giovedì, Dicembre 9

Scuola? No, grazie. La risposta è homeschooling

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Avete mai sentito parlare di homeschooling? Probabilmente no, o forse solo di sfuggita, ma l’homeschooling o educazione parentale è una pratica diffusa in tutto il mondo che sta suscitando forte interesse nel nostro Paese. Il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) la definisce come la possibilità che viene data ai genitori o gli esercenti la potestà parentale di «provvedere in proprio all’istruzione di minori soggetti all’obbligo di istruzione», purché dotati di “capacità tecnica ed economica”, debitamente accertata dal dirigente scolastico della scuola più vicina attraverso una dichiarazione annualmente rilasciata dalla famiglia. Ebbene si, a differenza di quanto si è soliti pensare, non esiste alcuna “scuola dell’obbligo” ma, come recita l’articolo 34 della nostra Costituzione “L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”. Quindi è l’istruzione ad essere obbligatoria, non la scuola. E l’educazione parentale prevede che siano i genitori o altre persone scelte direttamente dalla famiglia a prendere in carico l’istruzione dei propri figli.

Spiegare cosa vuol dire praticamente “fare homeschooling” è pressoché impossibile: esistono vari metodi e tipologie di educazione parentale, da quelli più vicini al sistema scolastico, che mantengono testi ed orari prestabiliti, a quelli più alternativi, che non seguono programmi ma alimentano di volta in volta interessi e curiosità dei bambini, spronandoli con attività culturali e gite fuori porta. Fino ad arrivare all’unschooling, l’apprendimento naturale che segue ritmi e passioni del bambino. Di pareri sull’homeschooling ce ne possono essere tanti e molto contrastanti. Tra le obiezioni più accreditate due sono le più importanti: il problema della socializzazione e l’idoneità del genitore a sostituire la figura dell’insegnante. D’altronde l’istituzione scolastica è un qualcosa di relativamente recente considerando che la sua creazione risale alla Rivoluzione Industriale. Prima l’istruzione e l’educazione dei figli era di prassi compito esclusivo della famiglia. Un passo indietro quindi? O una novità a supporto di un sistema scolastico in decadenza?

Ne abbiamo parlato con Erika Di Martino, laureata in lingue, scrittrice, family & life coach e social community manager, ex insegnante di Inglese e soprattutto mamma di cinque figli che non sono mai andati a scuola. È la fondatrice del network italiano Educazioneparentale.org e da anni si occupa di Educazione e Homeschooling. Erika è un’attivista sociale che porta avanti una rivoluzione del sistema educativo attraverso la sua esperienza personale, raccontata anche in un libro, nata da un blog, ControScuola, punto di partenza del suo lavoro di informazione e sostegno per le famiglie di homeschoolers e non. In questa lunga intervista le abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza e di spiegare per quale motivo a volte l’homeschooling è meglio della scuola.

Erika, come è nata l’idea dell’ homeschooling per i suoi figli?

È nata nel momento in cui il mio primo figlio si stava avvicinando all’età della scuola. Aveva frequentato solo per pochi mesi la materna, fin da subito io e mio marito abbiamo sentito l’esigenza di non delegare ad altri la cura e l’istruzione del bambino. Inizialmente abbiamo scandagliato tutte le scuole della zona, ci siamo informati sulla possibilità del tempo ridotto (servizio scolastico mattutino, ndr), meritandoci anche l’accusa di esser pazzi dato che, ci veniva detto testualmente, eravamo gli unici a non voler “parcheggiare” a scuola nostro figlio per il maggior tempo possibile. Da lì abbiamo iniziato ad informarci sull’homeschooling.

Mi sorge spontaneo pensare che anche lei personalmente avesse avuto problemi con l’istituzione scolastica in passato.

