lunedì, Giugno 21

Dazi: Europa e Stati Uniti sempre più distanti Il rischio è che un’eccessiva rigidità di Washington finisca per dimostrarsi controproducente

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L’incontro della scorsa settimana fra Donald Trump e Angela Merkel, oltre a mettere in luce la distanza che esiste fra Europa e Stati Uniti su una lunga serie di temi di politica internazionale, ha sottolineato una volta di più le divergenze che esistono fra le parti in materia di di restrizioni commerciali. I dazi che la Casa Bianca sarebbe intenzionata a re-introdurre su alluminio e acciaio di produzione europea (che erano stati ‘congelati’ pochi giorni dopo l’introduzione, lo scorso marzo) e la già annunciata risposta europea sono indicati da più parti come la possibile causa di una guerra tariffaria su larga scala, destinata a impattare in modo consistente sul commercio mondiale. Se si aggiungono i contrasti che – sempre in materia di dazi – già esistono fra Stati Uniti e Cina, i timori appaiono largamente motivati e non stupisce che proprio la Germania sia sia proposta come capofila della ‘cordata europea’ intenzionata a distogliere Washington da una via che ritiene foriera di gravi pericoli. L’UE è il secondo partner commerciale degli Stati Uniti e all’interno di questa la Germania è il primo, con saldo attivo di oltre 64 miliardi di dollari nel 2017, anche se in flessione rispetto agli anni precedenti

Non è chiaro se le pressioni tedesche (alle quali si aggiungono quelle di Francia e Gran Bretagna) sortiranno gli effetti sperati. La decisione di spostare di un mese, al 1 giugno, la riattivazione dei dazi può essere visto come un segno positivo. D’altro canto, negli ultimi mesi la questione dei dazi sembra avere assunto una nuova centralità nell’agenda della Casa Bianca. Ribilanciare un sistema degli scambi considerato squilibrato ai danni degli Stati Uniti rappresenta da sempre uno dei cavalli di battaglia del Presidente. Più in generale, esso riflette la convinzione di come gli accordi conclusi dall’amministrazione Obama in diversi ambiti – dal commercio all’immigrazione, alla tutela dell’ambiente – abbiano finito, in ultima analisi, per danneggiare l’economia statunitense imponendole gravami sconosciuti ai suoi concorrenti. Questa premessa spiega la decisione di Trump di sfilare gli USA dall’accordo commerciale transpacifico (TPP), così come la scelta di ricusare gli impegni assunti nel 2015 con la firma degli accordi di Parigi sul clima. Non a caso, nell’annunciare questa decisione, la Casa Bianca avrebbe evidenziato proprio gli impatti negativi di tali accordi sull’economia e l’occupazione e l’indebito vantaggio che essi di fatto offrirebbero ai Paesi meno ‘virtuosi’ sul piano ambientale.

E’ stata ripetutamente rilevata la natura ‘tattica’ di queste scelte del Presidente; il fatto, cioè, che esse servano, più che a disimpegnare gli USA agli accordi che li riguardano, a a dare loro maggior peso in vista di una possibile rinegoziazione degli impegni assunti. Questo genere di osservazioni si può applicare anche all’attuale diatriba sui dazi. Essa, tuttavia, riflette solo una parte delle divergenze che separano Washington dall’Europa. Negli incontri avuti con i leader europei, il Presidente è apparso in disaccordo, di fatto, su tutti i punti d’agenda; uno stato di cose che spinge a interrogarsi su quali saranno gli esiti del vertice NATO in programma il prossimo 11 e 12 luglio. Essa si riflette, inoltre, sulla sempre più ambigua relazione con la Cina. Sul piano economico, Pechino appare, infatti, in modo sempre sempre più chiaro il bersaglio delle iniziative di Washington. Di contro, sul piano politico, Washington non sembra perdere occasione per sottolineare la propria vicinanza a Xi Jinping e alle sue scelte politiche, scelte di cui il Presidente, fra l’altro, ha voluto riconoscere un ruolo nel processo di avvicinamento in corso fra le due Coree e nella ‘descalation’ della tensione nucleare nella regione.

Questa ambigua relazione con la Cina ha dei legami con l’irrigidimento della posizione di Washington verso l’Europa? E’ difficile da dire. Negli ultimi anni, l’attenzione della RPC verso l’Europa sembra essere cresciuta, sia come mercato di sbocco di produzioni sempre più ‘di qualità’, sia come eventuale partner strategico rispetto al progetto ‘One belt one road’. Dal punto di vista di Washington si tratta di un’evoluzione importante e per certi aspetti preoccupante, soprattutto alla luce della frattura sempre più ampia che sembra emergere fra le due sponde dell’Atlantico. Il rischio è che un’eccessiva rigidità di Washington verso i suoi tradizionali alleati finisca per dimostrarsi controproducente. D’altro canto, sul tema del rilancio dell’industria nazionale Donald Trump ha investito troppo – in termini di credibilità politica – per non cercare di portare a casa almeno un risultato parziale. Un risultato che, tuttavia, potrebbe non corrispondere con i migliori interessi dell’economia statunitense, sempre meno dipendente dalla produzione di beni materiali come quelli che oggi al centro della contesa e sempre più a quella dei servizi immateriali che innervano il sistema globale degli scambi.

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