mercoledì, Ottobre 20

Di diritti basilari e credibilità field_506ffb1d3dbe2

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Romano-Prodi

Bruxelles– Questa settimana si è concluso l’anno dedicato ai cittadini europei in vista della prossima tornata elettorale del 2014. E’ stato un anno denso di avvenimenti allo scopo di avvicinare i cittadini ancora di più alle istituzioni. Gli avvenimenti legati alla crisi e lo scetticismo dilagante hanno messo in risalto il vero problema: l’allontanarsi dai diritti fondamentali che i cittadini europei hanno acquisito negli anni e che sono stati sanciti nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea firmata a Nizza nel 2011 dall’allora Presidente della Commissione Romano Prodi.  

L’attuale inviato speciale per le Nazioni Unite per il Sahel (nello specifico, per il conflitto che ha interessato il Mali), durante una conferenza sui diritti dei cittadini europei, si è interrogato se invece di accentuare sulla crisi e dare adito a ulteriori polemiche provenienti dai partiti antieuropeisti, che, potranno essere il fattore travolgente della prossima tornata elettorale, non si ritorni a parlare dei diritti che l’Unione ha faticosamente costruito durante questi decenni e che grazie ad alcune istituzioni (prima tra tutte La Corte di Giustizia dell’Unione Europea) si sono affermati spingendo le altre istituzioni ad aprirsi sempre di più ad un modello dove i paesi membri dell’Unione Europea devono integrare la legislazione comunitaria e quella nazionale.  

L’euroscetticismo fa male ai diritti perché ripropone un modello di gestione degli affari europei che annulla le istituzioni e garantisce agli stati di gestire le politiche principali basandosi soprattutto sulla paura dell’altro (anche europeo).  Secondo l’attuale inviato dell’ONU «Come afferma anche Guy Verhofstadt» Europarlamentare del gruppo ALDE (Alliance of Liberals and Democrats for Europe) «La crisi europea è politica, anzi istituzionale tanto che sono prevalsi gestioni dell’austerità da parte di alcuni paesi rispetto ad altri e ciò ha portato a continue tensione che hanno fatto solo bene ai partiti che non credono nel progetto europeo».

Infatti, la preoccupazione del professore è che sebbene le istituzioni temano moltissimo le prossime elezioni, non si concentrano sul tema dei diritti e sul problema della distanza che i cittadini hanno ormai dalla politica europea che spesso è il risultato della sfiducia delle classi dirigenti nazionali. «L’enorme forza dell’euroscetticismo ha la sua antitesi nell’europeismo. Saranno i partiti europeisti che vinceranno solo se faranno attenzione a rimettere al centro del dibattito i diritti e non solo le politiche di austerità. I diritti economici acquisiti dai cittadini europei, ad, esempio, sono stati messi in forte discussione».

L’ex Presidente del Consiglio, ad esempio, non è d’accordo con l’eliminazione del patto di stabilità, anche se il suo uso in questi anni è stato qualche volta, come egli stesso ha detto ‘stupido’. Il patto di stabilità deve essere elastico e utilizzato per la crescita. L’Europa è in completa deflazione. Tutto il mondo è in crescita (una media del 3-4%), l’Africa del 5% e la Cina del 7%, mentre solo l’Europa non cresce, come non cresce il paese che ne è considerato il motore, la Germania, che attesta la sua crescita vicino allo zero. Se non si riparte dal ribadire i diritti economici, non si può far niente perché «Nulla si riforma in un sistema che arretra».

La stessa business community tedesca comprende quello che accadendo, «L’unica forza della Germania, che non si traduce però in crescita, è essere un punto di aggregazione di un cluster economico europeo. La politica di rigore che ha imposto al resto dell’Europa e alla Commissione ha un effetto di rimbalzo anche sull’economia nazionale. Ma non è solo colpa di Angela Merkel: ormai in Europa è l’opinion poll che conta e i leaders si comportano come se fossero in perenne osservazione da parte dei propri elettori: quindi spingono per soluzioni nazionali che proteggano il proprio paese anche a discapito dell’intera unione. Di conseguenza il politico europeo ha un orizzonte molto limitato e questo orizzonte si chiama elezioni nazional.

Queste elezioni, che in un Paese come l’Italia posso avvenire anche con scadenza più ravvicinata, non permettono di dare una visione più europea delle politiche nazionali. La crisi economica che ha trascinato con se quella del mercato del lavoro ed un allargamento della forbice tra ricchezza e povertà, ha anche impoverito politicamente il panorama europeo. Le politiche nazionali del welfare, ad esempio, hanno virato sul modello americano, lasciando stare quello tipico europeo che le disparità le attenua. Il Professore ricorda come in Cina si sia sentito chiedere da una platea stupita il perché l’Europa, considerata baluardo dei diritti sociali abbia iniziato a guardare agli Stati Uniti. La sua risposta è sempre la stessa: «Questa crisi ha annullato i diritti basilari e i governi vedendo i parametri europei solo in un’ottica soffocante e restrittiva hanno stretto le maglie sul benessere della comunità. Questi atteggiamenti di chiusura si riflettono anche sulle politiche di immigrazione che sono considerate un problema anche per governi di diversa posizione politica. Francia e Gran Bretagna stanno pensando di porre un tetto anche per gli immigrati europei. Questa politica di chiusura non serve. Se l’Europa non mette in pratica un controllo nei paesi di origine d’immigrazione con politiche di sviluppo, le barche partiranno lo stesso e i flussi saranno destinati ad aumentare»

Ma il fattore fondamentale, che rende rigide le politiche europee, è un’incapacità di imporsi da parte dell’Unione nei rapporti con gli altri attori internazionali. Quindi il problema resta politico sia nella gestione dell’Europa a 28 membri sia nella gestione dei rapporti internazionali. La gestione interna riguarda la salvaguardia dei diritti acquisiti e la possibilità di ripartire ripensando anche a come è stata amministrata la crisi.  Le istituzioni europee devono riproporre, per le prossima tornata elettorale, che determinerà anche un cambiamento radicale della composizione della Commissione, il ritorno ai diritti sanciti ‘nero su bianco ’a Nizza, cioè quelli di dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza e giustizia che spesso in questi anni non hanno avuto un sostegno necessario attraverso politiche adeguate per affermarli. Diritti che non riesco ad essere affermati nemmeno nelle azioni esterne dell’Unione.

«L’incapacità di essere d’accordo tra 28 paesi, ci rende deboli e poco ascoltati dal resto del mondo. Per questo bisogna ripartire dai diritti e superare la prova delle elezioni del 2014 più europeisti di prima. Bisogna essere credibili. All’Ucraina, ad esempio, che era pronta ad avvicinarsi all’UE, è stato risposto con un ‘forse’, mentre altri attori hanno dettato le proprie condizioni e il governo ucraino ha cambiato immediatamente la sua decisione». Per l’ex Presidente della Commissione Europea, l’Unione potrà avere un peso maggiore solo se troverà un’unità di azione e riscoprirà il valore dei diritti che ha faticosamente conquistato nel processo di integrazione.

 

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