domenica, Agosto 1

Di nuovo in crisi? Lo Yemen sull’orlo del tracollo economico mentre l’Arabia Saudita medita sulle sanzioni

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Yemeni Shiites protest against military strike on Syria

Anche se gli esperti economici di tutto il mondo hanno ampiamente constatato che lo Yemen, il paese più povero ed politicamente fragile della penisola arabica, è sottoposto a gravi pressioni economiche, l’Arabia Saudita ha annunciato che potrebbe presto staccare la spina degli aiuti e lasciare il paese a badare a se stesso. Dato che lo Yemen si è sempre affidato quasi esclusivamente al regno per adempiere ai propri obblighi finanziari a breve termine – salari dei dipendenti pubblici, spese militari e costi energetici – è probabile che la nazione impoverita collasserà completamente su se stessa a meno che non si presentino nuovi donatori.

 I funzionari a Riyadh si difendono sostenendo che il Presidente Abdo Rabbo Mansour Hadi non ha tenuto conto degli avvertimenti politici e dei dubbi del re Abdullah in merito agli Houthi – la fazione sciita organizzata politicamente con il nome di Ansar Allah – il regno, pertanto, non può essere ritenuto responsabile per il futuro dello Yemen.

A novembre, Jamal Benomar, inviato speciale ONU nello Yemen, ha annunciato in un’intervista con AFP che il paese potrebbe risultare inadempiente con gli stipendi pubblici. “Stanno emergendo gravi problemi economici,” ha detto, aggiungendo: “Non si sa se lo stato sarà in grado di continuare a pagare i suoi dipendenti pubblici dopo la fine dell’anno.”

Poiché, a settembre, i ribelli del movimento Houthi hanno preso piede nella capitale, Sana, l’Arabia saudita, che ha stanziato circa $4 miliardi per tenere a galla l’economia yemenita dall’inizio del 2012, ha rivisto il proprio sostegno economico nei confronti del vicino meridionale. Tra i principali esborsi messi in standby figurano $700 milioni in aiuti militari.

Nonostante Riyadh abbia spesso promesso di sostenere lo Yemen in questi periodi di difficoltà, i funzionari sauditi hanno reso chiaro che qualsiasi aiuto concesso d’ora in poi sarà sempre accompagnato da clausole politiche, soprattutto se gli Houthi diventeranno figure permanenti sulla grande scacchiera yemenita.

Per quanto povero e frammentato lo Yemen possa essere oggi, questa nazione ribelle racchiude in sé un tale potenziale di crescita che potrebbe trasformarsi in un temibile rivale regionale, in grado anche di adombrare le ambizioni egemoniche e politiche dell’Arabia Saudita sul Golfo.

Anche se ovviamente il disimpegno finanziario saudita è destinato a danneggiare l’integrità economica yemenita, alcuni esperti ritengono che un simile sviluppo potrebbe effettivamente consentire a Sana di rivendicare la propria indipendenza uscendo dall’ombra di Al Saud.

La politica della crisi permanente

Riassumendo l’amicizia disfunzionale tra Arabia Saudita e Yemen, Sarah Philipps, esperta in sicurezza e sviluppo internazionale, sottolinea nel suo libro –’ Lo Yemen e la politica della crisi permanente’ – «L’obiettivo dell’Arabia Saudita nello Yemen è stato quello di arginare i problemi dello Yemen dentro allo Yemen e impedire loro di oltrepassare il confine. In pratica, l’instabilità può regnare suprema nello Yemen, come effettivamente avviene, purché non si ripercuota negativamente sulla terra saudita. L’Arabia Saudita sta costruendo una barriera di sicurezza lungo il confine con lo Yemen, in modo da garantire che qualsiasi instabilità, sotto forma di rifugiati o attivisti al-Qaeda, non oltrepassi il confine.»

Continua: «Guardando indietro agli ultimi decenni, emerge uno schema fisso nella gestione dello Yemen da parte dell’Arabia Saudita. Il regno ha due principali obiettivi politici in questa arena: impedire a una potenza estera di imporre una base di influenza nello Yemen e impedire la nascita di uno Yemen indipendente dall’egemonia saudita. L’Arabia saudita ha posto questi obiettivi davanti a qualsiasi tentativo di “rafforzare” lo Yemen o aiutarlo a “mantenere stabilità”».

Anche se l’Arabia saudita è stata fondamentalmente e inevitabilmente uno dei più leali sponsor dello Yemen nel corso dei decenni, spesso intervenendo per salvarlo dall’imminente collasso, politico o finanziario, tra i due vicini sono intercorsi rapporti piuttosto tesi, caratterizzati da diffidenza e interessi personali antitetici.

Analizzando il rapporto disfunzionale tra Sana e Riyadh, Abubakr Al-Shamahi ha scritto in una relazione per Al Jazeera del 2013, «Nonostante gli apparenti benefici dell’aiuto saudita, ne risulta che la presenza saudita nello Yemen è stata debilitante per quest’ultimo». E, in effetti, la dipendenza yemenita dalle casse saudite ha spesso condotto Sana a perseguire politiche contrarie ai propri interessi nazionali, trasformando così lo Yemen in un satellite saudita.

