giovedì, Dicembre 2

Democrazia diretta: è la strada giusta? Con Luigi Bobbio analizziamo le criticità di questo modello

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Quale potrebbe essere un modello ideale di democrazia?

La soluzione a mio parere sarebbe quella di una democrazia deliberativa, in cui le persone, nell’ambito di una sfera pubblica libera, con mezzi d’informazione e incontri pubblici tra cittadini, possano discutere sul merito e farsi un’idea. Questo distingue una democrazia da una non-democrazia.

Non voglio dire che i referendum non si debbano fare. In certi casi possono essere utili quando il tema è chiaro così come le implicazioni. Ma tra le tornate referendarie che abbiamo avuto in Italia negli ultimi cinquant’anni ce ne sono state pochissime con queste caratteristiche.

È un problema d’informazione quindi quello della democrazia diretta?

Anche ma non solo. La questione qui sta nel doversi esporre agli argomenti degli altri. Le preferenze non andrebbero contate, come si fa nei referendum, ma andrebbero formate attraverso la creazione di un luogo di dibattito  pubblico in cui la gente possa anche cambiare idea. È l’esposizione agli argomenti che conta.

Un sistema di democrazia deliberativa confluirebbe comunque nella rappresentanza parlamentare?

Sarebbe folle eliminare la rappresentanza, ma il problema è quello di capire cosa c’è dietro. È la qualità del dibattito pubblico che distingue una democrazia buona da una cattiva. Si può avere un gruppo ristretto di rappresentanti che decide a propria discrezione, quindi un’oligarchia, oppure un gruppo di persone che decidono questioni che vengono trattate, discusse e approfondite, e questa è tutta un’altra cosa. Il problema è che la maggior parte delle decisioni che prendono i nostri rappresentanti sono discusse pochissimo.

Il governo italiano ha deciso notte tempo di mettere una clausola per rinviare la regolamentazione dei taxi senza discuterne con nessuno. Per forza poi ci si trova tutti i taxisti in piazza. Bisogna discuterne con le parti in causa.

Abbiamo un enorme bisogno di discutere nel merito le questioni, con i loro pro e contro, trovando soluzioni condivise e anche innovative.

Crede che questa mancanza di confronto abbia caratterizzato il modo in cui siamo arrivati al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso?

È chiarissimo. Il governo Renzi non è nemmeno stato ad ascoltare le obiezioni che gli venivano fatte, partorendo una riforma che per molti versi non andava bene perché non ha ascoltato nessuno. Il problema era quello di decidere in fretta, ma se si ha tanta fretta per poi farsi bocciare le riforme allora tanto vale non farle.

Il ragionamento era “sono trent’anni che si discute delle riforme”, ma allora vorrebbe dire che per decenni c’è stato un dibattito pubblico che ha elaborato delle proposte da cui partire. Invece hanno improvvisato un Senato abbastanza assurdo perché in realtà non sono stati a sentire nessuno.

Si vuole una sanzione sacra a quello che si propone e si cerca di provocarla nel popolo, ma questa è una cosa che non ha nulla a che fare con la democrazia. Quando si vota per un referendum su cosa si vota in realtà? Non lo sa nessuno perché dipende da che domande si fanno e dal momento in cui vengono poste.

Ciò che è sicuro è che quasi sempre non si vota sul tema affrontato nel referendum. E a quel punto il voto diventa più un atto di fede che altro.

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