mercoledì, Ottobre 20

Decreto missioni: niente Libia, spopolano le ever green field_506ffbaa4a8d4

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Dall’analisi qualitativa e quantitativa del decreto legge è possibile far emergere alcuni importanti elementi guida per le decisioni di politica militare perseguita da Roma nei prossimi mesi.
Le principali novità si trovano analizzando i teatri operativi (cioè quelle zone in cui opera il contingente italiano) tra cui spiccano Iraq e Libia.
Nel decreto manca completamente la voce inerente alla spedizione militare a protezione della diga di Mosul, dove è già iniziato il dispiegamento del dispositivo italiano che vedrà schierarsi circa 500 soldati della Brigata meccanizzata ‘Aosta’ con blindati e artiglieria.
Un dispositivo che, come si è già detto in alcune precedenti analisi, potrebbe assumere un ruolo sempre più orientato allo scenario combat contro lo Stato Islamico, tesi avvallata dall’arrivo nella zona vicina Erbil di quattro elicotteri d’attacco A129 Mangusta, sulla carta destinati solo a scortare le missioni di recupero feriti in prima linea condotte dagli elicotteri NH-90.
Visto lo schieramento massiccio di mezzi sofisticati, l’arrivo di nuove unità operative e l’implemento dei ruoli che l’Italia si è assunta tra Mosul ed Erbil è normale che il costo della missione irachena sia lievitato considerevolmente dai 200 milioni del 2015 ai 236 milioni del 2016.

Per quanto l’Iraq sia un sorvegliato speciale soprattutto per la presenza molto radicata dello Stato Islamico, l’attesa più grande è sicuramente per il capitolo di spesa dedicato alla Libia.

Nel decreto non si fa cenno alla missione delle forze speciali italiane a tutela dei punti nevralgici, come pozzi petroliferi o porti, decisa dal Governo lo scorso febbraio e nemmeno si accenna allo stanziamento di fondi (normali o straordinari) per l’apertura della missione vera e propria.
Gli sviluppi che ci sono stati nei giorni scorsi a Vienna, in effetti, lasciavano immaginare che nessuna voce di spesa sarebbe stata dedicata al Paese, ma l’approvazione del decreto legge è avvenuta il 29 aprile 2016, quando Governo e Ministro Pinotti sostenevano la prontezza operativa delle truppe italiane.
Uno stanziamento considerevole, quadruplicato dall’anno scorso, arriva in favore delle fragili casse della Marina Militare già schierata davanti alle coste della Tripolitania nell’ambito dell’operazione nazionale ‘Mare Sicuro’. I fondi sono passati dai 24 milioni del 2015 si passa a oltre 90 milioni di euro con questi finanziamenti è prevedibile un maggiore impegno di personale e mezzi capaci di pattugliare la lingua di mare che separa le coste libiche da quelle italiane. Attualmente sono cinque le navi dispiegate in questa missine e poco più di mille gli uomini che vi partecipano, senza considerare la presenza degli incursori di Marina i cui compiti e stanziamenti prevedono riflessioni particolari.

Altro punto su cui è bene soffermarsi è la missione navale EunavorMed/Sophia il cui stanziamento passa da 60 milioni a 70. L’operazione anti-scafisti impegna quasi a tempo pieno la portaerei Cavour, un sommergibile, elicotteri, droni e 620 uomini. Senza dimenticare la missione navale della Nato nel Mediterraneo, Active Endeavour, cui l’Italia partecipa con la fregata missilistica “Bersagliere”, più altri assetti aeronavali su richiesta, e che anche quest’anno costerà una ventina di milioni.
La presenza militare italiana nel Mediterraneo diventa, così, uno dei principali contributi europei per arginare il fenomeno migratorio, una considerazione che andrebbe tenuta di gran conto se ad essa si sommano i fondi necessari (stanziati in un decreto legge diverso) per l’impiego dei militari dell’Esercito e dei Carabinieri nei centri d’accoglienza.

