domenica, Settembre 19

Deportati in vacanza Affollati nei luoghi trendly, assediati dai problemi di sempre e, in più...

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sabaudia

 

Ieri era San Lorenzo: #siamostatisereni (e puntuali rispetto agli ukase del Premier) e, esitata in prima lettura una distraente riforma deformante del Senato, col teatrino di baci & abbracci fra destra e sinistra, tutti insieme appassionatamente, affrontiamo questa prima domenica da ferie ‘vere’, sciamando, com’è di tradizione, molti fra i mari, meno fra i monti.

Si diffonde la voce che in città rimarrà molta più gente, ma potrebbe essere una diceria, per gettare fumo negli occhi agli autori delle supposte sorprese governative di settembre, consistenti in un blitz di prelievo forzoso dai conti correnti.

Il volto del Ministro Pier Carlo Padoan sembra quasi un’involontaria confessione, recando impresse nelle guance, sempre più segnate, le prove di una macerazione interiore dipendente dalle parole per dirlo: «Cari italiani, si è aperta una falla da tappare e non basta la previsione dell’aumento del prezzo delle sigarette o altri surplus di contorno. Aggiungete un buco alla cinghia e stringete… Altrimenti, naufraghiamo e non possiamo neppure incaricare Schettino come coach antipanico».

E’ pensando a quel viso scolpito nel disagio che son partita per concedermi i due giorni di vacanza che ho raggranellato per quest’anno, ospite di un’amica carissima e generosa.

E se la mia meta aveva un certo fascino, Sabaudia, perché chi la nomina pensa agli habituées di un medio jet set, Totti compreso, e al generone romano che frequenta il litorale pontino da vari decenni  -e io ho dentro ancora le stimmate della lettura del romanzo di Antonio Pennacchi Canale Mussolini’, per non subire il fascino del campanile del Municipio locale-   l’osservatrice di costume non può esimersi dal contrappunto fatto delle impressioni di contorno.

Da brava nouveau pauvre, afflitta, peraltro, dalla propria allergia alla guida, l’unica spes per raggiungere la meta era la COTRAL, la linea di trasporti pubblici extraurbani laziali, talvolta citata nelle cronache in relazione allo stato di perenne indigenza in cui versano i suoi conti.

Armatami di spirito esplorativo, abitando, per avventura, all’opposto del capolinea della stazione Metro Laurentina, dove fa capolinea il bus per Sabaudia, ed essendo afflitta da idiosincrasia per la metropolitana, aggravata anche dalle notizie di cronaca delle scorribande rom dentro e fuori i vagoni, ho cambiato un paio di bus e sono giunta alla mia prima destinazione: la stazione di partenza per gli autobus verso varie località laziali.

Prima preoccupazione è stata quella di procurarmi il titolo di viaggio, meglio conosciuto come biglietto.

Ho subito adocchiato un luogo contrassegnato come biglietteria, dove tre signori in divisa colloquiavano fra loro e son parsi quasi infastiditi dall’interruzione.

Una volta accontentatami, credevano di poter riprendere la loro dissertazione, consistente in quei discorsi nullafacenti che mi capita tante volte di captare anche al capolinea di Piazza Mancini, fra i dipendenti dell’ATAC, ma io sono ingorda, che ci volete fare, e ho osato aggiungere un improvvido interrogativo: “A che ora parte il bus?
Il loro sguardo infastidito si è indirizzato fulminante su di me e uno di loro ha risposto: “Non sappiamo gli orari“.
Proprio non avendo voglia di baccagliare   -tanto trovano sempre il modo per avere ragione loro-   e ho preferito recedere, adocchiando, all’altro capo del grande slargo da cui partivano i bus, un secondo casotto dove vedevo un assembramento di camicie azzurre.
Lì, abbagliando il secondo gruppo di Cotral…ini con sorrisi mielosi e toni ocheschi, sono finalmente riuscita a rassicurarmi sull’orario di partenza, corrispondente a quello riportato sul web (non sempre avviene) e a conoscere il marciapiede di partenza.

Dopo una colazione a un chiosco pagata con lo stesso prezzario adottato da Doney a via Veneto, ho guadagnato la corsia giusta, nel frattempo alluvionatasi di un plotone di venditori di chincaglierie, tutti probabilmente sotto paga di qualche caporaletto, di quelli che si dividono le nostre spiagge usando i disperati approdati in Italia e giunti col miraggio di una nuova vita e della fuga dalle condizioni miserrime nelle terre africane d’origine.  Il risultato è che fanno egualmente la fame, stavolta lontani da casa, dopo essersi salvati dalla Lotteria di diventare pasto per i pesci del Mediterraneo.

L’entrata nel bus è stato un pigia pigia da assalto dei pirati della Malesia e, se non ci fosse stato un signore gentile, che ha conservato un posto a me e al mio valigino, mi sarei sciroppata un’ora e mezza in piedi, pigiata fra Mamies in costumi tradizionali multicolori, accucciate su fagotti straripanti mercanzie di abbigliamento, le stesse che avrebbero cercato, con scarsa fortuna, di vendere sulle spiagge del litorale.

L’atmosfera d’accoglienza a casa della mia amica, per quanto festosa e di sincera cordialità, non riusciva a cancellare un fatto avvenuto un paio di giorni prima: una razzia selettiva di ladruncoli da villeggiatura che vi si erano recati come se fossero in boutique, appropriandosi dei capi firmati e scartando quelli anonimi, scarpe Hogan, maglie di Armani e persino un set da manicure.
Anche il computer su cui avevamo raccolto una serie di documenti di lavoro era sparito e i miei amici erano reduci da 48 ore assai stressanti, in cui avevano dovuto dividersi fra la denuncia del furto subito, che si cumulava ad episodi – fotocopia avvenuti nel circondario, tali da intasare il lavoro delle Forze dell’Ordine, il nuovo rilascio dei documenti, comprese carte di credito e patenti, e la spesa svenante per procurarsi come coprirsi e non passare una vacanza in perizoma.

Queste scorrerie barbariche ai danni di inermi villeggianti si assommano a quelle degli omologhi dei malviventi marini, i topi d’appartamento urbani, che approfittano dell’assenza vacanziera per fare razzie ancor più lucrose.
Ho insinuato il dubbio nella mia amica che, in qualche mercatino di vintage, si sarebbe potuta imbattere nei suoi costumini tanto carini carpitile dai ladruncoli o nel Kway Paul & Shark di suo marito.
Ormai, la crisi rende appetibili anche i capi di abbigliamento usati e nella massa c’è il guadagno, essendo il tutto a costo zero, salvo la scarica di adrenalina del saccheggio.

Un’ordalia estiva che pare un rito; così come è un rito quella muraglia umana di gente incostumata  -e molta, scostumata-  che saltella sulla sabbia bollente in direzione del mare, fortunatamente pulito e a temperatura brodo.

Guardo con distacco un grandangolo della spiaggia di Sabaudia e penso all’umanità impazzita, colpevole di  una scia di cadaveri, spesso di bambini, in focolai di guerre senza senso che punteggiano il pianeta. Un contrasto stridente, insensato.

Mi lavo i piedi dalla sabbia rimasta attaccata e vorrei che un metaforico getto d’acqua liberasse l’umanità dalle sue manie di autodistruzione.

Mi rendo conto di essere piombata in una palude d’utopia buonista… resa ancora più farisea da una posizione di privilegiata cittadina della parte ‘giusta’ del pianeta.

E un’ombra di consapevolezza mi eclissa il sole.    

 

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