domenica, Giugno 13

Democrazia sindacale, norme in tribunale field_506ffb1d3dbe2

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Democrazia sindacale

Le nuove regole della rappresentanza sindacale finiranno in tribunale. Il Forum Diritti/Lavoro e il sindacato Usb chiederanno alla magistratura di annullare quanto meno in parte il Testo unico sulla rappresentanza firmato il 10 gennaio dai leader delle tre grandi confederazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, e di Confindustria, principale organizzazione rappresentativa delle imprese manifatturiere e di servizi. Secondo il Forum e Usb l’accordo penalizza i sindacati contrari ad esso e minoritari con norme non conformi alla Costituzione, violando princìpi stabiliti dalla Corte costituzionale in una recente sentenza. L’intesa ha già creato forti tensioni nella Cgil, perché la Fiom si è opposta.

La Cgil ha celebrato l’accordo come l’affermazione della dignità del lavoro, dei diritti sindacali e del potere di scelta dei lavoratori, e ha pubblicato sul suo sito il parere favorevole di un avvocato costituzionalista. Di diverso avviso il giuslavorista del Forum Diritti/Lavoro Carlo Guglielmi, relatore del seminario pubblico sul Testo unico tenutosi a Roma il 25 febbraio al quale hanno partecipato costituzionalisti, giuslavoristi, avvocati del lavoro e sindacalisti. Lo stesso Guglielmi ha annunciato in quella sede l’iniziativa giudiziaria contro l’intesa.

Il Testo unico sulla rappresentanza sindacale è il regolamento attuativo di due intese precedenti, l’accordo interconfederale sulle regole della Contrattazione (28 giugno 2011) e il protocollo d’intesa sulle regole della Rappresentanza (31 maggio 2013). Il documento è composto da quattro parti (vedi box allegato). La prima fissa come si misura e certifica il grado di rappresentanza di un sindacato a livello nazionale e aziendale, ai fini della contrattazione collettiva nazionale di categoria. La seconda regolamenta le rappresentanze in azienda. La terza stabilisce i criteri in base a cui un sindacato è ammesso alle trattative per i contratti collettivi nazionali di categoria (che assicurano trattamenti economici e normativi comuni a tutti i lavoratori dei rispettivi settori in Italia) e aziendali, e i criteri in base a cui i contratti collettivi nazionali e i contratti aziendali sono efficaci. La quarta, infine, è dedicata a prevenire e sanzionare eventuali azioni di contrasto “di ogni natura” finalizzate a compromettere il regolare svolgimento dei processi negoziali, e a garantire l’esigibilità e l’efficacia dei contratti, sia collettivi nazionali sia aziendali. Chiudono le clausole transitorie e finali, che istituiscono in via transitoria un collegio arbitrale per i comportamenti non conformi agli accordi e una Commissione interconfederale permanente per favorire e monitorare l’attuazione dell’accordo e garantirne l’esigibilità.

La firma dell’accordo ha provocato forti tensioni nella Cgil, perché la Fiom (il sindacato Cgil dei metalmeccanici) si è schierata contro. Il 13 gennaio il segretario generale di quest’ultima, Maurizio Landini, ha chiesto per lettera alla leader della Confederazione Susanna Camusso di sospendere la firma della Cgil all’accordo in attesa di una consultazione fra gli iscritti il cui pronunciamento è vincolante e previsto dallo stesso statuto del sindacato. L’intesa ha contenuti «mai discussi in nessun organismo dirigente della nostra organizzazione», ha scritto Landini, secondo il quale si è arrivati a un nuovo accordo rispetto a quello del maggio 2013 (secondo la Cgil non lo è). La Fiom lamenta in particolare le sanzioni e l’arbitrato interconfederale ed elementi che «di fatto limitano le libertà sindacali anche in contrasto con la recente sentenza della Corte costituzionale sulla Fiat».

Secondo la Cgil invece il Testo unico è «l’affermazione della dignità del lavoro, dei diritti sindacali, del potere di scelta e di decisione delle lavoratrici e dei lavoratori» e realizza due sue richieste storiche: la riconquista della centralità del contratto nazionale e del diritto alla contrattazione aziendale, affidando al voto dei lavoratori il giudizio definitivo sui contratti, e la definizione di criteri per la certificazione della rappresentanza dei sindacati. A febbraio un gruppo di delegati della Confederazione ha lanciato una raccolta di firme per chiedere che le nuove regole siano estese anche ai lavoratori non regolati in quanto né afferenti a Confindustria né dipendenti del pubblico impiego, 13 milioni su 22 milioni di lavoratori in Italia secondo la Cgil.

