venerdì, Aprile 23

Depenalizzazione: una goccia nel mare field_506ffb1d3dbe2

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La domanda è secca, non consente di ciurlare nel manico: Ministro, chiede puntuto ‘Il Foglio‘, è finita l’emergenza giustizia? Il Ministro della Giustizia Andrea Orlando non si sottrae: «Su molti aspetti l’emergenza non c’è più. Cito due casi. Il primo riguarda il tema della custodia cautelare, a proposito di ingranaggi che rendono possibile il processo mediatico, il secondo riguarda il sovraffollamento carcerario. Nel giro di due anni siamo passati da 11.500 persone in attesa di primo giudizio, in custodia cautelare, a circa 8.500 in attesa di giudizio. Sono numeri che si possono ancora migliorare ma sono numeri che si spiegano grazie a una serie di riforme che Governo e Parlamento hanno fatto in materia di custodia cautelare».

Le carceri: «Nel 2012, a fronte di una capienza carceraria di circa 47 mila unità, vi era una popolazione carceraria che ammontava a circa 65 mila unità. Quattro anni dopo, una capienza leggermente superiore, pari a circa 50 mila unità, siamo arrivati ad avere 52 mila detenuti: abbiamo portato da 20 mila a 40 mila le pene eseguite all’esterno del carcere, e l’emergenza non c’è più».

Orlando poi riconosce che c’è ancora molto da lavorare sulle modalità dell’esecuzione della pena, sulla finalità riabilitativa. Assicura di non avere preclusioni ideologiche per quel che riguarda l’indulto, ma ci tiene a chiarire che se l’indulto lo si invoca per «questioni legate al sovraffollamento oggi possiamo dire che quel tema non esiste più».

Il Ministro Orlando sa bene che con questa risposta in buona misura elude la questione che già due anni fa posta dal Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano nell’unico, solenne, messaggio inviato al Parlamento: quella dell’obbligo di una riforma complessiva della Giustizia per far uscire lo Stato italiano dalla condizione di illegalità certificata da decine di condanne da parte delle giurisdizioni nazionali e internazionali. Riforme che necessariamente richiedono tempo, per essere realizzate con scienza e coscienza; per questo, secondo Napolitano erano necessari provvedimenti di indulto e amnistia. Indulto per decongestionare la situazione nelle carceri; amnistia persgomberarele scrivanie dei magistrati da migliaia di fascicoli relativi a provvedimenti destinati inevitabilmente ad andare al macero per via della prescrizione. Con la differenza che l’amnistia consentirebbe di almeno regolare una situazione che oggi è allo stato brado, è un’amnistia di fatto indiscriminata e incontrollata, affidata, al massimo, al buon senso delle procure; e mille esempi di cronaca documentano che non sempre questo buon senso c’è (per non parlare del ‘senso buono’).

Ad ogni modo, una risposta al Ministro Orlando viene da un’accurata inchiesta de ‘Il Sole 24 Ore‘:  «Una goccia nel mare degli oltre tre milioni di cause penali pendenti e delle altrettante che ogni anno arrivano in tribunale. L’effetto delle nuove misure di depenalizzazione saranno contenuti». Questa, in sintesi, la conclusione dell’inchiesta. Effetti limitati, comunque non immediati. E’ una depenalizzazione a metà, dicono concordi i magistrati, perplessi per il fatto che nelpacchetto‘ dei provvedimenti non rientri la depenalizzazione del reato di clandestinità; a parte la discutibile legittimità (è sanzionabile il ‘fare’, non ‘l’essere’), si tratta di un reato, commenta Alberto Candi, reggente della Procura Generale di Bologna «completamente inutile e molto dispendioso».

