mercoledì, Maggio 12

Decreto missioni: niente Libia, spopolano le ever green field_506ffbaa4a8d4

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Ci sono voluti ben quattro mesi oltre la data di scadenza, prevista per i primi giorni di gennaio 2016, perché il Governo riuscisse a stilare ed approvare quello che viene chiamato in un gergo non troppo tecnico decreto missioni‘.
Con questo documento l’Esecutivo stanzia i finanziamenti necessari per il protrarsi dell’impiego militare italiano all’estero, garantendo copertura economica alle varie attività.
L’importanza del decreto di rifinanziamento è dato spesso per scontato, tanto che, come si è potuto vedere nel corso degli ultimi dieci anni, non è mai stato emanato nei tempi previsti dai regolamenti ministeriali, una consuetudine che va bene fin quando non viene lesionata l’efficienza dello strumento militare.
Dal 2002 l’operazione di voto prevista per approvare gli stanziamenti economici per le varie missioni si svolge due volte l’anno, ogni sei mesi, per avere un maggior controllo sulle spese e valutare caso per caso i tagli e le ridistribuzioni da effettuare.
L’intento alla base della modifica del 2002 è lodevole ma vista e considerata il sempre più oberato iter di approvazione dei decreti leggi, la scadenza di sei mesi tende ad avere delle proroghe anche molto lunghe.
La copertura economica dei vari capitoli di spesa per la Difesa, sottoposti a spending review molto severa dall’Amministrazione dell’allora Ministro alla Difesa Giampaolo Di Paola, deve essere garantita non solo con l’apporto finanziario del Ministero di competenza (in questo caso quello del Ministro Roberta Pinotti) ma di altri organi che partecipano allo stanziamento.
Nel caso del decreto missioni una parte del denaro stabilito arriva dalle casse del Ministero degli Affari Esteri (MAE) oppure da altri Ministeri non prettamente competenti in materia di Difesa, ma che dispongono di cifre ad esso utili.
La somma che si vede scritta sui documenti è stilata non solo in base alle disponibilità economiche dello Stato ma segue un iter complesso fatto di consultazioni politiche ma anche di confronti tra forze di Governo e mondo militare.

Le missioni all’estero a cui l’Italia partecipa sono uno strumento con cui perseguire scopi politici ed economici al di fuori dei confini nazionali. Conseguentemente la decisione di lasciare aperta una missione, rifinanziandola, oppure di chiuderla, facendo rientrare il contingente, non può essere presa solo in base a questioni economiche ma deve tenere in debita considerazioni gli accordi internazionali stipulati da Roma e gli interessi nazionali da tutelare.
In caso di mancata approvazione nei tempi previsti, è consuetudine che le missioni, e di conseguenza la loro copertura economica, siano date per approvate salvo ordine avverso.
Per oltre quattro mesi, ai contingenti italiani dislocati nelle varie parti del mondo, è stato garantito lo stipendio e lo svolgimento delle funzioni lavorati dalla decretazione d’urgenza, un’espediente  ultimamente utilizzato in caso di ritardo nell’approvazione di decreti legge urgenti che, però, hanno già visto la scadenza dei 60 giorni.
In termini quantitativi la spesa complessiva per le missioni all’estero, è come preannunciato dal Ministro della Difesa Pinotti, in linea con quella dell’anno scorso: un miliardo e 272 milioni.

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