mercoledì, Ottobre 20

Decreto Eterologa: Lorenzin accellera, Toscana già oltre 40

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La storia della fecondazione artificiale inizia in Italia. Paradossalmente, grazie a un sacerdote: l’abate Lazzaro Spallanzani. Negli ultimi decenni del Settecento, il naturalista emiliano, professore all’Università di Pavia, conducendo numerosi esperimenti su rane, salamandre e cani, realizza con successo le prime inseminazioni artificiali su animali. Un prodromo alla Nuova Enciclopedia Italiana del 1779 e uno scritto dell’anno seguente costituiscono, ancora oggi, la scintilla che ha dato vita: ai progressi clinici nei vari Paesi; al dibattito sulla questione morale, caratterizzato dalle ripetute e dure condanne del Vaticano; e, negli ultimi anni, all’esigenza di regolamentare giuridicamente la materia.

A rendere più complessi i nodi da scogliere è lo sdoppiamento del processo di fecondazione artificiale in: omologa ed eterologa. Il donatore, dello sperma o dell’ovulo, nel primo caso è un componente della coppia, mentre nel secondo è esterno a questa. L’ultima eventualità, ovviamente, non incontra il parere favorevole di chi non ammette il coinvolgimento di terze persone o di chi è scettico nei confronti dell’identità del donatore; ma spesso la donazione assistita omologa non è sufficiente, per motivi di natura varia: coppia completamente sterile, malattie ereditarie ecc.

Per quanto riguarda l’attività legislativa, la prima pietra viene posta dal secondo governo Berlusconi: il lungo iter della proposta di legge ‘Norme in materia di procreazione medicalmente assistita’, presentata del deputato della Lega Nord Giancarlo Giorgetti, inizia il 30 maggio 2001. Il testo, dopo l’esame della Commissione Affari Sociali, riceve il primo sì alla Camera il 18 giugno 2002 (268 voti favorevoli, 144 contrari, 10 astenuti). Il via libera, con qualche modifica, del Senato arriva l’11 dicembre 2003 (169 sì, 92 no, 5 astensioni). Così, il 10 febbraio 2004, la Camera dei Deputati dà la sua approvazione definitiva: il testo, dopo la firma del Presidente della Repubblica, diventa legge e viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 24 febbraio 2004.

Le disposizioni più importanti contenute nella legge 40/2004 riguardano: l’accesso alle tecniche; i requisiti dei richiedenti; la tutela del nascituro; le strutture autorizzate. Innanzitutto, la legge stabilisce che il ricorso alle tecniche di fecondazione medicalmente assistita sia circoscritto ai casi in cui la procreazione risulti impossibile, per cause di infertilità o di sterilità. Ulteriori parametri sono individuati dall’articolo 5: “coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi”. Sono dunque esclusi single o coppie dello stesso sesso. L’aiuto da parte di una terza persona non è consentito: “è vietato il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo”; pena una “sanzione amministrativa pecuniaria da 300.000 a 600.000 euro”. Per quanto riguarda la tutela del nascituro, il donatore di gameti non acquisisce alcuna relazione giuridica parentale con il nato e non può far valere nei suoi confronti alcun diritto né essere titolare di obblighi”. Infine, secondo quanto disposto, sono le Regioni, rispettando le linee guida del Ministero della Salute, a dover individuare le strutture idonee, da inserire in un apposito registro.

Dopo dieci anni, uno dei paletti più rigidi della 40 del 2004 crolla: l’eterologa, nel Bel Paese, è consentita. I tribunali di Firenze, Catania e Milano inviano, infatti, la legge alla Corte Costituzionale, sollevando il dubbio di legittimità in merito al divieto di eterologa. La Consulta, con una sentenza depositata il 10 giugno 2014, dichiara l’incostituzionalità del “divieto del ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, qualora sia stata diagnosticata una patologia che sia causa di sterilità o infertilità assolute ed irreversibili”. La Consulta individua sostanzialmente due problemi creati dal divieto: il mancato diritto alla creazione di una famiglia con dei figli; l’impossibilità di tutelare l’integrità psico-fisica della coppia che si ritrova a dover affrontare l’infertilità.

Prima della recente decisione della Consulta, l’attività legislativa non si ferma: il decreto legislativo n. 191 del 2007, che attua la direttiva 2004/23/CE sulle norme di qualità e sicurezza per cellule e tessuti umani a uso clinico, dichiara nuove misure per garantire: tutela dei dati; maggiori controlli; riduzione rischi; tracciabilità; idoneità strutture; gestione della qualità e del personale; riservatezza dei soggetti coinvolti.

