sabato, Novembre 27

Di Maio e quella micidiale idea di competenza L'idea, sostenuta da un certo establishment, che anche Giggino, con un po’ di applicazione e qualche oretta presso l'Università telematica, abbia imparato tutto, sia diventato 'competente', è micidiale

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Definire l’establishment non è facile. Nemmeno è facile definire i ‘poteri forti’, a proposito dei quali ci affliggono da anni e anni, tutti i giorni, vari politicanti, ma in particolare i grillini, dei quali ora è fatto divieto anche di inquadrare le scarpe, forse perché potrebbero essere ‘di marca’ e quindi da ‘establishment man’ … tutto in inglese, hai visto mai! Sul merito non entro, perché francamente non so. Quelle cose a me sono sempre sembrate chiacchiere da salotto o da piazza con manifestazione radical-chic. Ma quanto a contenuto e significato, francamente, non mi azzardo a dare definizioni.

Quelle che so, sono due cose. La prima è che dell’establishment fanno parte essenzialmentequelli che comandano‘, ma realmente. Cioè, non i politici, i Presidenti, ecc., ma quelli che li sostengono, per così dire, e li giustificano. Ecco, mi direte, non vuoi dire la cosa importante, e cioè che l’establishment è quello che ‘sta dietro’ alla politica e ai politicanti, e li determina e li indirizza. Sono, insomma, i pescecani di Bertolt Brecht, i ricchi ebrei di altri tempi, i banchieri (genìa misteriosa, a onore del vero), oggi ‘Big Pharma’ (altro mito dell’era moderna), eccetera. E dunque non vado oltre.
Ma, la seconda cosa che so, è semplice ed evidente, molto semplice e molto evidente. In qualche modo, contorto quanto volete, l’establishment dispone di certi mezzi di comunicazione, in maniera che accedere ad essi, o meglio, esserepresi in mano‘ e ‘coccolati’ da essi, equivale ad essere stati ammessi al club dell’establishment.
In questo momento, l’establishment così inteso è impersonato, anche un po’ troppo platealmente, da due organi di stampa (e non solo, ma parlo dei principali). Uno, un po’ ‘allegro’ e scapestrato, dall’apparenza sbarazzina, l’altro, sussiegoso e perfino pesante. Essereassuntida essi è come dicevo, entrare nel club, come avere superato l’esame. Che poi ciò abbia o meno un prezzo, nel senso che l’ammessopoi debba comportarsi di conseguenza, è un altro discorso, anche se ragionevolmente possibile.

Gli organi di stampa cui mi riferisco sono ovvi. Ma non parlo di loro, ma di un ‘ammesso’ al desco dell’establishment. Mi riferisco al lunghissimo articolo di qualche giorno fa su ‘Huffington post‘ (del gruppo agnellidi, per intenderci) su, notate bene, su Luigi Di Maio, Giggino per capirci, non più, titolava il giornale, ‘brutto anatroccolo‘ (‘Di Maio e la Farnesina, metamorfosi del ‘brutto anatroccolo’‘). E ora vediamo perché.
Ma prima una critica al ‘brutto anatroccolo’:
titolo, sia chiaro, scelto apposta per sottolineare la crescita del personaggio ma anche il modo affettuoso con cui è stato guardato finora. Eh no. Brutto anatroccolo proprio no, anche se capisco il perché di quella scelta. Se c’è una cosa che ha sempre caratterizzato Giggino, è stata proprio la sua abitudine sempre e comunque di essere, come diremmo a Napoli, ‘alliccatino’, sempre inappuntabile, con il vestito blu stretto stretto, la cravatta bella, sempre ordinato e pulitino. Anche sulla neve, lo ricordate con Dibba? bella giacca a vento accollata, perfino a Strasburgo a parlare delle marchette di Macron. E quindi dargli del brutto anatroccolo è un messaggio molto chiaro. Dice, insomma, di affezione paternalistica, dice che dopo un periodo di apprendimento, o meglio di addestramento, oggi viene portato al pranzo di gala.