In realtà io insegnavo, ero un’insegnante di inglese, e ho avuto pertanto modo di vivere la scuola “da dietro le quinte”, da un particolare punto di vista che, unito a quello da studente, ha sicuramente contribuito nel maturare questa scelta per i miei figli. Sapevo bene come funzionava il sistema, come molte volte risulta obsoleto, lento nel cambiamento, come spesso non garantiva un apprendimento gioioso (anzi, quasi mai). La stessa motivazione che mi ha portata a dire no al mio lavoro mi ha convinta a dire no alla scuola per i miei figli.

Un rifiuto da entrambi i punti di vista, dunque?

No, non lo definirei rifiuto. Direi piuttosto constatazione. Le nostre necessità di genitori non erano congruenti con un sistema di apprendimento standardizzato. Ci sono bambini e famiglie per cui il sistema scolastico risulta ideale, noi eravamo tra quelle famiglie con particolari esigenze per l’istruzione dei propri figli.

Ci descrive una giornata tipo di “scuola a casa” di lei e i suoi bambini?

È difficile descrivere una giornata tipo. La prima ragione sta nel fatto che noi non replichiamo la scuola. Io non sono la maestra dei miei figli, il mio ruolo è quello di aiutante, supporter, una persona che li sostiene e incoraggia le loro passioni e i loro talenti. Niente di ciò che facciamo è una mera copia del programma ministeriale, scegliendo piuttosto il lavoro a progetto. Il lavoro a progetto prevede la scelta di un argomento, comune o diverso per ciascun bambino, considerando sempre gli interessi e l’età di ciascuno.

Quindi non parliamo in alcun modo di scuola parentale?

Assolutamente no. È un particolare molto importante. La nostra scelta è molto diversa dall’idea di scuola parentale. Mi spiego meglio. Ci sono genitori con stesse esigenze che decidono di creare una scuola, quindi c’è una struttura, un insegnante, vincoli a livello legislativo e tutto ciò che comporta questa attività. In questo caso siamo difronte a scuola libere, democratiche, parentali o alternative. Quando invece parliamo di homeschooling o educazione parentale è la famiglia in primis che decide di soddisfare questo obbligo, dovere e piacere nei confronti dei propri figli. Se nel primo caso abbiamo comunque una scuola, più alternativa e creativa, ma pur sempre paragonabile al sistema scolastico, nell’homeschooling non c’è nessuna delega, è solo la famiglia a prendere in carico la cura dei bambini. Diverso ancora è il discorso delle reti. Educazioneparentale.org è appunto una rete creata appositamente per famiglie che fanno homeschooling e ci permette di organizzare eventi, gite, attività culturali, in media una volta a settimana, in cui bambini e genitori possono incontrarsi e confrontarsi.

Proprio a proposito della necessità di confronto. Ho letto molto sulla questione della socializzazione e ho notato argomentazioni di tutto rispetto. Eppure, prima o poi i bambini entreranno a far parte del mondo del lavoro e lì, bene o male, tutto segue l’impostazione scolastica (competizione, formazione, sviluppo di carriera). Non pensa che a quel punto i suoi figli potrebbero avere difficoltà a confrontarsi con gli altri?

I miei figli in realtà hanno già un posto all’interno della società (e non sono relegati al di fuori come si potrebbe pensare). Coloro che ritengo avere più difficoltà ad entrare in società sono proprio i bambini che seguono il percorso scolastico standardizzato, a cui arrivati ai diciotto anni viene chiesto loro di diventare improvvisamente adulti. Gli homeschoolers, grazie alla loro educazione alternativa, non affrontano questo passaggio di “entrata in società” ma crescono e si inseriscono gradualmente all’interno della società stessa. Un esempio? Mio figlio ha 11 anni ed ha superato qualche mese fa le audizioni della Scala di Milano. Un ambiente estremamente duro, selettivo e competitivo in cui però si è integrato perfettamente, come tutti gli altri selezionati.

Un genitore è naturalmente portata a proteggere ed ovattare il mondo di suo figlio. È vero che molte volte la scuola può essere un ambiente malsano e negativo, ma non crede che i bambini abbiano anche bisogno di entrare a contatto sin da subito con la realtà, pur brutta che sia?

