mercoledì, novembre 14

Di Maio e Salvini hanno bisogno di un nemico, eccolo, la Commissione E la Commissione Europea sarà costretta ad aprire una procedura di infrazione nei confronti del Governo italiano E’ quello che il duo Salvini-Di Maio vogliono e perseguono: il ‘pretesto’ per indicare al loro elettorato il ‘nemico’ del ‘nuovo’ che dicono di incarnare

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«Alla parata militare
sputò negli occhi a un innocente,
e quando lui chiese ‘Perché?’,
lui gli rispose ‘Questo è niente
e adesso è ora che io vada’.
E l’innocente lo seguì,
senza le armi lo seguì,
sulla sua cattiva strada» .
(Fabrizio De Andre’, ‘La cattiva strada’)

 Luigi Di Maio non ha dubbi. Sorride; sorride sempre, e non dubita. ‘Sente’ che la forza è con lui; con lui e con l’alleato Matteo Salvini: si sentonoimbattibili. Entrambi sono impegnati in una campagna elettorale che ormai dura da qualche anno. La ‘tappa’, questa volta, sono le elezioni per il Parlamento Europeo: più vicine di quanto si immagini. Sono entrambi impegnati in tour elettorali. Di Maio in queste ore in terra di Basilicata, un tempo feudo del democristianisimo Emilio Colombo (quanta acqua è passata sotto i ponti), poi del centro-sinistra; ora non si sa bene di chi. Il Ministro del Lavoro vaticina la fine dell’Europa, Tempo sei mesi e l’Europa di oggi non ci sarà più: «Ci sarà un terremoto politico a livello europeo e tutte le regole cambieranno. In tutti i Paesi europei, lo vediamo dai sondaggi, sta per accadere quello che è accaduto qui il 4 marzo. Si vedrà con le elezioni europee e questo ci aiuterà».
Denuncia, da parte di Bruxelles, un pregiudizio nei confronti del Governo gialloverde; respinge in modo ca-te-go-ri-co le critiche mosse alla strategia economico-finanziaria elaborata dal Governo: «Il deficit noi ne facciamo un pò, ma lo possiamo ripagare con la crescita, a differenza del passato in cui si faceva il deficit per poi prendere quei soldi e metterli o in qualche bonus elettorale o nelle banche, nei sistemi di lobby. E allora, se il problema è il pregiudizio verso questo Governo non abbiamo speranze, se invece c’è una volontà di dialogare con questo Governo, noi siamo i primi: ci accampiamo a Bruxelles e gli spieghiamo tutto quello che vogliamo fare, gli spieghiamo i fondamentali dell’Italia».
Ecco: Di Maio si accampa’; e spiega ifondamentali’.
Quando avrà piantato il suo wigwam dalle parti del Palazzo dedicato ad Altiero Spinelli, qualcuno, che non si accontenterà di sorrisi e battutelle, a brutto muso ricorderà a Di Maio:
1) La produttività Made in Italy (cioè l’efficienza di un Paese), di fatto è ferma da 15 anni.
2) Compito della politica è distribuire equamente la ricchezza, e consentire che altra se ne produca.
3) Questo significa, come ogni buon padre di famiglia sa bene, che deve esserci un equilibrio tra le entrate e le uscite.
4) Per quel che riguarda lo Stato questo equilibrio viene pesantemente alterato, quando si alimenta, come di fatto propone il trio Conte-Di Maio- Salvini, il debito pubblico. Lo spread non è un complotto di potentati plutocratici e demoniaci speculatori. E’semplicementeil risultato di dichiarazioni e comportamenti dissennati, che spaventano e inquietano gli investitori; e comporta un danno reale di decine di miliardi sotto forma di interessi.
5) Tutto questo è grave; ma molto più grave che Di Maio e la sua allegra banda giallo-verde non lo comprendano.

