lunedì, Giugno 21

Dialogo Trump-Kim: un esito inevitabile? Con Francesca Frassineti (ISPI) analizziamo la nuova fase di apparente disgelo tra Nord-Corea e USA

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In un primo momento, gli USA hanno tentennato rispetto all’apertura di Pyongyang parlando di questioni aperte come l’omicidio di Kim Yong-Nam e la denuclearizzazione: a Washington c’è il timore che la crisi possa risolversi con esiti imprevisti? La Casa Bianca si è resa conto di avere dei punti deboli nella trattativa?

L’Amministrazione Trump sta gestendo, fin dall’inizio, la questione nord-coreana in maniera estremamente ambigua anche perché, cosa molto grave, non ha figure diplomatiche incaricate di gestire il rapporto con Pyongyang: ricordiamoci che gli Stati Uniti non hanno ancora nominato un ambasciatore in Corea del Sud, uno dei loro principali alleati nell’area. Lo speciale inviato che, all’interno del Dipartimento di Stato, si occupava dei rapporti con la Corea del Nord è andato in pensione qualche giorno fa e ancora non è stato nominato un assistente per gli affari asiatici e del Pacifico: si tratta di figure diplomatiche fondamentali per condurre un dialogo con la Corea del Nord ma che l’Amministrazione Trump non vuole ancora riempire questi buchi. Prima di queste ultime notizie, soprattutto alla vigilia delle Olimpiadi, quando si era diffusa la notizia che il nome di Victor Cha era stato escluso dalla corsa per il posto di capo delle diplomazia statunitense in Corea del Sud, si era temuto che la componetene dei cosiddetti ‘falchi’, ovvero di coloro a favore di un’opzione militare contro la Corea del Nord, potesse prevalere sulla fazione più favorevole ad un dialogo, capeggiata dal Segretario di Stato Tillerson. Anche all’interno dell’Amministrazione statunitense, quindi, vediamo varie anime che affrontano e che vorrebbero gestire la questione nord-coreana in maniera diametralmente opposta. In ogni modo, anche nei giorni scorsi, ufficialmente la posizione degli Stati Uniti non cambia: nonostante queste speranze riguardanti eventuali summit, la posizione di massima pressione e, quindi, l’utilizzo dello strumento sanzionatorio contro Pyongyang ancora rimane e, qualche giorno fa, gli Stati Uniti hanno approvato nuove sanzioni unilaterali volte a colpire il presunto possesso di armi chimiche da parte della Corea del Nord.

Cosa ha spinto, alla fine, Trump ad accettare l’invito di Kim?

La danza diplomatica delle due Coree stava lasciando Trump ai margini, in una posizione a cui non è abituato. Già in campagna elettorale, Trump aveva affermato di essere disponibile a prendersi un hamburger con Kim Jong-Un, salvo poi affrontare la pressione dei vari test missilistici, durante lo scorso anno, con un atteggiamento provocatorio e bellicista che erano un po’ una novità, da parte di un Presidente statunitense. Trump aveva sempre detto di volersi allontanare dalla strategia di Obama, ovvero della cosiddetta ‘pazienza strategica’, ma in realtà fin dai primi mesi ci si è accorti che la strada era proprio quella: fare affidamento prioritariamente alle sanzioni. Dagli Stati Uniti, quindi, continua a provenire estrema ambiguità, per quanto riguarda la gestione della questione nord-coreana: la notizia di oggi pone più domande di quanto non dia risposte. Non è ancora chiaro cosa gli Stati Uniti vogliano negoziare e cosa si aspettino di ottenere nel caso in cui Trump incontri Kim Jong-Un.

Cosa è irrinunciabile per gli USA, nella trattativa con Pyongyang?

Gli Stati Uniti, tradizionalmente, hanno sempre posto, come precondizione fondamentale per tornare al tavolo dei negoziati, la preventiva, unilaterale e verificabile, denuclearizzazione da parte del regime nord-coreano. Dalle ultime dichiarazioni del Governo sud-coreano, sembrerebbe che Kim Jong-Un sia disposto a sospendere i test missilistici nucleari e, soprattutto, a riconsiderare la rinuncia al nucleare in cambio di rassicurazioni sulla minaccia statunitense. Il termine ‘rassicurazioni’ apre vari scenari possibili: ovviamente la Corea del Nord non è disposta a negoziare e a compiere delle concessioni senza ottenere nulla in cambio. Potrebbe essere messa sul tavolo la questione delle esercitazioni congiunte, la questione della firma di un trattato di pace che si sostituirebbe all’armistizio che eveva concluso la Guerra di Corea nel 1953, o, eventualmente, il ritiro delle truppe statunitensi dalla Corea del Sud: quest’ultimo punto, però, è assolutamente inaccettabile sia per Seul che per Washington. Per ora, gli interrogativi sono molti e riguardano soprattutto la posizione statunitense e cosa gli Stati Uniti siano disposti a concedere.

Come è percepita, negli USA, la strategia diplomatica del Presidente sud-coreano Moon?

Sicuramente sia Gli Stati Uniti che la Corea del Sud sanno che è necessario essere coordinati al 100%. La storia dei rapporti tra questi tre attori ha dimostrato che la strategia nord-coreana ha prevalso laddove il fronte formato da Washington e Seul si dimostrava debole e insicuro: Moon Jea-In è sempre molto attento nel ricordare, ad ogni passo avanti, il sostegno che riceve da Washington. Per quanto i due approcci, da parte del Presidente sud-coreano e di quello statunitense, possano differire, alla fine entrambi riconoscono che l’alleanza sia forte come l’acciaio: mostrare un fronte unito e comune è assolutamente necessario per gestire al meglio la questione nord-coreana, per quanto siano emerse delle differenze di veduta tra i due Presidenti.

Esiste la possibilità che, in caso di fallimento dell’incontro tra Trump e Kim, che i sud-coreani decidano di portare avanti una politica diplomatica più indipendente da Washington? Quali sono gli obiettivi irrinunciabili per Seul?

È sicuramente impensabile che la Corea del Sud possa fare a meno dell’alleanza con Washington: dalla fine della Guerra di Corea, Washington è diventata il principale garante della sicurezza della Corea del Sud. L’alleanza con Washington, quindi, è un pilastro per la sicurezza sud-coreana. Allo stesso tempo, però, a differenza degli ultimi anni, ora abbiamo di nuovo un Presidente che, alla Casa Blu di Seul, è espressione dello schieramento democratico-prograssista e sostiene un approccio più conciliatorio. Probabilmente, lo stesso Kim Jong-Un ha visto in Moon Jae-In una figura più autonoma nei confronti dei dettami di Washington, rispetto ai suoi predecessori. La sopravvivenza dell’alleanza tra Seul e Washington, però, è assolutamente fuori discussione.

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