martedì, ottobre 23

Di Maio è di parola: ogni promessa è debito E il PD riesce portare la gente in piazza, con Martina che grida 'vergogna' all’indirizzo di Di Maio, ma finita la manifestazione restano le divisioni

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Riconosciamolo: il vice-presidente del Consiglio, nonchè Ministro del Lavoro Luigi Di Maio, è uomo d’onore. In campagna elettorale aveva solennemente assicurato:  «Ogni promessa è debito». Ora che è al Governo tutti possono verificare che mantiene la parola data.
Fuor di battuta, e al di là delle stravaganze come l’affacciarsi dal balcone di palazzo Chigi con aria festosa e trionfante, a riportarci con i piedi per terra provvede un economista rigoroso e spigoloso come Carlo Cottarelli: «Non esistono Paesi avanzati come il nostro che abbiano ottenuto persistenti riduzioni nel tempo del rapporto debito pubblico-Pil, aumentando solo il deficit». Ora si può scrollare le spalle, come fa l’altro vice-presidente del Consiglio (nonchè Ministro dell’Interno, nonchè leader della Lega), Matteo Salvini; si può dire: «me ne frego» di quello che obietterà Bruxelles. Si può teorizzare confortato dal Ministro per gli Affari Europei Paolo Savona che si punta  «a una crescita dell’1,6 per cento nel 2019… L’anno in corso dovrebbe registrare una crescita reale dell’1,5 per cento e le previsioni di consenso per il 2019 sono nell’ordine dell’1 per cento».  Si può anche dar credito a quanto ‘suggeriscono’ le solite ‘fonti di palazzo Chigi’, che il Governo intende raggiungere una crescita del 3 per cento entro il 2021 (come non lo si e’ ancora compreso bene: forse si confida, come fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in padre Pio; o ci si affida, come fa Di Maio, a San Gennaro).
Fatto è che Cottarelli, evidentemente meno spirituale e più, ‘terreno’ avverte che «partendo da questo livello di deficit e un debito che si riduce di un punto all’anno, come sostenuto dal Ministro dell’Economia Tria, restiamo esposti a qualunque shock dall’esterno che rischia di mandarci in recessione, facendo di conseguenza salire il rapporto tra debito pubblico e Pil e, a quel punto, lo spread non lo fermerebbe più nessuno».
Questa la situazione nuda e cruda che nessuna balconata e nessun artificio mediatico può scalfire ed esorcizzare.

Appaiono cosi’ più che giustificate lesferzate del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: un monito, un allarme che ci si augura non resti inascoltato. Il capo dello Stato, a stretto giro di posta (il Consiglio dei Ministri ha appena finite di approvare la nota di aggiustamento al Documento di  Economia e Finanza, con quello che è, ‘semplicemente’ un surreale Bilancio dello Stato) ricorda che la Costituzione «rappresenta la base e la garanzia della nostra libertà, della nostra democrazia»; ha cura di ricordare l’articolo 97: «dispone che occorre assicurare l’equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito pubblico». Scandisce: «Questo per tutelare i risparmi dei nostri concittadini, le risorse per le famiglie e per le imprese, per difendere le pensioni, per rendere possibili interventi sociali concreti ed efficaci». E infine, inequivocabile: «Avere conti pubblici solidi e in ordine è una condizione indispensabile di sicurezza sociale, soprattutto per i giovani e per il loro futuro».
Altro che l’enfatica «Abbiamo abolito la povertà» di Di Maio. Non fa presagire nulla di buono l’arroganza che traspare dalle parole di Salvini, «Se a Bruxelles mi dicono che non lo posso fare me ne frego e lo faccio lo stesso». E’ avvilente questo continuo parlare in prima persona, questo ossessionante e ossessivoio‘, con il presidente del Consiglio Conte che si limita ad assentire e chinare il capo. Non è davvero un bel modo di passare alla storia, neppure quella spicciola, recitare, come nella filastrocca di Giuseppe Giusti, il ruolo di ‘Re Travicello‘ («…Un popolo pieno / di tante fortune, / può farne a meno / del senso commune./ Che popolo ammodo, / che Principe sodo, / che santo modello / un Re Travicello»).

