sabato, Maggio 8

DEF, banche e prestiti Gli istituti riducono i prestiti, ma l’ABI incolpa il Governo

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 Def banche

Il settore bancario si è subito schierato contro il DEF (Documento di Economia e Finanza) deliberato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 8 aprile. La contesa riguarda l’innalzamento dal 12 al 26 per cento dell’aliquota che le banche dovranno pagare sulle plusvalenze realizzate a seguito della rivalutazione del capitale della Banca d’Italia. Si tratta, quindi, di un incremento di tassazione che colpirà gli istituti di credito che nel 2013 hanno aumentato il valore di bilancio delle quote di capitale della banche centrale. Saranno colpiti soprattutto i due maggiori istituti nazionali (Intesa Sanpaolo e Unicredit), visto che, possedendo la percentuale più ampia del capitale della Banca d’Italia, sono le due banche che più hanno aumentato questa voce del loro bilancio. L’aliquota del 12 per cento da pagare su tali plusvalenze, stabilita nella Legge di Stabilità di fine 2013, avrebbe comportato un pagamento di circa 900 milioni da parte del settore bancario. Poiché essa verrà raddoppiata, anche l’importo che le banche dovranno pagare crescerà di circa un miliardo.

Su questo miliardo in più di tasse che le banche dovranno pagare si è aperto il dibattito. L’ABI (Associazione Bancaria Italiana) è intervenuta sui mass media per criticare aspramente questo provvedimento. Il presidente dell’ABI Antonio Patuelli ha sottolineato che le banche italiane hanno già visto crescere la tassazione nel corso del 2013.

Infatti, il precedente Governo, presieduto da Enrico Letta, aveva aumentato gli acconti IRES e IRAP che le banche dovevano pagare nel 2013, incrementando di circa 1,3 miliardi la tassazione sul sistema bancario. Questo anticipo di tassazione, per giunta, non sarà recuperato dalle banche nel 2014 perché nell’anno in corso è prevista una addizionale IRES una tantum sostanzialmente pari al valore dell’acconto. A questi incrementi di tassazione si è aggiunta, quindi, la revisione dell’aliquota sulle plusvalenze delle quote del capitale della Banca d’Italia.

L’ABI sottolinea che tale incremento di tassazione avrà un impatto negativo sull’economia reale perché le banche avranno un miliardo in meno da prestare a famiglie e imprese. Ne consegue che la scelta del Presidente del Consiglio Matteo Renzi e del Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan di chiedere un sacrificio alle banche si trasformerà, a quanto sostiene l’ABI, in un ulteriore sacrificio per le famiglie e le imprese.

Questa è la disputa tra Governo e banche. I numeri, però, se analizzati in modo ampio e oggettivo, tendono a ridimensionare di molto il malcontento dell’ABI. Alla luce delle considerazioni che verranno di seguito proposte, pare che le banche italiane si stiano soffermando su un dettaglio invece di esaminare la realtà del credito in tutte le sue sfaccettature.

Vediamo quali sono le obiezioni, di sostanza, che si possono opporre alla posizione dell’ABI:

1) In primo luogo è bene ricordare che le banche saranno chiamate a pagare circa un miliardo in più di tasse perché la rivalutazione delle quote della Banca d’Italia ha apportato benefici ai loro bilanci. Quindi, non è un aggravio tout court, ma è una tassa da pagare a seguito di una operazione di sostegno al settore. Inoltre, data la distribuzione non uniforme delle quote della Banca d’Italia, saranno soprattutto Intesa Sanpaolo e Unicredit a dover pagare più tasse, non tutte le banche italiane. Ma Intesa e Unicredit sono anche i due istituti che più si sono giovati dalla rivalutazione delle quote… Inoltre, tale provvedimento ha destato l’interesse della Commissione Europea e dell’ESMA (European Securities and Markets Authority) che stanno indagando sulla natura del decreto perché potrebbe configurarsi come un aiuto di stato alle banche. Protestare perché si paga un’aliquota del 26 per cento su un intervento di sostegno alle banche che potrebbe essere addirittura contro le norme europee è un po’ eccessivo.