Di Maio conferma che il Governo non ha intenzione di modificare il quadro macroeconomico previsto nel Documento di Economia e Finanza: «Le previsioni non si fanno sui se, siamo convinti che quello sarà il tasso di crescita e con quella crescita noi riusciremo a ripagare il debito e ad abbassare il deficit. Ci aspettavamo che questa manovra non piacesse a Bruxelles adesso inizia la fase di interlocuzione con la Commissione europea ma deve essere chiaro che indietro non si torna».
Il Governo va avanti, e pazienza se si registra un forte aumento dello spread. «Non c‘è nessun piano B», garantisce Di Maio. «Deve essere chiaro che questo Governo non arretra».
Non si arretra; ma quelle due pagine che bocciano il DEF sono pesanti e non eludibili: il Governo italiano ha fornito numeri che non quadrano; o si provvede o l’Europa sarà costretta a respingerlo. La Commissione Europea non ci gira lo torno: con atto formale indica a Di Maio e Salvini che finanziare in deficit reddito di cittadinanza e flat tax è contrario alle regole del Patto di stabilità:
«Il Def a prima vista sembra costituire una deviazione significativa dal percorso di bilancio indicato dal Consiglio Ue il che è motivo di seria preoccupazione. Chiediamo alle autorità italiane di assicurare che la manovra sia in linea con le regole fiscali comuni», scrivono il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis e il titolare agli Affari economici Pierre Moscovici.
Un vero e proprio ultimatum: entro il 15 ottobre, giorno in cui la legge di bilancio deve essere notificata a Bruxelles, il documento va cambiato. In caso contrario la Commissione boccerà la manovra e aprirà una procedura su debito e deficit.
Ai primi di settembre l’Unione Europea aveva concesso all’Italia uno sconto sul risanamento, facendo sapere che si sarebbe accontentata di un deficit pari all’1,6 per cento del PIL: 9 miliardi in meno di correzione del deficit strutturale da spendere nella finanziaria. Il Governo italiano ha deciso di portare l’indebitamento al 2,4 per cento nel 2019: palese violazione delle regole della moneta unica studiate per tenere a bada il debito pubblico dei partner della zona euro. L’Italia è il terzo Paese più indebitato del mondo, il secondo d’Europa dopo la Grecia, con un livello intorno al 132 per cento del Prodotto interno lordo.

A dar credito al ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria ci sarà una legge finanziaria «coraggiosa e responsabile, in quanto punta alla crescita e al benessere dei cittadini, assicurando… un profilo di riduzione del deficit che passerà dal 2,4 per cento del 2019 al 2,1 per cento del 2020 per chiudere all’1,8 per cento del 2021». Pazienza se numerosi economisti sono perplessi, dinanzi a queste ottimistiche previsioni. Pazienza se il contesto economico internazionale non è favorevole. Pazienza se la Banca Centrale Europea tira i remi del quantitative easing in barca.
Pazienza, sempre, se invece di una manovra economico-finanziaria, sembra un manifesto elettorale a uso, abuso e consumo di Di Maio e di Salvini.
Pazienza…Alla fine della fiera, però, si dovranno pure porre il problema di possibili conseguenze economiche negative della manovra finanziaria messe in campo. Oppure, come accaduto in passato, quello che accadrà ‘domani’ ci penserà chi ci sarà ‘domani’? La differenza è che quel ‘domani’ è molto prossimo, quasi ‘oggi’.

Di Maio e Salvini vogliono rovesciare un equilibrio politico europeo da una parte; costruire un nuovo equilibrio economico italiano dall’altra. Il secondo obiettivo è raggiungibile solo se si consegue il primo. Rappresentano elettorati diversi, ma hanno comuni obiettivi: aumentare l’autonomia decisionale, presupposto per poter realizzare le politiche di spesa necessarie per consolidare consenso ‘interno’.
Le elezioni per il Parlamento Europeo sono, per entrambi, un passaggio di capitale importanza. I ‘sovranisti’ e le componenti euro-scettiche del Partito Popolare Europeo potranno davvero, un giorno, eleggere un Presidente di Commissione sensibile alle loropolitichee sconfiggere l’asse Merkel-Macron.

Per l’attuazione di un simile progetto, serve unnemico’: lo si è individuato nella Commissione Europea. Quest’ultima sarà costretta ad aprire una procedura di infrazione nei confronti del Governo italiano; come abbiamo visto, la legge di bilancio 2019 non prevede una diminuzione, né nominale né strutturale, del rapporto deficit/PIL. E’ quello che il duo Salvini-Di Maio vogliono e perseguono: il pretestoper indicare al loro elettorato ilnemicodelnuovoche dicono di incarnare. Argomento -va riconosciuto- formidabile per la campagna elettorale già in corso, e che vede lo schieramento che si dice ‘europeista’ giocare in ‘difesa’: con tattiche di piccolo cabotaggio e nessun respiro strategico. Si aggiunga poi che la supponenza mostrata in queste ore da Di Maio e da Salvini si spiega anche con il fatto che la Commissione è in ‘scascenza’: l’apertura della procedura, per forza di cose, ha scarsa efficacia pratica.
E’ comunque il ‘nemico’ ideale da additare quale responsabile dei guai sociali ed economici del Paese. Infine un riflesso anche per quello che riguarda i due partiti: in questo modo potranno mettere a tacere le già scarse, flebili voci di dissenso interno.