Una situazione che dovrebbe fare la felicita’ di una forza di opposizione: la stessa maggioranza di Governo le offre straordinarie ‘armi’ politiche per sfiancanti colpi ai fianchi e micidiali uppercut. Una forza politica che non sia il Partito Democratico: a quanto pare specializzato nel perdere quasi sempre, capace di apparire sconfitto le rare volte che vince.
Il PD si è dato appuntamento a piazza del Popolo a Roma, per quella che –dati i tempi–  è stata una manifestazione di buon successo. Sia pure organizzati con appositi pullman non è facile convincere alcune decine di migliaia di persone, una domenica di sole a scendere in piazza a fianco, e a sostegno, di un partito smarrito, alla ricerca di una ragion d’essere.
La piazza questa volta è gremita, gran sventolio di bandiere del PD e dell’Unione Europea. Buon segno, quest’ultimo. Dalla folla assiepata, rivolto a tutti i dirigenti del partito, e’ partito un coro:  «U-ni-tà, u-ni-tà». E nello striscione srotolato in prima fila, si legge:  «Tante idee, una voce». L’invito è rivolto a Maurizio Martina e a Matteo Renzi, a Nicola Zingaretti e a Paolo Gentiloni… e a tutti gli altri: Andrea OrlandoDario FranceschiniMarco Minniti, Carlo CalendaGraziano DelrioAndrea MarcucciMatteo Orfini
Una festa, come di vecchi compagni di scuola che si ritrovano dopo vent’anni; ecco Renzi che abbraccia il composto Gentiloni; poi vede Zingaretti, e smentisce di averlo definite ‘inadeguato’.
Lo stato maggiore del PD evita discussioni e polemicheRenzi punta contro la «deriva venezuelana» del Governo, Zingaretti invita chi scommette sul fallimento a «rimettere lo champagne in frigo». Martina, appassionato, urla: «vergogna» all’indirizzo di Di Maio, ironizza su Conte («passa dall’essere avvocato del popolo ad avvocato del suo portavoce»). Urla ‘Lega ladrona‘, rinfaccia a Salvini la storia dei 49 milioni che secondo i giudici la Lega deve restituire; stronca la manovraUna truffa, dentro c’è solo il conto da pagare»), dice che il Ministro Danilo Toninelli  «dovrebbe andare a casa subito», accusa M5s di avere «sigillato il patto Salvini-Berlusconi, altro che cambiamento».
Peccato solo sia mancato anche un solo riferimento alla funzione delicate e difficile che il Presidente della Repubblica cerca, in solitudine, di svolgere in difesa delle prerogative costituzionali, dinanzi a stravaganti teorie economiche di Ministri e membri del Governo, che ‘giocano’ con deficit, debito pubblico, crescita ed altre amenità, quasi si trattasse di una partita di Monopoli o di Zio d’America.
A quanti il 4 marzo scorso hanno negate il voto e la fiducia al PD, Martina si rivolge dicendo che la lezione la si è  capita. Si promette «unità, meno arroganza, più impegno, più ascolto. Un partito di strada, perché da lì non sbagli mai… Serve un nuovo Pd per una nuova sinistra, di alternativa. Ma, lo dico senza arroganza, senza il Pd non ci sarà una nuova sinistra in questo Paese».
E ora, passata la festa, riavvolte le bandiere, smontati i gazebo, ognuno tornato alla sua ‘base’? Ora restano (ci si poteva illudere che no?), le divisioni, i contrasti, le diverse ‘visioni’, le ambizioni degli uni non conciliabili con quelle degli altri. L’unico ‘cemento’ del PD sembra essere la denuncia di quello che senza mezzi termini viene definite ‘il Governo dell’odio’. Non è  sufficiente, non basta. Non è solo su questa parola d’ordine che si può costruire un qualcosa di alternativo e di attraente.
Indicativo che mentre Martina dal palco parla, Renzi sia a ‘colloquio’ con I giornalisti: «Contro questa destra credo sia importante tenere tutti insieme, da Tsipras a Macron». Tony Blair e Barack Obama non sono piu’ di moda, ora si guarda a Parigi e ad Atene; fra qualche giorno si aggiungerà, magari, una terza ‘figurina’, Madrid. Si continua, insomma, a inseguire l’erba dei Giardini vicini, ritenendola, da buoni provinciali, la migliore.
Per il momento, la situazione del PD e’ riassumibile in quei versi essenziali degli ‘Ossi di sepia‘ che Eugenio Montale scrisse in un altro contest: «…Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, / si’ qualche storta sillaba e secca come un ramo. / Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che siamo, ciò che non vogliamo».

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