sabato, Settembre 25

Diada 2021: la divisione nell’indipendentismo catalano L’indipendentismo politico ha smarrito la bussola e dimostra tutta la sua incapacità nel disegnare una nuova roadmap verosimile e allettante. La divisione è ovunque. In primis nella stessa società catalana

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Se dovessimo qualificare la grande manifestazione della Diada 2021 con un solo vocabolo, questo sarebbe ‘divisione. Nell’immaginario collettivo riecheggiano ancora i canti festivi e i proclami a favore di una Catalogna libera e sovrana che hanno caratterizzato i cortei e le sfilate pre pandemia. L’autore prese parte al reclamo popolare del 2016 e ricorda con soddisfazione e dolore quanto accadde nell’ottobre del 2017, quando si arrivò a toccare il cielo con un dito.

Purtroppo da quel fatidico momento la solidarietà e il consenso non formano più il minimo comune denominatore di un movimento che si è caratterizzato per la sua allegria, apertura e fratellanza. Dopo la tragicomica dichiarazione unilaterale d’indipendenza (DUI), l’incantesimo si è rotto e il calesse si è convertito di nuovoin una volgare e triviale zucca.

Sebbene l’indipendentismo si caratterizzi anzitutto per la sua resilienza (in psicología la capacità di reagire a traumie difficoltà), la celebrazione di quest’anno non può nascondere lo sconforto e la delusione di milioni di persone che hanno perso la fiducia nei confronti di capi politici e leaders di movimenti sociali che antepongono interessi di partito e protagonizzano complotti medioevali per garantire la propia sopravvivenza.

I centomila scesi in piazza per reclamare continuità all’1 Ottobre 2017 pretendono spiegazioni e aspettano rassicurazioni che purtroppo lasciano il tempo che trovano. L’indipendentismo politico ha smarrito la bussola e dimostra tutta la sua incapacità nel disegnare una nuova roadmap verosimile e allettante.

La divisione è ovunque. In primis nella stessa società catalana. Una frattura che da circa un decennio sta degradando la Catalogna e in particolare Barcellona, lontana parente dell’urbe che riuscì a capitalizzare i giochi olimpici e convertirsi in un eden cosmopolita e universale.

Purtroppo, anche il governo indipendentista soffre gravi lacerazioni provocate dalla guerra fratricida che combattono Sinistra Repubblicana (ERC) e Insieme per la Catalogna (JxCat). La vittoria della formazione di Oriol Junqueras e Pere Aragonés alle regionali del 14 Febbraio ha completamente stravolto gli equilibri politici e indebolito la figura di Carles Puigdemont, deus ex machina ormai consacrato all’internazionalizzazione della causa.

La diffidenza contraddistingue la quotidianità e il funzionamento dei due partiti. JxCat rappresenta un esperimento fallito, un gigante dai piedi di argilla nel quale convivono soggetti con ideologie eterogenee e contrapposte che lottano per ottenere il controllo dell’asse BarcellonaBruxelles. ERC trasmette l’immagine di una formazione verticale e ben strutturata, però i disaccordisono all’ordine del giorno.

Come se non bastasse si sono guastate anche le relazioni tra la Assamblea Nazionale Catalana (ANC) e Òmnium Culturale (OC), i due principali movimenti che nel 2017 funsero da collante tra la classe política e l’impetopopolare. Differenze strategiche che compromettono la necessaria e imprescindibile unità operativa. Elisenda Paluzie e Jordi Cuixart, soggetti carismatici e trascinatori, pronunciarono lo scorso sabato discorsi antitetici a favoredell’unilateralità e di un possibile dialogo con Madrid. La stessa ANC ha sofferto negli ultimi due anni un progressivo deterioramento interno per l’insurrezione di alcuni ex responsabili.

L’indipendentismo catalano non è un fenomeno passeggero e manterrà la sfida al Governo centrale. Ma è urgente un lifting che consenta ridisegnare la strategia e recuperare le motivazioni e gli stimoli. Lo storico Agustí Colomines e il filosofo Bernat Dedéu, due delle menti più brillanti e autocritiche, reclamano illusione, unità e mobilitazione e un necessario svecchiamento della classe dirigente. I sintomi della malattia sono stati identificati, adesso è doveroso trovare un antidoto. Pedro Sánchez non è un chirurgo specializzato, bensì un necroforo.

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