Il 23 gennaio la Cgil ha presentato i contenuti dell’accordo anche in un fumetto e il 10 febbraio ha pubblicato sul suo sito il parere dell’avvocato costituzionalista Vittorio Angiolini, secondo il quale l’intesa è conforme alla Costituzione. Non tutti la pensano così, però, e il 25 febbraio a Roma costituzionalisti, giuslavoristi, avvocati del lavoro e sindacalisti hanno discusso la questione nel seminario pubblico ‘Testo unico sulla rappresentanza: monopolio o democrazia sindacale?’, promosso dall’Associazione per la Democrazia Costituzionale, dall’Associazione per i diritti sociali e di cittadinanza e dal Forum Diritti/Lavoro. Nel suo intervento il relatore del seminario, il giuslavorista del Forum Diritti/Lavoro Carlo Guglielmi, ha annunciato che il Forum e il sindacato Usb chiederanno alla magistratura di annullare le parti dell’accordo considerate non conformi alla Legge. Già il 23 gennaio il membro dell’esecutivo nazionale di Usb Fabrizio Tomaselli aveva affermato che l’accordo «riduce spazi già limitati di democrazia», è «fortemente discriminatorio nei confronti dei lavoratori che non si riconoscono» in Cgil, Cisl e Uil, e soprattutto «contiene elementi anticostituzionali che non tengono neanche conto dell’ultima sentenza della Corte costituzionale in materia di rappresentanza sindacale».

Si tratta della sentenza 231 del luglio 2013, con la quale la Consulta ha bocciato la decisione della Fiat di escludere la Fiom dalla rappresentanza nella proprie fabbriche e dichiarato incostituzionale il primo comma, lettera b) dell’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori. Nel suo intervento Guglielmi l’ha definita il ‘punto saldo di partenza’ per valutare il Testo unico. La pronuncia, ha ricordato, fissa che un sindacato rappresentativo a livello aziendale ha sempre diritto a partecipare alla trattativa con il datore di lavoro, anche se non ha firmato il contratto collettivo nazionale di settore, e afferma tre divieti in nome di altrettanti articoli della Costituzione: non discriminare i sindacati adeguatamente rappresentativi a livello aziendale (articolo 3); non selezionare i sindacati con cui trattare in base a criteri di consonanza con la controparte datoriale (articolo 2); non stipulare accordi ‘ad excludendum’ (articolo 39). Secondo Guglielmi il Testo unico vìola questi princìpi, e nel suo intervento il giuslavorista ha illustrato i punti ‘più inaccettabili’ dell’accordo.

Primo, il Testo unico limiterebbe la partecipazione alla trattativa per i contratti nazionali ai soli sindacati già firmatari, Cgil, Cisl e Uil, perché cita le «Federazioni delle organizzazioni sindacali firmatarie» ma non anche le «organizzazioni che ad esso abbiano formalmente aderito», come invece accade in altri punti. Secondo, l’intesa limiterebbe indebitamente per due ragioni la possibilità di creare Rsa (Rappresentanze sindacali aziendali) per i sindacati che non avendo aderito all’accordo non partecipano alle Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie). La prima ragione è che il Testo impone per la creazione i requisiti da esso definiti per accedere alla negoziazione del contratto collettivo nazionale di lavoro; scambierebbe così la rappresentatività aziendale con quella nazionale, nonostante la pronuncia della Consulta. La seconda è che per creare una Rsa è necessario aver partecipato alla negoziazione del precedente contratto collettivo, e poiché questo contratto dura diversi anni i sindacati che non hanno partecipato devono attendere la nuova trattativa. Inoltre, anche la loro eventuale trasformazione da Rsa a Rsu presenterebbe ostacoli dettati dai sindacati di maggioranza.