Sono una mamma di cinque figli e ti posso assicurare che qualsiasi genitore, nonostante conduca una vita normale e faccia da buon esempio, anche se volesse preservare i propri bambini mettendoli sotto la cosiddetta “campana di vetro”, non potrebbe farlo in alcun modo. Il bambino che conduce la vita ideale, senza influenze negative, non esiste. Gli homeschoolers non sono ragazzi che vivono avvolti nel cotone, anzi, spesso sono molto più coinvolti degli altri bambini all’interno della società, quella reale e multideterminata. Ai bambini che vanno a scuola viene riproposta sempre la stessa realtà, stessa aula, stesse insegnanti, stessi compagni di età più o meno uguale, seguono sempre gli stessi metodi e programmi. Il bambino che non segue questo percorso, almeno per quanto riguarda i miei figli, ha la possibilità di viaggiare, di fare attività in cui sono coinvolte persone di qualunque ceto ed età. Un homeschooler entra ogni giorno a diretto contatto con la società, anche negli aspetti più negativi: mia figlia, semplicemente giocando al parco, ha purtroppo conosciuto il bullismo e le sue conseguenze. Si tratta di problematiche che non esistono solo a scuola. Sinceramente, volendo rispondere alla provocazione secondo cui gli homeschoolers saranno cittadini incapaci di inserirsi nella società, mi auguro che i miei figli non si inseriscano mai nella realtà odierna. Io non voglio pecore, voglio innovatori, persone capaci di cambiare questa società che ormai è sbagliata su troppi fronti. Spero sinceramente di essere parte attiva nel suo cambiamento. E più di farlo attraverso i miei figli non saprei davvero come riuscirci.

E se fossero i bambini che chiedessero “Perché il mio amichetto va a scuola ed io no”, se volessero esprimere in prima persona il desiderio di andare a scuola, come dovrebbe rispondere un genitore? Non ha mai pensato che, una volta grandi, i suoi figli possano rimproverarla di questa scelta?

Ecco, questo è un punto che bisogna chiarire fin da subito. Innanzitutto l’educazione parentale si sceglie di anno in anno e ogni volta, prima di comunicarlo alla dirigenza, viene fatta una scelta pienamente comunitaria, non si tratta di una scelta fatta dai genitori per i figli, ma di una scelta approvata e condivisa anche dai figli stessi. Non ci sarebbe alcun problema se esprimessero il desiderio di andare a scuola. Ovviamente ciò modificherebbe completamente il nostro regime famigliare, ma saremmo pronti ad affrontarlo.

Se un genitore che lavora a tempo pieno volesse praticare l’homeschooling dovrebbe rinunciare a priori? Penso che la variabile tempo sia piuttosto importante.

A questo proposito vorrei prima dire una cosa fondamentale. L’educazione parentale non è per tutti. Necessita di genitori estremamente convinti, pronti a rinnovarsi, a crescere insieme ai propri figli e mettersi in gioco. Tornando alla domanda, si, in mancanza di tempo bisogna rinunciare a priori. Mio marito ed io lavoriamo, ma mentre lui deve rispettare orari d’ufficio io ho scelto un lavoro flessibile, gestibile di casa. Scegliendo come priorità il bene dei nostri figli ovviamente abbiamo accettato di metterci in gioco in prima persona. Genitori che escono di casa la mattina alle 8 e rientrano alle 18 non possono far parte del discorso educazione parentale. Poi intorno ai miei figli non ci siamo solo io e mio marito, anche parenti ed amici e tutto il patrimonio artistico e culturale che l’Italia ci offre. Il consiglio che dò sempre a chi vuole iniziare è innanzitutto studiare punto per punto diritti e doveri, quindi la legge stabilita in relazione alla educazione parentale, e poi cercare subito il contatto con altre famiglie e non rimanere soli.

Ho letto anche dell’unschooling, l’apprendimento naturale. Cosa pensa a riguardo? Sembra una soluzione un po’ estrema.

