dalla prima adolescenza fino alla maturità. Penso che il bisogno nasca dalla voglia di avere subito un forte impatto, i muri sono come tele che però vedono tutti, ogni giorno, impari a conoscere intuitivamente le opere d’arte e poi magari, dopo averle conosciute, inizia a cercarne altrove.

Sei passato dal Writing alla Street Art. Qual è la differenza?

Esiste una differenza nel momento in cui chi lo fa si impegna a marcare questa differenza. Per me, che ho iniziato facendo il writer e ho continuato facendo quello che faccio adesso, che si potrebbe chiamare Street Art ma non è limitato a questa definizione “castrante”, la differenza è più lieve. Il mondo dei graffiti e i graffiti fanno parte di un circuito chiuso, come un interlocutore che parla da solo. Se fai graffiti capisci cosa c’è scritto, il suo significato, il motivo per cui è stato fatto lì; se invece non fai parte di quel mondo è impossibile dare un senso a un graffito. Ho scoperto però che era possibile aprirsi al mondo esterno senza rinunciare alla strada: ho abbandonato la scritta e mi sono approcciato al disegno, cosa che avevo sempre fatto ma non avevo mai condiviso sulle mura. Quando inizi ad esprimerti con il figurativo, con qualcosa che l’occhio umano facilmente individua e percepisce, tutto cambia: raggiungi la retina, il cuore, il cervello delle persone. Si innescano una serie di meccanismi che vanno oltre lo “scarabocchio”, come lo definiscono gli altri, anche quando non lo è. Sconfini dunque quel circuito chiuso che erano i graffiti e raggiungi il resto del mondo: un’opera grande, sul muro, che vedono tutti.

Se in passato eravate considerati “vandali” adesso la Street Art è un vero e proprio filone artistico, commercializzato e istituzionalizzato. Non si perde così il bisogno di trasgressione, la provocazione da cui tutto è nato?

Ti rispondo tranquillamente. Tutta quella trasgressione, tutta l’adrenalina io l’ho provata personalmente quando andavo per strada a fare graffiti in maniera totalmente illegale: scrivevo sulle metro, i treni, cose veramente “hardcore”.  Era il ’93, un periodo magico per i writers, un periodo che ho vissuto e consumato fino alla fine. Poi sono stato arrestato, le manette sicuramente mi hanno spinto a cambiare, a crescere. Forse se non fosse successo sarei ancora lì a fare i graffiti, ma sinceramente preferisco sia andata così. Non ho saputo rinunciare alla strada, ho continuato a disegnare, ma ho fatto qualcosa di diverso. Questo qualcosa è arrivato a tutti ed è diventato un lavoro. Poter continuare a disegnare, vivere facendo ciò che mi piace, per me è tutto, la soddisfazione più grande. L’accusa di essere diventato commerciale? Mi interessa poco. Sono sempre io a scegliere i miei soggetti (non accetterei mai di fare un ritratto del premier o del Papa anche a pagamento). Sono diventato purtroppo uno che “si vende”, ma bisogna sapersi vendere bene. Aver trasformato la mia passione, la mia arte, in un lavoro mi rende veramente orgoglioso.

Essere street artists è ormai un mestiere rispettabile e apprezzato, ma questo non lede la spinta critica e provocatoria nei confronti della società odierna? Anche la scelta di non svelare la propria identità, non era anche quello una forma di denuncia?

Si lo era, oltre ad essere la più facile forma di protezione, perché effettivamente stavo compiendo atti vandalici. Nel momento in cui esponi in galleria, in un museo, sei invitato a festival ed eventi, sei un’artista: ti sei piegato a questa vita e ci metti la faccia.

In questa affermazione leggo comunque un po’ di amarezza.

L’amarezza e la nostalgia è legata solo al ricordo del passato, al fatto di essere stato un writer vero, con tutti i rischi e pericoli. Ma c’è stato un cambiamento, la street art è stata riconosciuta come una vera e propria forma d’arte e non posso non esserne felice. Si cresce, si matura sia artisticamente che personalmente. Eppure devo dirti la verità, se mi trovo per strada con un pennarello o una bomboletta e un muro libero, bhe…

In che modo la Street Art può essere inserita all’interno della cultura hip-hop?

L’hip-hop è culturalmente e ideologicamente più legato al mondo dei graffiti. Se vogliamo considerare la Street Art come evoluzione dei graffiti possiamo definirla una branca e di conseguenza facente parte dell’hip-hop. È pur vero che ci sono artisti che fanno street ma che dell’hip-hop non sanno veramente nulla. C’è una nuova generazione che ha capito che fare grandi disegni sui muri attira e lo fa ma senza un background culturale e l’esperienza da writer. Quando ho iniziato io di street art si parlava poco o niente, e con orgoglio ti dico che su Roma insieme a pochi altri sono stato quello che ha cominciato.

E non ti dispiace un po’ che adesso qualcuno faccia street solo per moda?

È come aver creato dei mostri! So che io e la mia generazione facciamo questo tipo di arte perché abbiamo una motivazione forte, giusta. L’aspetto commerciale passa in secondo piano.

Qual è il filo conduttore che lega tutte le tue opere?

La linea, la narrazione che lega le opere per strada è generalmente circoscritta all’esperienza e alla vita dell’artista. Il mio filo conduttore è lo stile, che si fa molto spesso agli stilemi dell’arte del ‘900, all’Art Noveau, al filone simbolista. Il messaggio che sta dietro alle mie opere dipende sempre dalla situazione, il momento e il luogo in cui sto dipingendo. In generale ogni mio disegno è una celebrazione di quello che amo più fare: volti femminili, decorazioni…l’arte sta proprio nella bellezza della libertà d’espressione.

Qual è la tua missione artistica? Cosa speri di suscitare in chi guarda un tuo disegno?

Spero di suscitare in lui tante domande, aprirgli un mondo. Voglio inquietare, nel senso di creare mistero, curiosità per il significato di ciò che si sta guardando. Voglio che le persone si pongano delle domande.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->