domenica, Maggio 9

Dialogo con Angelo Cambiano: la forza della normalità contro il ‘lato oscuro’

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Domenico

Altra conferenza in una cittadina in provincia di Enna. Prima di iniziare mi offrono un aperitivo in un bar del corso, siamo seduti all’esterno. I due lati della strada sono occupati da macchine in seconda fila. Arriva il vigile comincia a fischiare verso le case, ma nessuno si scompone, anzi qualcuno lo saluta dalle finestre e lui risponde con gesti e sorrisi ecumenici. Pregusto una strage di contravvenzioni, ma la persona che mi accompagna, sorride e mi sussurra: “Niente, fischia solo per dire che è passato”. Infatti non sarà elevata nessuna contravvenzione. Eccolo, Angelo, un altro demone, l’uso discrezionale del potere, che in Sicilia non è solo prerogativa della politica. Un potere che non diventa mai servizio, ma rimane, per l’appunto, potere, mostrandone la faccia peggiore. Di recente un mio caro amico, medico, responsabile di un importante servizio in Sicilia, si è dimesso, chiedendo il trasferimento. Si tratta di un uomo molto onesto e preparato. Quando mi aveva annunciato al telefono la sua decisione, gliene avevo chiesto il motivo, mi aveva risposto che era impossibile fare lavorare i suoi collaboratori, perché erano tutti raccomandati e godevano di potenti protezioni, dunque si mostravano impermeabili ad ogni comando. A proposito di demoni, questo, la raccomandazione, è il più letale per almeno tre ragioni. La prima è che arma la mano ai politici, rendendoli potentissimi. La seconda è che fa affiorare la parte meno talentuosa dei siciliani, collocando degli incapaci nei luoghi dove si serve il cittadino. La terza è che crea indolenza sociale tra gli esclusi, che dunque sottilmente smettono di operare (giustamente) per il bene comune. Un disastro.

Angelo

L’uso discrezionale del potere in Sicilia, così come le raccomandazioni, fanno parte di un modo di vivere e di attuare la politica, che non viene vista al sevizio della collettività ma che si pensa debba garantire gli pseudo diritti dei parenti, degli amici e degli amici dei parenti e dei parenti degli amici. Mi sono battuto per implementare un nuovo modo di fare politica, ritenendo che l’antipolitica non sia e non debba essere la soluzione alla cattiva politica. Io credo nella buona politica. Ho toccato con mano le esigenze, i bisogni, le aspettative ed il grande desiderio di cambiamento della mia cittadinanza. Ho assunto la responsabilità e l’impegno di non deludere le speranze. Sono andato avanti e non mi sono dimesso nemmeno quando un coro di voci, di fronte al problema delle demolizioni, mi diceva: dimettiti. Ho lavorato con grande senso di responsabilità per restituire ai licatesi una città sempre migliore e della quale andare orgogliosi. Ritengo di avere ascoltato tutti, dato voce alle associazioni di categoria, imprenditoriali, sindacali, sociali, culturali e sportive, nella ricerca di idee e soluzioni, aumentando il senso di appartenenza per vedere crescere, insieme, la nostra città, in ogni settore, sia economico che culturale. L’ho fatto con umiltà e sono stato accusato di arroganza. L’intera Città mi ha voluto e 21 Consiglieri mi fanno sfiduciato. La mozione di sfiducia è un argomento che, atteso, è arrivato puntuale, dopo due anni, solo perché la norma non permette di presentarla prima dei 24 mesi dall’insediamento di una nuova amministrazione. Presentata dall’opposizione, dal Partito degli Sconfitti, cioè da coloro che pur riuniti in coalizione per sbaragliare l’avversario politico (me), non sono riusciti a raggiungere il traguardo. È andata così due anni fa a Licata, quando diverse coalizioni politiche hanno sposato, da opportuniste, un progetto politico, hanno scelto apparentamenti con il solo scopo di guadagnare qualche poltrona in Consiglio Comunale.

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