Oltre alla parte navale che come si è visto ha subito un’impennata di spesa, rimangono finanziate le missioni che ormai si definiscono ever green‘.
Confermato l’impegno finanziario per la missione in Afghanistan (180 milioni, solo 5 milioni meno dell’anno scorso), il cui prolungamento è stato deciso su richiesta americana. Il blocco del ritiro dal fronte afgano, dove l’Italia ha circa mille soldati stanziati ad Herat, si protrarrà almeno fino a fine 2016. Un impegno finanziario quello sul fronte afgano che alle casse di Roma costa oltre 300 milioni se si contano anche i costi delle strutture italiane di comando nel Golfo (19 milioni di euro), l’oneroso finanziamento italiano all’Esercito afgano, deciso dal Governo Monti (120 milioni di euro l’anno, fino al 2017), e le spese logistiche di trasporto (buona parte dei 76 milioni di euro stanziati dal decreto per tutte le missioni), il calcolo è presto fatto.
L’Italia da questa missione rifinanziata di fresco sta ottenendo un prestigio internazionale senza precedenti, grandi risultati diplomatici e militari tenendo in debita considerazione che all’inizio della missione  -15 anni fa- l’Esercito si portava dietro una senilità operativa difficile da superare. In molti sostengono che gli oltre 6 miliardi spesi in questi anni siano in realtà un vuoto a perdere, investimenti senza ritorni evidenti in termini economici e diplomatici.
I dati e le stime parlano diversamente però, le strutture italiane inaugurate sono funzionanti e attive, scuole ed ospedali così come almeno due orfanotrofi danno istruzione e sicurezza a diverse centinaia di bambini che rappresentano il futuro del Paese.

Le altre missioni rifinanziate dal decreto sono quella ONU in Libano, con 155 milioni, 1100 uomini dispiegati e l’impegno ad assistere il governo libanese nell’esercizio della propria sovranità e a garantire la sicurezza dei propri confini. E poi: la missione in Kosovo (80 milioni, 550 uomini), anti-pirateria nell’Oceano Indiano (28 milioni con un una nave e 180 uomini), Somalia (25 milioni con 110 uomini), Albania (5,8 milioni con 48 uomini), Palestina (3 milioni con 45 uomini), Mali (3 milioni con 30 uomini), Baltico (1 milione per sorveglianza aerea in funzione anti-russa), Bosnia (0,3 milioni con 5 uomini).

Si registra un drastico calo dei fondi destinati alla cooperazione internazionale.
Il decreto taglia i fondi alla cooperazione internazionale che ha lo scopo di migliorare le condizioni di vita della popolazione e dei rifugiati e di sostenere la ricostruzione civile in favore moltissimi Paesi disagiati dall’Afghanistan al Myanmar, passando per Pakistan e Siria. Lo scorso hanno gli stanziamenti sono stati di 106,5 milioni mentre quest’anno si attestano intorno ai 90 milioni. Uno dei motivi principali che giustificherebbero questo taglio è l’implementazione di diverse centinaia di milioni da destinarsi alla missione in assoluta più costosa: la lotta al Califfato.
Per la proroga della partecipazione dei militari italiani alle operazioni di contrasto al terrorismo islamico sono stati infatti stanziati 236,4 milioni di euro. I nostri soldati partecipano alle attività della coalizione internazionale nei territori del Califfato, anche se è escluso un loro intervento diretto nei combattimenti, come già sottolineato per il caso iracheno.
Proprio in quest’ultimo scenario, l’Italia farà volare i propri Tornado ma solo in funzione di ricognizione e i militari italiani addestrano le truppe curde in funzione dell’avanzata per la riconquista delle città chiave.

Dal decreto emerge anche un nuovo inatteso impiego militare in ambito NATO, di circa un milione di euro.
La voce di bilancio prevede lo schieramento di alcune aliquote della nostra aereonautica per pattugliare i cieli della Lituania e degli altri Paesi baltici per scongiurare eventuali incursioni di velivoli da combattimento russi. Una situazione che in termini diplomatici potrebbe davvero minare i già instabili rapporti tra Roma e Mosca, soprattutto perché la domanda principale è quale sarebbe la reazione dei velivoli italiani se un pilota russo dovesse violare la sovranità della terza dimensione lituana.
La logica vuole che si ingaggi uno scontro, ma si prevede anche che si sia pronti, in termini politici, a pagarne il prezzo militare e diplomatico.
Allo stanziamento di un milione per il pattugliamento in Lituania, si aggiungono 7 milioni di euro di contributo per la partecipazione alla missione Nato Active Fence‘ in Turchia. Dopo essersi schierata in chiave anti-russa, l’Italia sta valutando, la partecipazione alla missione instituita per proteggere lo spazio aereo turco da intrusioni aeree siriane, ma soprattutto russe. Da mesi circola la voce che l’Alleanza atlantica, dopo il ritiro dei missili Patriot americani e tedeschi, abbia chiesto all’Italia di schierare nel sud della Turchia le nostre batterie missilistiche antiaeree Samp/T.

 

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