Quindi, si può capire l’intervento a difesa dei propri associati, ma l’ABI dovrebbe ricordare che questa richiesta del Governo deriva da un precedente provvedimento a favore degli istituti di credito e il cui impatto positivo è stato più ampio del sacrificio ora richiesto alle banche.

2) Vi è un altro dettaglio importante che l’ABI non ha ricordato. Ad oggi il provvedimento non è ancora stato deliberato e, quindi, se venisse modificata solo l’aliquota le banche non dovrebbero pagare un miliardo in più nel 2014. Infatti, la tassazione sulla plusvalenza derivante dalla rivalutazione delle quote della Banca d’Italia deve essere pagata a partire dal 2014 in tre rate annuali di pari importo. Ciò significa che se con l’aliquota al 12 per cento le banche avrebbero pagato circa 300 milioni l’anno dal 2014 al 2016, ora tale importo sarà raddoppiato a circa 600 milioni annui, sempre per lo stesso triennio. È  un dettaglio non irrilevante, perché significa che l’impatto sui conti delle banche sarà spalmato nel tempo e, quindi, non si verificherà un aggravio di 1 miliardo concentrato sui conti del 2014, come viene indicato dall’ABI. Su questo aspetto si dovrà attendere il decreto del prossimo 18 aprile che dettaglierà le misure del DEF, ma fino ad ora questo intervento prevede che la tassazione venga corrisposta in tre rate annuali di pari importo.

3) Osservando le tabelle contenute nel DEF c’è un’altra voce che l’ABI avrebbe dovuto osservare: ‘Svalutazione e perdite sui crediti ai fini IRES e IRAP‘. Questa voce deriva da un provvedimento, varato nel corso del 2013, che ha accorciato il periodo per dedurre le svalutazioni e le perdite su crediti. In pratica, le banche e le assicurazioni che registrano svalutazioni e perdite su crediti verso clienti hanno adesso la possibilità di dedurre questi valori in quote costanti nell’anno in cui sono contabilizzate e nei quattro successivi, quindi nell’arco di cinque anni. In precedenza questa operazione era possibile nell’arco di diciotto anni, con un effetto molto più diluito sui conti delle banche. Questa innovazione regolamentare aiuterà molto le banche, soprattutto in un periodo di forte crescita delle sofferenze e degli altri crediti problematici.

Nelle tavole del DEF viene indicato con precisione l’impatto di tale misura. Nel 2014 essa produrrà un incremento di entrate per le casse dello Stato pari a 2,6 miliardi compensato in minima parte da minori entrate pari a 410 milioni. Dal 2015 in avanti vi sarà un impatto negativo sulle entrate statali. Ciò significa che dal 2015 banche e assicurazioni cominceranno a risparmiare, cioè a pagare meno tasse grazie ad un maggior deduzione annua delle svalutazioni e delle perdite su crediti. Il risparmio sarà crescente nel tempo e non sarà trascurabile: 635 milioni nel 2015, 1,7 miliardi nel 2016, 2,8 miliardi nel 2017 e 3,8 miliardi nel 2018. Valori che superano di gran lunga il miliardo di maggior tassazione sulle plusvalenze delle quote di Bankitalia. Inoltre, questi risparmi saranno strutturali, mentre la tassazione sulle plusvalenze Bankitalia è una misura una tantum.

Al fine di fornire un’informazione corretta, è bene ricordare che in altri Paesi la deducibilità di queste perdite è fatta in minor tempo rispetto a quello che prevede l’attuale normativa italiana, a tutto vantaggio dei sistemi bancari esteri. Ciò, però, non riduce l’importanza di questo provvedimento a favore delle banche italiane, aspetto che l’ABI sembra aver dimenticato.