E gli altri due partiti, Forza Italia e il Partito Democratico?
Per quel che riguarda il partito di Silvio Berlusconi, è il plenipotenziario, Antonio Tajani, che parla. Tenta di rinsaldare il fronte del centro-destra, nel tentativo di riportare la Lega nella sua orbita. Tajani ammonisce Salvini di non dar troppo credito ai sondaggi che lo danno in straripante crescita: «Non facciamoci impressionare. Regalerò a Di Maio e Salvini una foto di Renzi che è passato in poco tempo dal 40 per cento al 15 per cento, quelli non erano sondaggi ma voti veri. L’Italia ha bisogno di Forza Italia».
Tajani non ha torto; del resto sa bene che il primo a far uso dei sondaggi come clava e strumento di propaganda è stato proprio Berlusconi. I risultati dei sondaggi spesso dicono quello che il committente ha interesse sia conosciuto; anche se nel caso di Salvini i risultati demoscopici sono pressochè unanimi, e salvo dimostrazione del contrario, attendibili. Resta comunque difficile da comprendere come si possa, indifferentemente, passare da una coalizione di centro-destra (elezioni politiche) a un ircocervo governativo (l’Esecutivo di Giuseppe Conte), e poi tornare a una coalizione di centro-destra per il Parlamento Europeo. La politica è l’arte dell’(im)possibile, ma qui si esagera.
Se ne rende benissimo conto lo stesso Tajani, che evidentemente in accordo con Berlusconi, si concede più di una stoccata polemica: «La Lega non ha fatto granché per arginare la deriva assistenzialista e statalista del M5S; deriva che il Nord pagherà caro e non aiuta il Sud».  Poi, un guanto di sfida specifico a Salvini: «Forza Italia impedirà che questo Governo faccia della macelleria sociale con il reddito di cittadinanza favorendo mafia, ‘ndrangheta e camorra che gestiscono il lavoro nero in Italia».

Il Partito Democratico, infine. Partito preda di bizantinismi e arabeschi incomprensibili, prigioniero di un cupio dissolvi da cui non si sa liberare.
Giù dimenticata, par distante anni luce, l’invocata ‘U-ni-ta’! U-ni-ta’!’, della manifestazione di domenica scorsa. E’ in corso una partita tutta interna per la conquista della segreteria. Al momento i candidati ufficiali sono due: Nicola Zingaretti, sceso in pista da tempo; può contare sull’appoggio (almeno a parole) di buona parte dell’establishment del partito. Da qualche giorno ‘concorre’ anche Matteo Richetti. E’ ‘quotato’ tra i ‘renziani’, che tuttavia si mostrano molto tiepidi; sono evidentemente consapevoli che non è il candidato ‘forte’ da opporre a Zingaretti. Il candidato che Renzi vorrebbe è Graziano del Rio: che per ora ringrazia, ma declina. E’ comprensibile che non voglia ustionarsi con questa patata bollente. Forse tra un pò verrà fuori un terzo nome, e magari con qualche appeal e possibilità di rivitalizzare quello che è a tutti gli effetti un partito che molti danno in irreversibile coma.
Come andrà a finire, non essendo profeti e neppure figli di profeti, non ci si azzarda a dirlo. Quello che al momento si vede è un PD smarrito, lacerate; chiama la sua ‘base’ a congresso, ma non c’è alcun vero confronto su linee politiche; neppure s’intravedono i tanto invocati ‘nuovi gruppi dirigenti’. Ci sono candidati e gruppi di sostegno dei candidati che si impegnano in quelle che loro stessi chiamano ‘campagna elettorale’. Il Congresso, insomma, si reduce in unacampagna elettoraleper la conquista della leadership del partito, e così si spera di essere e fare da argine a Lega e M5S. Molto miope, come tattica (non parliamo come strategia).
Il segretario ‘reggente’ Maurizio Martina, che non si candiderà, o forse sì, comunque vedremo, alla manifestazione di piazza del Popolo, accorato, a chi lo ascoltava, ha gridato: «Abbiamo capito! Abbiamo capito!». Lui forse sì, chissà; può essere. Che anche gli altri abbiano compreso, sia consentito più di qualche dubbio.

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