Il peso dell’Arabia Saudita sullo Yemen è emerso maggiormente nel 1991 quando Riyadh ha chiuso le frontiere a tutti gli yemeniti, costringendo centinaia di migliaia di lavoratori espatriati a tornare a casa con brevissimo preavviso perché il Presidente Ali Abdullah Saleh aveva deciso di sostenere l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, contro il volere del re.

L’ira di Riyadh ha fatto precipitare lo Yemen nella spirale di una debilitante e lunga crisi socio-economica. Secondo la Banca Mondiale, il PIL dello Yemen è crollato del 15% come risultato diretto delle sanzioni saudite, che hanno spinto il paese sull’orlo del baratro finanziario.

Gli economisti hanno spesso dichiarato che lo Yemen non si è mai realmente ripreso dalla crisi del 1991-1992.

Nel 2013, quando il principe Turki bin Faisal – ex ambasciatore dell’Arabia saudita negli Stati Uniti – ha annunciato che Riyadh avrebbe ritirato gli aiuti finché lo Yemen “non si fosse sistemato”, offrendo pacchetti di aiuto in cambio di cooperazione politica, Abubakr Al Shamahi – giornalista britannico-yemenita e redattore di Comment Middle East – ha sottolineato che una simile minaccia dovrebbe essere vista come una “benedizione camuffata.”

Ha asserito che, seppur problematico per lo Yemen nell’immediato, darebbe al paese “un po’ di respiro per diventare indipendente.”

Al Shamahi essenzialmente sostiene che, poiché il denaro saudita è servito solo a promuovere gli interessi nazionali di Riyadh nello Yemen, anziché sostenere il popolo yemenita e generare una reale crescita economica, la perdita degli aiuti non sarebbe una cosa realmente negativa.

Ha scritto, «Innanzitutto, le istituzioni governative yemenite non sono nelle condizioni idonee a gestire i milioni di dollari depositati nello loro casse. Corruzione e mancanza di trasparenza fanno sì che questo denaro semplicemente scompaia, così molti progetti di sviluppo sono incompleti o semplicemente restano abbozzati».

Aggiunge, «In secondo luogo, l’aiuto saudita in particolare impedisce allo Yemen di compiere progressi reali a lungo termine in diversi ambiti, siano essi politici o economici.»

Una spina nel fianco del regno

Proprio come il Principe Turki usava gli aiuti come spade di Damocle sul governo yemenita, minacciando di tagliare i fondi per i funzionari, l’attuale rimuginare saudita è politicamente motivato ed è assolutamente collegato agli Houthi.

Ma se il Regno voleva restare a guardare e non intervenire mentre gli Houthi sfidavano Al Islah, la fazione yemenita radicale sunnita che ha sotto la propria egida diversi sottogruppi politici, tra cui la Fratellanza islamica, corrodendone il potere, Riyadh non aveva previsto che la fazione sciita avrebbe assunto il ruolo di liberatore dello Yemen.

Per quanto riguarda il regno, gli Houthi dello Yemen hanno semplicemente imposto la propria utilità politica ora che la Fratellanza è stata politicamente e militarmente decimata, dopo mesi di violenti scontri tribali, gli Houthi sono riusciti a disperdere la precedente potenza di Al Islah.

Da quando gli Houthi hanno preso potere non è stato più stanziato alcun nuovo fondo saudita, compresi i $700 milioni di aiuti militari concordati come parte del pacchetto di salvataggio a luglio.

In una relazione IRIN di dicembre si riferisce che diverse fonti diplomatiche e governative ritengono improbabile un annuncio ufficiale di congelamento del fondo, è più probabile che Riyadh assuma un approccio di “lento” trasferimento dei fondi a Sana finché non sarà certa che il denaro non andrà a finanziare gli Houthi.

In una conversazione intercorsa con dei funzionari [yemeniti], questi ultimi hanno affermato che non daranno altro denaro allo Yemen solo per rafforzare gli Houthi,” dichiara un alto funzionario yemenita, responsabile di riferire in merito alle spese e finanze governative. ”E qualunque cosa faccia l’Arabia Saudita, lo faranno anche gli altri paesi CCG (Consiglio di cooperazione del Golfo).”

 In linea con altri funzionari CCG, un diplomatico saudita di alto livello ha riferito che non è stata adottata alcuna decisione formale per bloccare gli aiuti o i finanziamenti a Sana, ma ha aggiunto che Riyadh sta rivedendo la situazione nello Yemen. “Vedremo come si comporterà il nuovo governo [formato all’inizio di novembre],” ha dichiarato. “Se riescono ad agire indipendentemente [dagli Houthi], allora forse possiamo lavorare con loro.”

Secondo le previsioni, lo Yemen si scontrerà con un blocco fiscale entro poche settimane. Con le riserve di valuta estera ai minimi storici – $3,5 miliardi a settembre 2014 rispetto ai $4,4 miliardi a settembre 2013 – la Banca Centrale dello Yemen può permettersi di coprire solo 4,8 mesi di importazioni.

 

Traduzione a cura di Maria Ester D’Angelo Rastelli

 

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