4) Visto che l’ABI collega l’aumento della tassazione di un miliardo ad una pari riduzione del credito è bene osservare-ricordare a che punto è la situazione del credit crunch in Italia. Il sistema bancario nazionale ha ridotto di 80 miliardi il credito erogato alle imprese italiane tra novembre 2011 (valore massimo della serie storica) e febbraio 2014, l’ultimo dato recentemente pubblicato dalla Banca d’Italia. Questa riduzione sarebbe in realtà anche superiore, circa 100 miliardi, se a gennaio 2014 non vi fosse stata una discontinuità statistica nei dati forniti dall’istituto di via Nazionale che ha fatto salire il valore dei prestiti. A questa contrazione si aggiunge una riduzione di circa 20 miliardi nel credito erogato alle famiglie consumatrici e produttrici, sempre nel corso dello stesso arco temporale, tra fine 2011 e febbraio 2014.

Quindi, il sistema bancario ha ridotto di 100 miliardi il finanziamento a imprese e famiglie e l’ABI incolpa il governo perché con l’incremento della tassazione le banche saranno costrette a ridurre i prestiti di 1 miliardo. Non credo che un centesimo di credit crunch in più o in meno (1 miliardo su 100 miliardi) possa cambiare radicalmente la situazione, soprattutto considerando che tra novembre 2011 e gennaio 2014, quindi in 26 mesi, le banche italiane hanno ridotto in media il credito alle imprese di 3,8 miliardi al mese.

5) Per concludere, l’ABI dovrebbe anche occuparsi dell’andamento dei tassi di interesse bancari. Il caso ha voluto che a febbraio 2014, che è sempre l’ultimo mese disponibile nelle serie storiche della Banca d’Italia, il tasso di interesse medio sui nuovi prestiti alle imprese sia stato lo stesso del febbraio 2013, pari al 3,48 per cento. Ciò significa che le banche nel corso degli ultimi dodici mesi hanno sostanzialmente lasciato invariato il tasso a cui prestano fondi al sistema imprenditoriale. Al contempo, il tasso medio sui nuovi prestiti per l’acquisto di abitazioni è stato ridotto di poco più di 3 decimi di punto, dal 3,76 al 3,43 per cento.

Nello stesso periodo di tempo, però, il tasso di riferimento della BCE (Banca Centrale Europea) è sceso dallo 0,75 per cento allo 0,25 per cento, rendendo meno oneroso l’accesso delle banche al finanziamento BCE. Al contempo, la riduzione del tasso BCE ha reso meno costoso anche il famoso prestito a tre anni che le banche attinsero dalla BCE tra fine 2011 e inizio 2012, prestito il cui tasso non era fisso, ma legato al tasso guida BCE. A ciò si aggiunga che, sempre tra febbraio 2013 e febbraio 2014, il tasso sull’emissione di nuove obbligazioni è sceso dal 3,31 al 2,65 per cento, tutti i tassi sui depositi si sono ridotti in modo consistente e i tassi interbancari hanno toccati i livelli minimi dalla nascita dell’Euro. Tutte riduzioni che hanno reso meno costosa la raccolta bancaria.

L’ABI dovrebbe spiegare a imprese e famiglie perché il costo dei prestiti non si è ridotto affatto o si è ridotto in modo molto limitato mentre nello stesso periodo il costo della raccolta bancaria si riduceva con intensità non trascurabile.

Osservando in modo compiuto la situazione, quindi, l’accusa rivolta contro il Governo pare essere sovradimensionata. Le banche riprendano ad erogare credito a imprese e famiglie e lo facciano a tassi ragionevoli, non continuino a scaricare sull’economia reale problemi gestionali e manageriali che poco hanno a che fare con la mera rischiosità del credito. I problemi nella relazione banche-clienti non sono sempre riconducibili al comportamento di imprese e famiglie. Le banche facciano la loro parte, famiglie e imprese hanno già pagato abbastanza i problemi dell’economia, non è giusto che paghino anche le inefficienze bancarie.

 

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