giovedì, Aprile 15

De Blasio e Kerry, i nuovi approcci made in Usa La politica americana sull’Atlantico si evolve

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De Blasio Usa

Il Demographic Unit di New York è stato chiuso durante la giornata di mercoledì, accompagnato dai sospiri di sollievo delle Organizzazioni cittadine per i Diritti Civili. Il sindaco della grande mela, l’italo americano Bill de Blasio, ha annunciato lo scioglimento della speciale unità operativa dichiarando che la scelta lascerà alle forze di polizia «più tempo e risorse per concentrarsi sui veri cattivi».

La squadra del Demographic Unit era salita agli onori delle cronache lo scorso mese, nell’ambito di un processo di competenza della Corte del New Jersey, scaturito da due distinte denunce depositate da cittadini americani di religiose islamica che ritenevano le loro vite al centro di indagini di intelligence, unicamente a causa del loro orientamento religioso. Le inchieste furono portate avanti, sviluppate ed analizzate in ambito processuale, fino alla sentenza, che dichiarò che le ragioni per un monitoraggio continuato degli stili di vita della popolazione in oggetto non erano da intendersi focalizzate per aspetti religiosi, ma in un più ampio ambito di sicurezza nazionale anti-terrorismo.

Se per quanto riguarda gli aspetti processuali la vicenda può considerarsi archiviata, così non è dal punto vista informativo. L’ala investigativa speciale, infatti, era stata monitorata dalla stampa già in precedenza quando, a seguito degli avvenimenti dell’ 11 settembre 2001, venne creata. Una serie di articoli di Associated Press parlavano di infiltrazioni di ufficiali sotto copertura nelle comunità musulmane cittadine al fine di mapparne le abitudini ed intercettarne le conversazioni e, a seguito della chiusura dei processi a riguardo e la recentissima sospensione delle attività nella sezione newyorchese, ilNew York Times ha pubblicato ieri un’approfondita analisi sul sistema di spionaggio interno.

In una dichiarazione riportata da Al-Jazeera, la direttrice dell’American Civil Liberties Union, Hina Shamsi, legge la chiusura del Demographic Unit come una parte di «un enorme programma di sorveglianza discriminatorio» e aggiunge di «non vedere l’ora che le altre unità investigative a base discriminatoria terminino», dopo aver stigmatizzato le comunità musulmane di New York. Il portavoce del Dipartimento di polizia cittadino, Stephen Davis, a seguito degli avvenimenti ha invece dichiarato «che in futuro la raccolta di informazioni avverrà direttamente attraverso il contatto diretto tra i distretti di polizia ed i rappresentanti delle comunità in cui operano».

Se la città di New York è sempre stata lo specchio dell’evoluzioni politiche nazionali, questo caso non fa eccezione. Il Segretario di Stato John Kerry, infatti, prosegue la serie di visite diplomatiche nei Paesi alleati e, in Nord Africa, ha appena concluso un ciclo di incontri che hanno visto protagonisti i maggiori esponenti di un’Algeria a sfondo pre-elettorale, oltre che lo storico alleato d’oltre Atlantico: il Marocco.

In quest’ultimo, in particolare, gli incontri si son succeduti con le maggiori cariche governative del Paese del Maghreb: dal Primo Ministro Abdhelilah Benkirane al Ministro degli esteri Salaheddine Menzouar, fino ad una serie di alti funzionari specializzati in cooperazione commerciale e, soprattutto, sicurezza. Il Marocco infatti, che gode di trattati commerciali forti siglati con gli Usa nel 2006, intrattiene col partner d’oltre oceano scambi commerciali per oltre quattro miliardi di dollari l’anno e la sicurezza, a salvaguardia della durata di tali scambi, è fondamentale.

Il Regno di Mohammed VI, sopravvissuto all’ondata di Primavere deflagrate in tutta la costa mediterranea africana, ha in comune con la vicina Algeria, oltre la partnership statunitense, l’essere obiettivo finale delle rotte subsahariane che mirano al suolo europeo in territorio africano.

L’area, però, di recente si è scoperta obiettivo e porto sicuro per le organizzazioni islamiche fondamentaliste che, lungo la vasta striscia trasversale denominata Sahel, sta mettendo a rischio il già precario equilibrio degli stati desertici africani: dall’Eritra, al Sudan, al Niger, al Mali, Alla Mauritania, al Senegal. Le conseguenze cono chiaramente palpabili negli avvenimenti ampiamenti documentati questi giorni in Nigeria dove il 13 aprile due ordigni sono deflagrati a poche ore di distanza prima in una stazione della capitale Abuja, causando settanta morti ed in seguito in un villaggio nel nord-est del paese, dove le vittime sono state sessanta. Nell’ultimo caso, il gruppo estremista Boko Horom, è ritenuto responsabile dell’attacco.

Ieri, in un’incursione nuovamente imputata all’organizzazione fondamentalista, il nord-est del paese è stato scosso da un’escalation senza precedenti: nello stato di Borno e più precisamente nella cittadina di Chibok, un commando armato ha fatto irruzione nell’area e, dopo aver sopraffatto i militari addetti alla supervisione di sicurezza in vista degli esami Waec, comuni ai paesi anglofoni, ha circondato un’istituto scolastico femminile prendendo in ostaggio oltre un centinaio di studentesse.

Il gruppo Boko Horom, iscritto alla lista delle organizzazioni terroristiche più pericolose, starebbe quindi ampliando la sua area di influenza e, dopo aver causato disordini ed un numero di almeno trecentomila sfollati nell’area nord-ovest della Nigeria, starebbe muovendosi verso il Nord-Est.

 

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