Con una citazione, sottilmente allusiva, ma proprio per questo demenziale, di sue -di Di Maio- frequentazioni (suppongo saltuarie, molto saltuarie) di una sedicente Università telematica ricca di riferimenti in inglese, di nome Link campus University, sul cui sito alla voce ‘chi siamo’ non compare nulla e i nomi dei docenti sono ignoti, almeno a me. Ma non è questo che importa, nemmeno che vi sia un corso di Giurisprudenza dello sport quinquennale (!), ma il fatto che si intenda, appunto, alludere ad un acculturamento dell’ex brutto anatroccolo. Cosa, che, francamente, mi pare difficile, visto che non saprei dove trovi il tempo. L’unica cosa certa è che, almeno per ora, la piena padronanza della lingua italiana non mi pare che la possegga: ma si farà! Non dubito, per carità, che Di Maio faccia anche qualche piccolo sforzo per cercare di capire ciò che fa, ma di studiare non credo che ne abbia il tempo e la voglia.
F
atta questa allusione, l’articolo si diffonde ampiamente sulle performance meravigliose dell’anatroccolo al Ministero degli Esteri, attraverso risposte a domande rivolte a diplomatici vari, rigorosamente ignoti. Dalle quali risulta che il ragazzo cresce, impara. Ma specialmente che legge i dossier e li firma perfino, si lascia guidare dai diplomatici della Farnesina, signora Elisabetta Belloni in testa, Segretario Generale del Ministero. Anzi, nel recente incontro con Tony Blinken (forse qualcuno ricorderà che io parlai di brividi nella schiena) pare che abbia familiarizzato assai, tanto che l’incontro è durato più del previsto.


Va bene, direte, ce l’hai con Di Maio e vuoi sminuirlo. Per carità, sbagliato, sbagliatissimo.
Ce l’ho con il sistema che immagina quell’articolo da cui stilla ptialina a fiumi, e non solo, anzi, non tanto da parte del giornalista. Ce l’ho con l’idea, intendo, che la competenza si acquisti facilmente. Con l’idea che anche Giggino, che a stento ha finito le scuole, con un po’ di applicazione e qualche oretta alla link-campus, abbia imparato tutto, sia diventatocompetente‘.
No, proprio no, questo è inaccettabile. Questa è l’idea di cultura e dinoidi cui parlavo ieri a proposito di Enrico Letta, che diventa capo di un corso all’Università per meriti noti a lui solo, o Giggino che diventa Di Maio ‘in english’ perché legge i dossier e li firma addirittura e talvolta entra nel complesso di Pio V (mi pare che lì sia!) dove, immagino, si imbeve di sapere.
È la stessa logicadevastante del Ministro Bianchi della Pubblica Istruzione, che con superficialità e indifferenza a cosa significhi cultura e sapere, discetta del nuovo esame di maturità, realizzato attraverso uno scritto di ciascun studente discusso con i professori: «una vera prova di maturità» … e come no. E’ il trionfo di Google. L’ho detto e lo ripeto: l’idea andrebbe pure bene, ma se fosse al termine di anni in cui si è fatto questo, di ricerche serie e vere. Così è una semplice buffonata.

Il punto è -lo scrivo perché devo, anche se con disperazione- che cultura e competenza significano studio, applicazione, approfondimento, fatica … sissignore, fatica.
Troppo comodo e micidiale diffondere l’idea che tanto a prepararsi si fa presto, basta solo un po’, anche superficialmente: siamo tutti buoni ad acquisire competenze e capacità conseguenti.
Forse è vero per l’establishment di cuiHuffington Post fa parte e che promuove, perallevareanatroccoli, che sappiano abbastanza da non fare danni e non disturbare il manovratore … eh sì, lo so, cado anche io nella trappola di immaginare il manovratore, ma certe volte è impossibile evitarlo.

A Napoli si dice ‘nessuno nasce imparato’, sottilissimo: perché vuol dire che non solo devi tu studiare e lavorare, ma devi anche trovare chi ti insegni, devi, cioè, avere l’umiltà di imparare e trovare uno che sappia insegnare.
Ma sono parole al vento … con Google si fa qualunque cosa.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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