Quanto alle carceri, se da una parte la situazione in generale presenta i miglioramenti citati dal Ministro, per avere un quadro più esaustivo, bisogna anche scendere al dettaglio.
Lombardia, per esempio: il sovraffollamento registrato è del 27 per cento, circa cinque volte più grave della media nazionale. Dove la capienza è di 220 detenuti al massimo, come a Como, ce ne sono stipati 400; è l’83 per cento in più della regolamentare capienza. Se i posti disponibili nelle diciotto carceri lombarde è di poco più di 6.000 posti e i detenuti sono 1.700, qualcosa non va: 397 detenuti invece che 239 a Vigevano; 604 detenuti invece che 403 a Monza; 536 detenuti invece che 330 a Bergamo; e così a Brescia (60 per cento in più), Lodi e a Busto Arsizio (44 per cento in più), 41 per cento in più a Opera; 30 per cento a Brescia; 15 per cento a Cremona; e così via. Per trovare una situazione ottimale occorre andare nel carcere di Bollate: 1.096 detenuti per 1.242 posti disponibili; ma non durerà molto, è da credere.

Ma c’è anche un ‘altro’ carcere possibile. Bisogna andare a Napoli. Una delegazione guidata dal radicale Emilio Quintieri e composta da avvocati dell’associazione Giuristi Vesuviani, dopo aver compiuto un’ispezione nei penitenziari di Poggioreale e Secondigliano, dà atto dell’impegno dei direttori degli istituti di pena di perseguire risultati importanti e significativi:  «Abbiamo visitato i reparti di media e alta sorveglianza e devo riconoscere che la situazione registrata è decisamente migliore rispetto al passato».
Sono 1.928 i detenuti reclusi nella Casa circondariale di Poggioreale (a fronte dei 3.000 dell’ultimo censimento), che da fine mese potranno usufruire anche di nuove attività sportive. Si tratta di palestre in fase di allestimento previste per ogni reparto di ogni padiglione. In due casi, i padiglioni ‘Livorno’ e ‘Firenze’, le palestre sono già attive grazie a una donazione effettuata dalla Chiesa Valdese. Quanto al regime detentivo a circa 500 reclusi è concessa la modalità di ‘regime aperto’: celle con porte spalancate fino a sera. Il problema del sovraffollamento, però, si registra anche qui: a Poggioreale, a fronte di una capienza regolamentare di 1.640 posti, sono ristretti 1.928 detenuti; a Secondigliano, la capienza è di 897 posti; i detenuti sono 1.303.

Ospedali Psichiatrici Giudiziari, per finire. La Federazione dei Collegi degli Infermieri (IPSAVI), lancia l’allarme; in sostanza si sentono mandati allo sbaraglio nelle Residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria (REMS).
Barbara Mangiacavalli, Presidente della Federazione denuncia che «i nostri professionisti sono di fatto mandati allo sbaraglio, senza formazione specifica né tutele contrattuali o di legge che prevedano misure preventive e cautelative del danno». Eppure, aggiunge, «su di loro, come sui medici al lavoro nelle REMS, ricade la massima parte del lavoro di assistenza». Le Aziende sanitarie, spiega, «hanno reclutato nuovo personale, non tutte però hanno provveduto a formarlo. Si tratta soprattutto di infermieri e altri operatori alla prima esperienza lavorativa o privi di esperienza in ambito psichiatrico e penitenziario. Infatti molte Regioni e aziende pur di rispettare la tempistica dettata dalle norme hanno disatteso quanto indicato dal decreto, che già prevedeva l’obbligo formativo da parte delle Asl con il supporto del ministero della Giustizia, per il personale dedicato per le REMS». Le tutele quindi mancano perché mancherebbe una formazione adeguata ma anche un contratto che le preveda: «Con il passaggio dall’amministrazione penitenziaria al servizio sanitario nazionale dell’assistenza agli ex internati, è stato messo tutto nelle mani del personale del servizio sanitario che nel suo contratto collettivo non ha alcuna previsione per questo tipo di casistica». Va cambiata, dice Mangiacavalli «la formazione, oggi ancora legata a vecchi schemi che non permettono di attuare quel nuovo modello di organizzazione manageriale e clinica proprio di situazioni patologiche gravi emergenti e di cronicità».
Se ne dovrà riparlare.

 

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