Terzo punto: le sanzioni. Secondo Guglielmi l’intera quarta parte del Testo unico, quella che le riguarda, è nulla. I ‘comportamenti attivi od omissivi’ che impediscono l’esigibilità dei contratti collettivi e che questi ultimi devono sanzionare sono di certo, per il giuslavorista, attività in precedenza lecite, perché non avrebbe senso il riferimento ad atti già puniti dalla legge; per Guglielmi i ‘comportamenti’ sono svolgere campagne d’informazione e mobilitazione finalizzate a chiedere la rinegoziazione anticipata di un accordo non gradito, agire in giudizio chiedendo l’annullamento o la disapplicazione di un contratto ritenuto non conforme a leggi e norme sindacali, e scioperare, tutte attività che non è possibile sanzionare. Infine, il quarto punto riguarda le clausole transitorie e finali. Per il giuslavorista anche questa parte del Testo unico è interamente nulla. Il collegio arbitrale previsto dall’accordo sarebbe squilibrato a scapito di chi contesta un contratto a causa delle sue norme di composizione; ad esempio, ha detto l’esponente del Forum Diritti/Lavoro, se Usb contestasse un contratto firmato da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria avrebbe un solo arbitro contro i sette della controparte, ai quali si aggiungerebbe anche il presidente, nominato a maggioranza. Si violerebbe, così, l’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo.

In tribunale, quindi. “Il Codice civile prevede che la nullità possa essere eccepita da chiunque, purché ne abbia interesse. Il soggetto che agirà sara Usb”, ci dice Guglielmi, intervistato al margine del seminario. Diremo al giudice che noi siamo più che disponibili ad aderire all’accordo, ma è inaccettabile che Usb, qualunque consenso effettivo abbia, sia esclusa dalla titolarità negoziale dei contratti collettivi nazionali, e dalla possibilità di fare una Rsa perché la norma ricongiunge la possibilità a quella titolarità”. Al giudice inoltre “diremo che la parte quarta sulle sanzioni e le clausole sull’arbitrato sono nulle per contrasto con gli articoli 21, 24, 39, 40 e 111 della Costituzione”. In caso di accoglimento della richiesta, prosegue Guglielmi, il giudice valuterà se le norme da annullare sono per i firmatari essenziali all’accordo; in questo caso l’intera intesa cadrà e si dovrà rinegoziare. Anche un annullamento parziale andrebbe bene, secondo il giuslavorista: “sarebbe una straordinaria notizia per la democrazia italiana” perché significherebbe avere un calcolo effettivo delle presenze, una disciplina delle Rsu priva della riserva del 33% e un meccanismo di validazione dei contratti collettivi nazionali da parte degli interessati successivamente alla loro stipula, ma non avere “quei meccanismi che impediscono di fatto l’effettiva democraticità del percorso decisionale e portano all’abdicazione unilaterale al diritto del conflitto”.

Ma perché i sindacati firmatari hanno accettato questo accordo, se è davvero così difettoso? “È come chiedersi perché il Parlamento non riesce ad approvare certe buone leggi”, risponde Guglielmi, secondo il quale Confindustria, Cgil, Cisl e Uil sono “forze deboli” e per questo si chiudono. “Tecnicamente è un trust, un accordo con il quale alcuni soggetti s’impegnano a negoziare solo fra loro, una distorsione sempre ritenuta nulla in passato”. È un’intesa contro i sindacati minori, quindi? “Confindustria, Cgil Cisl e Uil sono sempre più deboli -ribadisce il giuslavorista- e si tratta di una grandissima torta su cui vivono decine di migliaia di funzionari”. Il baricentro dei sindacati negli ultimi 40 anni si è spostato dai lavoratori al sindacato dei quadri, precisa, e ‘blindarsi’ è un modo per garantirsi un mercato dalle dimensioni spaventose, partite da milioni di euro. Una ‘blindatura’ di una “maggioranza relativa, perché si riferisce solo ai lavoratori sindacalizzati, che fra l’altro in alcuni settori sono una parte piccola del totale”.

È stato detto e scritto che il sindacato in Italia non è più rappresentativo, o addirittura morto. Secondo Guglielmi l’Italia vive un “paradosso tragico” fra il bisogno estremo di sindacato e il fatto che tutti gli indicatori (lavoro nero, retribuzioni, morti sul lavoro) mostrano una Penisola indietro sui diritti dei lavoratori rispetto agli altri Paesi nonostante il numero più elevato di sindacalizzati. Per contrastare il fenomeno è necessario rovesciare lo status quo, dice il giuslavorista: i diritti di organizzarsi a tutela dei propri interessi nel lavoro non sono delle organizzazioni sindacali ma delle persone che vogliono esercitarli, anche se certo la battaglia sindacale ha bisogno di soggetti organizzati e di leggi che li sostengano. “Si deve invertire la piramide esistente partendo dalle esigenze di ciascuno e i sindacati si devono sforzare di offrire un servizio a tutto tondo ai lavoratori – conclude Guglielmi – Serve una svolta metropolitana per ricongiungere i pezzi in cui il mondo sindacale è frantumato”.

 

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