sabato, Maggio 15

Della Felicità Se saremo tutti più felici non lo so, ma più umani sicuramente si. Può bastarci?

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La felicità. E’ forse la chimerica sirena che ognuno di noi insegue per tutta la vita. Questo forsennato inseguimento,  per alcune brevi fasi, ottiene anche il suo coronamento, ma nel volgere di poco, per cause superiori alla nostra volontà, come una saponetta profumata ci sfugge dalle mani.  Ci rimane solo l’intenso ricordo di quella agognata e già dispersa condizione.

Quella appena tratteggiata, penso sia un’esperienza che ha vissuto chiunque. La sensazione di assenza, di difficile raggiungimento di essa. Di quello stato che una volta raggiunto, il buon senso, ci induce  a vivere con uno spiccato senso di condizione  precaria Queste sono coordinate minime da  considerarsi  per inquadrare il fenomeno del quale stiamo trattando. La felicità, come naturale che sia, nella storia dell’uomo, avendone esso teorizzato l’esistenza e la possibilità di ottenimento, è stata da sempre al centro di riflessioni filosofiche, teologiche e, negli ultimi due secoli psicologiche. Il concetto, e gli svariati tentativi, di dare una definizione a questo sentire, hanno accompagnato le varie stagioni dell’uomo.

Considerato l’elemento, di storicizzazione di questo “anelito”, dobbiamo prendere atto del come esso sia stato differentemente definito nelle varie epoche e, nelle differenti comunità umane di riferimento. Non siamo certo noi in grado, ne tantomeno questa è la finalità dell’articolo, di fare un trattato sulla “Storia della felicità”. Cosa per altro che darebbe spunto a una serie di analisi e considerazioni complessive, che se dovutamente svolte,, porterebbero necessariamente riflessioni di tutto riguardo. Ci limiteremo a prendere in considerazione alcuni spunti, maturati nella Civiltà Occidentale, per evidenziare alcuni modi di approccio a questo sentire, con le alterazioni che questo sentimento, a mio modo di vedere, ha subito nel corso del tempo. Fino a quelle deformazioni di esso, toccate nella contemporaneità.

Molto interessante ad esempio, è il considerare se la felicità sia un sentimento la cui ricerca di ottenimento riguardi solo la sfera individuale e personale, o se esso afferisca anche alla sfera pubblica. In tal senso più di una Nazione ha previsto di inserire nella propria Costituzione il Diritto per i suoi cittadini alla felicità. Elemento, che assume ancora maggiore peso se inserito, non nella Costituzione degli Stati Uniti, come comunemente si ritiene, ma nella sua Dichiarazione d’Indipendenza. Aver collocato in atti fondativi di tale rilevanza, la configurazione del “diritto alla felicità”, colloca il fulcro di esso da questione privata a questione pubblica. Credo però, che sarebbe più corretto parlare della missione di cui sono investiti gli Stati, sia quella di dare risposte e soddisfazione a esigenze primarie, della vita dei suoi cittadini. La felicità, penso investa più piani, dai quali  sono imprescindibili quelli di valutazione personale. Ma le parole, sono dei bastimenti, che possono essere caricate di qualsiasi mercanzia a seconda dei luoghi e dei tempi dove devono essere sbarcate. Ad esempio, il filosofo greco Epicuro, aveva prestato attenzione con il suo ingegno alla tematica.  In una lettera al suo amico Menico, approfondiva, secondo il suo punto di vista l’analisi degli elementi costitutivi della “felicità” in : naturali e necessari, quali cibo, riparo, vestiti, libertà ma anche amicizia. Naturali ma non necessari, quali lusso e abbondanza. Non naturali e non necessari quali fama e potere.

Chiaramente  la casistica indicata dal filosofo, fa rientrare la felicità nell’ottenimento di soddisfazioni private. Per quanto riguarda noi contemporanei, ho l’impressione che ci sia ben poco, da poter trovare spunti, non dico di felicità, ma di semplice serenità, dalle rovine della vita pubblica, dalle quali siamo quotidianamente bersagliati. Ho l’impressione che il disfacimento della tenuta etica e morale pubblica, non possa fare a meno di confrontarsi specularmente con quelle private. Penso che il grande momento di crisi, che si è andato inesorabilente accetuando, nel secolo appena trascorso, sul concetto stesso di “felicità”, e la sua possibilità di realizzazione, sia dovuto alla esasperazione della seconda e terza casistica, individuata fin dall’antichità da Epicuro. Naturali ma non necessari, lusso e abbondanza, non necessri e non naturali, quali fama, oggi si direbbe successo e potere. Il distacco, che si è andato via via, affermando, non dico da qualsiasi dimensione trascendente o religiosa, ma dai sempre più affievoliti barlumi di senso di appartenenza e quindi di concezione di vita comunitaria ispirata da criteri di solidarietà, è purtroppo nozione diffusa. 

Attendersi atteggiamenti differenti da una platea ebbra di aspettative di “io, e mio”, è come minimo da sprovveduti.  La consapevolezza, di un destino comune, pare sia tramontata, tra una smodata aspirazione e l’altra. Non teorizzo certo una società pauperistica, osservo solamente che l’esaltazione di tutti i parametri, e solamente di quelli ascrivibili all’universo dai tratti quasi infantili del “io, e mio”, alla prova della realtà, creano schiere di disillusi e talvolta disperati, rimasti stritolati nel loro amor proprio e nelle condizioni di vita materiale, agognate, ma non realizzate. Sarebbe forse opportuno ritrovare una equa misurazione alle cose, che per quanto si possa fare sempre tali rimangono. Penso proprio che Mister Epicuro, come si dice a Roma ci “ha visto lungo”. Chissà se in uno spasmo di lucidità, riusciamo a vedere il pedaggio in termini di “invidie” e “gelosie” che paghiamo durante il Pellegrinaggio verso la ricerca della felicità. L’affanno della ricerca del raggiungimento di questo momento magico, tratteggiato dai parametri contemporanei è veramente gravoso. Ma forse è tutto più semplicemente umano, di quanto possiamo comunemente pensare. “La vera felicità costa poco. Se è cara non è di buona qualità” Francois-René De Chateaubriand. Che dire? Facciamocene una ragione?  Se saremo tutti più felici non lo so, ma più umani sicuramente si. Può bastarci? 

 

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