Hai fatto bene a farmi questa domanda ed è giusto nutrire dei dubbi perché l’unschooling è vittima di molti stereotipi, spesso causati da coloro che ne fanno uso. Molti interpretano l’unschooling un po’ alla Rosseau, il bambino che cresce da solo nella natura, senza curarsi di chi e cosa ha attorno. Questo non è l’unschooling, anzi, mi permetterei di dire si tratti di una cosa un po’ selvaggia. La mia definizione di unschooling prevede sempre una leadership genitoriale che però fa gravitare il centro dell’apprendimento intorno al bambino. Mi spiego, il bambino è libero di dirigere il proprio percorso, affiancato sempre da una figura genitoriale che gli indica cosa è giusto e cosa è sbagliato e lo sostiene a livello educativo. Dire “son bambini, facciamoli fare ciò che vogliono” è totalmente sbagliato: bisogna saper quando e come intervenire e quando lasciarli liberi di gestirsi, non in maniera casuale o al contrario troppo invasiva. È una visione dell’educazione molto montessoriana: osservare e intervenire solo nel momento del bisogno. La cosa che distingue l’unschooling è la serenità. Se fatto male c’è caos e infelicità. È questa la chiave di volta per capire se tu genitore stai portando avanti un apprendimento sano o soltanto quello che per te e libertà ma per il bambino è negatività. E non sono rari, purtroppo, bambini non educati, che non sanno vivere in società e non sono in grado di raggiungere i propri scopi. Ma solo perché sono bambini confusi. E la colpa per certo non è la loro. Sono i genitori la chiave di tutto.

Perché nel resto del mondo l’homeschooling è cospicuamente diffusa e in Italia no?

Penso che la causa sia il fatto che se ne sia parlato ancora troppo poco, anche se in realtà è una pratica da sempre esistita, essendo prevista e accolta dalla nostra Costituzione. In Italia vige la convinzione dell’esistenza di una “scuola dell’obbligo”, ma in realtà non è così. Ciò che la legge prevede (art. 34 della Costituzione) è una istruzione obbligatoria. Con internet si sta portando avanti un lavoro di informazione molto fine e ben selezionato che sta avendo grandi risultati, non a caso l’homeschooling ha un trand in aumento costante soprattutto al Nord e nelle Isole (ma stiamo lavorando molto anche nel coinvolgimento del Sud Italia). Questo è determinato anche da una istituzione scolastica sempre più privata delle sue risorse che spinge i genitori a ricercare alternative. Altre volte nasce semplicemente da un’esigenza personale che prescinde dal rapporto con l’istituzione scolastica. È bene chiarire una cosa: scuola ed educazione parentale non sono in competizione. L’homeschooling offre al contrario un esempio di come l’istruzione scolastica potrebbe rinnovarsi.

Come nasce l’idea di ControScuola e di educazione parentale.org?

Ritorniamo a quando il mio figlio aveva cinque anni. Cercai su internet informazioni sull’educazione parentale e mi accorsi che ce n’erano molto poche e nella maggior parte dei casi sbagliate. Da mamma e da insegnante avevo da sempre ricevuto continue lamentela sul sistema scolastico, ma nessuno era a conoscenza dell’esistenza di un’alternativa. Quindi decisi con mio marito di aprire e curare un blog, inizialmente autobiografico, in cui raccontavo la nostra situazione ed esperienza offrendo sempre più informazioni collaudate e verificate, anche con l’aiuto di un avvocato. Da lì è poi nato un libro ed infine il network, un social ma a circuito chiuso, per garantire la giusta privacy, che dà la possibilità di interagire con le altre famiglie e offre un sostegno concreto e fisico (attraverso eventi e meetings) per gli homeschoolers di tutta Italia. Pian piano tutto questo si è trasformato nel mio lavoro, ed è esattamente ciò che auguro ai miei figli e a tutti i bambini del mondo: fare della propria passione e interesse un lavoro.

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