lunedì, Settembre 27

Dhaka, le elezioni finiscono nel sangue field_506ffb1d3dbe2

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Diciotto morti, centinaia di feriti, aggressioni tra militanti di opposte fazioni e scontri con la polizia. Duecento seggi elettorali presi d’assalto;  strade, ponti e perfino canali bloccati da manifestanti spesso armati. Quello che si è presentato al calar della notte del 5 gennaio in Bangladesh più che uno scenario da elezioni assomiglia a quello di una guerra civile, e per certi versi ne sembra un inquietante preludio.

Il voto che avrebbe dovuto rinnovare il parlamento di Dhaka è da mesi un braccio di ferro tra il governo dell’Awami League di Sheik Hasina e l’opposizione del Bangladesh National Party di Khaleda Zia e dei partiti integralisti islamici. La riforma costituzionale approvata lo scorso novembre dall’esecutivo in carica ha infatti abolito la fine obbligatoria della legislatura prima delle consultazioni, e l’affidamento ad un governo ad interim della gestione delle elezioni. La norma, in vigore fin dalla metà degli anni ’90, era considerata una garanzia contro i brogli elettorali e le manipolazioni elettorali, divenute praticamente la norma durante i governi para-militari negli anni ’70 e ’80. L’abolizione di tale norma ha fatto letteralmente esplodere l’opposizione al governo di Hasina, accusato di autoritarismo e pratiche anti-democratiche.

La tensione attorno a questa contro-riforma ha tirato la volata ad una dura protesta montante già da mesi attorno alle politiche del governo Hasina. In particolar modo, l’abolizione dell’interim elettorale è succeduto al calo della scure di Dhaka contro personalità dell’opposizione accusate di complicità con il Pakistan in crimini di guerra durante la guerra di indipendenza del 1971. Dal marzo al novembre 2013 ben sette leader religiosi o appartenenti al Bangladesh Jamaat-e-islami (il partito islamico) sono stati condannati a morte o all’ergastolo, ed alla sbarra in attesa di giudizio vi sono anche due passati leader del BNP di Zia.

Anche se i crimini contestati ai leader islamisti erano gravissimi, l’unione di tali provvedimenti con le misure elettorali di Hasina ha rafforzato la sensazione che l’Awami League stesse letteralmente emarginando l’opposizione nell’anno precedente le elezioni. Contro il governo in carica si è così unito un vasto fronte unito e pericolosamente variegato che ha organizzato scioperi e manifestazioni degenerate ben presto in violenze e saccheggi.

I militanti del BNP non hanno infatti saputo o voluto distinguersi da quelli delle organizzazioni islamiste radicali, e gli scontri di piazza con la polizia ed i sostenitori del governo sono presto divenute un pretesto anche per aggressioni contro le comunità induiste e cristiane. Impossibilitata a separare fazioni violente da quelle pacifiche, la polizia ed i militari hanno usato a loro volta la mano pesante, spesso aprendo il fuoco contro i dimostranti.

La rottura definitiva si è però consumata tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, quando il BNP, seguito da altri 18 partiti che avevano partecipato agli scioperi generali, ha proclamato la volontà di boicottare integralmente le elezioni parlamentari di gennaio. L’isolamento del Governo si è fatto totale il 4 dicembre, quando ad aderire al boicottaggio è giunto anche il Jatiya Party guidato da Hussain Mohammed Ershad, ex Primo Ministro durante i governi militari degli anni ’80 e inizialmente sostenitore del governo di Hasina.

 Il giorno seguente, Ershad ha rilasciato via telefono una dura dichiarazione di accusa contro il governo ai quotidiani locali, asserendo che la polizia aveva circondato la sua residenza e messo praticamente l’ex Premier agli arresti domiciliari. Una condizione non ufficializzata da nessun atto formale che però è stata rilanciata anche da Khaleda Zia, ma la cui paternità è stata decisamente negata dal governo. Ershad ha però infine rinunciato al boicottaggio permettendo ai propri parlamentari di candidarsi nelle liste di circoscrizione.

L’esecutivo si è mostrato completamente ostile a qualunque dialogo coi manifestanti, che hanno proseguito le proteste. Il 28 dicembre le opposizioni riunite hanno rinnovato sia l’invito ad uno sciopero generale permanente che il totale boicottaggio delle elezioni.

Il 5 gennaio le consultazioni elettorali si sono risolte dunque in poco più che una farsa. L’Awami League ha conquistato automaticamente 232 seggi sui 300 in ballo per il rinnovo, ma nella maggior parte dei casi (127) la vittoria è stata semplicemente di default poiché in molte circoscrizioni elettorali il candidato del BNP non si era nemmeno registrato. Nei 105 rimanenti vinti, il partito di governo si scontrava solo con i candidati del Jatiya, risultato vincitore di soli 34 seggi.  Contro il suo ex partner di governo ed altre formazioni assolutamente minori, nei seggi effettivamente disputati senza i candidati del BNP non c’era praticamente partita. Ma con appena il 22% di affluenza, le elezioni parlamentari sono risultate quindi un fallimento pressoché totale, e l’annuncio della vittoria da parte di Hasina e del suo staff è risultato poco meno che farsesco. Soprattutto se si considera che il voto era già talmente invalidato che gli osservatori dell’OCSE e della UE hanno lasciato il Paese già negli ultimi giorni del 2013.

Ancora una volta, però, se il governo Hasina ha rimediato un fallimento clamoroso, l’opposizione conservatrice/islamista, che ora non canta vittoria, non è riuscita affatto a contenere le proprie azioni di protesta in un contesto legalitario, come dimostrato dall’entità dei danni e delle vittime dei disordini. Sono in molti infatti ad accusare il BNP di non essere riuscito tanto a boicottare le elezioni tramite il consenso, bensì usando la violenza dei militanti islamisti – e spesso anche dei propri- per scoraggiare i cittadini ad andare a votare.

 I 200 seggi elettorali assaliti con la violenza o addirittura bruciati sembrano avvallare in parte questa accusa. Ma ancor più inquietanti sono i dati sull’astensionismo registratosi nelle comunità di villaggio induiste e cristiane, giunta al 90-95%: segno che i cittadini bengalesi di queste minoranze hanno evidentemente disertato le urne per la sola paura di ritorsioni. Al tempo stesso, il blocco delle già precarie vie di comunicazione del Paese rischia di mettere in ginocchio la fragile economia bengalese, colpendo le esportazioni dei lavorati grezzi in cotone che costituiscono l’80% dell’export nazionale.

La Costituzione prevede ora il 26 aprile come termine ultimo per poter ripetere le consultazioni elettorali, come probabilmente è destinato a verificarsi. Le alternative sarebbero ormai poche e molto più pericolose: un golpe militare, come già avvenuto in circostanza analoghe nel 2006-07, o lo sprofondare definitivo del popoloso Paese nel caos.

 

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