Nel 2006 arriva la direttiva europea più importante. Il documento individua le linee guida volte a formulare i criteri indispensabili per un servizio efficiente, sicuro e produttivo: esami da effettuare sui donatori; test biologici per verificare la presenza di determinate malattie (Hiv, Epatite B, Epatite C); colloqui da parte di professionisti sanitari con i soggetti coinvolti; prescrizioni da osservare per determinare i marcatori biologici; documentazione; trasporti; etichettature. Insomma, una serie di indicazioni molto dettagliate, su cui costruire un’ottima normativa. Ma nulla è stato recepito nel nostro ordinamento, perché la legge del 2004 era ancora in vigore: il testo quindi faceva riferimento a un’attività vietata in Italia.

Così, alla luce del pronunciamento della Consulta, l’Italia necessita di nuove linee guida e il Governo italiano corre ai ripari. Il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha dichiarato, in audizione alla Commissione Affari Sociali: «Per effettuare la fecondazione eterologa è, quindi, necessario che le autorità competenti, cioè le regioni e le province autonome, rilascino un’autorizzazione specifica, ma senza recepire e dettagliare l’allegato 3 della direttiva 2006/17/CE le autorità competenti non dispongono di criteri per stabilire quali centri siano in grado di selezionare i donatori, cioè di praticare la nuova attività». Durante il suo intervento, il Ministro ha dettato con chiarezza la strada che seguirà nel presentare in Consiglio dei Ministri il disegno di legge. In primis, un limite massimo di donazioni dello stesso soggetto (dovrebbero essere dieci), per evitare un numero eccessivo di figli nati dallo stesso donatore, «riducendo al minimo possibile unioni inconsapevoli fra nati da eterologa.  L’ipotesi più ragionevole è quella di contare nati o famiglie, avendo la possibilità di bloccare il donatore una volta raggiunto il limite massimo stabilito ed eventualmente distruggere i gameti ancora disponibili. Per fare questo è necessario collegare le raccolte di gameti ad ogni singolo donatore e la loro distribuzione alle coppie riceventi e ai nati da quel donatore».

Il secondo punto, correlato logicamente al primo, è quello della tracciabilità donatore-nato: «Per qualsiasi necessità di tipo sanitario si deve essere sempre in grado di risalire dall’uno all’altro», ha spiegato la Lorenzin, «Adesso un donatore che si rivolgesse a più centri di PMA verrebbe contato come se fosse tante persone diverse, una per ogni centro, perché non c’è un codice nazionale in atto».

Per quanto riguarda l’età sono stati individuate le seguenti forbici: 18-40/45 anni per gli uomini e 20-35 anni per le donne. Nel consenso informato, alla coppia saranno elencati gli esami clinici a cui è stato sottoposto il donatore, il quale, però, non potrà mai assicurare l’assenza di patologie nell’eventuale nato. I donatori non potranno percepire alcuna forma di pagamento (altro è il concetto di rimborso di spese effettive e permessi lavorativi). Infine: è consentita la doppia eterologa.

Come mai questa accelerazione improvvisa su ogni aspetto della materia? Ad ascoltare le parole del Ministro stesso, sembra che il Governo sia stato anticipato dalle manovre legislative della Regione Toscana: «Non avevo intenzione di fare un decreto-legge, ma ho visto l’accelerazione che c’è stata. Ieri c’è stata la delibera della regione Toscana e ci sono alcuni centri che hanno cominciato a fare l’eterologa, che si sono autodenunciati, senza avere criteri. C’è tutto il tema del consenso informato, che è il vero tema, di chi firma e di chi è responsabile, di chi paga nei confronti di eventuali incidenti o problematiche.  C’è, quindi, un problema giuridico che noi ci siamo trovati ad affrontare e che io ribadisco non essere un problema etico».

In effetti la Toscana ha bruciato tutti sui tempi, dettando i nuovi parametri da seguire per quanto riguarda il lavoro dei centri idonei a garantire la fecondazione assistita eterologa. Ovviamente, la delibera è stata studiata nel rispetto delle direttive europee, della legge 40 del 2004 e della sentenza della Corte Costituzionale. In poche parole, il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi ha svolto il lavoro che la Lorenzin si appresta a svolgere. Un’esecuzione talmente perfetta da diventare addirittura l’esempio da citare per chi sostiene che le Regioni non hanno bisogno di una nuova legge del Governo centrale. Recepimento della direttiva europea e aggiornamento delle linee guida della legge 40 del 2004: basterebbero queste due azioni, secondo i pareri dei critici, per rendere l’eterologa funzionale. L’Agi riporta i pareri contrari di alcuni esponenti del PD (Partito Democratico): «Anche il recente Manifesto firmato da cento giuristi (fra cui Rodota’, Pugiotto, Baldini, Gallo) sottolinea come non sia necessaria alcuna legge di recepimento ne’ di modifica delle regole», affermano i parlamentari.

Secondo quanto si apprende, il decreto della Lorenzin sarebbe abbastanza diverso dalla delibera toscana. Una corsa a chi legifera meglio per tenere stretti le redini di un settore che sposta persone, soldi e speranze tra le Regioni italiane e i Paesi europei.

 

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