lunedì, Ottobre 25

Davide Astori, atleta esemplare Da Malagò e dal mondo del calcio un messaggio positivo al Paese, il commento dello psicologo Fulvio Carbone

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La pioggia non impedisce la presenza continua giorno e  notte  di una folla di sportivi, tifosi, cittadini di ogni età davanti allo Stadio Artemio Franchi di Firenze, il tempio laico dei nostri riti sportivi. Da domenica 4 marzo, da quando si è appresa la sconcertante notizia dell’improvvisa scomparsa di Davide Astori, capitano della Fiorentina, è un flusso continuo di persone davanti al cancello di accesso alla tribuna d’onore dello storico edificio, opera di Pier Luigi Nervi, splendido  esempio in salsa fiorentina del razionalismo architettonico degli Anni ’30: chi depone fiori, chi sciarpe, chi scritte, sotto e attorno al grande striscione apparso da subito con un semplice: ‘Ciao Capitano’. E’ un rito che si svolge in silenzio, nessuno ha voglia di parlare. Ciò che c’era da dire o da gridare, è stato detto subito, attraverso i social, le telefonate alle varie emittenti, ora c’è solo da dare spazio allo sgomento, al silenzio e  al dolore per la scomparsa di un atleta ‘esempio di uomo prima che calciatore’ (com’è scritto in una delle tante dediche), all’attesa dei funerali che la città di Firenze, d’intesa con i familiari, ha deciso di tenere giovedì prossimo nella basilica di S. Croce, giorno di lutto cittadino, così lo ha proclamato il Sindaco.

Ma se questo è l’atteggiamento di una città e non solo degli sportivi verso il  ‘suo’ Capitano, ciò che ha colpito di più fin dal primo momento, è stata la reazione corale del mondo dello sport: spontanea, immediata, sincera. Come accade sempre più raramente. La notizia diffusasi  quella terribile  domenica mattina, è stata accolta prima con incredulità poi con un profondo senso di sgomento che  ha investito innanzitutto i giocatori di varie squadre, non solo di Fiorentina e Udinese che avrebbero dovuto confrontarsi di lì a poco, ma anche quelli di Genoa e Cagliari   già in campo a Marassi per la gara delle 12,30: il pianto dei giocatori del Cagliari che anni fa lo avevano avuto nelle loro fila, le gambe  che si piegavano, l’immediato rifiuto di disputare la partita. E tutto il pubblico che già affollava gli spalti ad applaudire il gesto di umana solidarietà partito dai giocatori.  Poi, la decisione del Commissario della Federcalcio  Giovanni Malagò, di rinviare la giornata dei campionati  di A che di B.

 

Commosse le parole del mondo calcistico e del media: dall’Associazione dei Calciatori a quello dei club e dei giocatori  di tante squadre (anche di Barcellona e Real Madrid)  nomi di prestigio come  Francesco Totti, che lo ebbe compagno nella Roma, Rudi Garcia, Montella, Donadoni, Prandelli, Ancelotti,  Ventura, Allegri, Icardi, Dybala e  tanti altri, a cominciare   dai suoi ex compagni  in maglia viola traghettati verso altri lidi:   come   Carlos Sanchez  il quale appena  informato dell’accaduto è stato colto da malore sul campo dell’Espanyol, di Borca Valero (‘Non ci posso credere, non voglio crederci, è surreale…’) di Gonzalo Rodriguez, di Pasqual, così come della varie società calcistiche che è impossibile citare. Un cordoglio  unanime, una valanga di messaggi  alla società viola, alla famiglia, sui media. Anche di persone dello spettacolo come Enrico Ruggeri (‘Passiamo la vita a correre e competere, ognuno alla ricerca del suo gol personale. Poi qualcuno stacca la foglia dall’albero. Una preghiera per Davide Astori’).

Ma se questa è la reazione delle varie componenti del nostro sport  più popolare,  ciò che ha sorpreso favorevolmente è la reazione dei tifosi delle squadre avversarie: molti quelli di fede juventina, o milanista o interista che hanno telefonato alle varie emittenti, per dichiarare il loro cordoglio per questa perdita e che, di fronte ad un dolore del genere,  dicevano, è proprio il caso di ammainare i rispettivi vessilli, abbandonando l’ ascia di guerra del fanatismo  ( che sembra essere diventato negli ultimi tempi  lo strumento  più diffuso all’interno di quella che Desmond Morris  descrisse come ‘La tribù del calcio’) e  inchinarsi di fronte ad un lutto così sconvolgente (per usare  le parole di Andrea Della Valle, in questi giorni  vicino alla famiglia di Astori).

Che cosa ha fatto scattare un sentimento così spontaneo e diffuso verso la scomparsa di un calciatore che non era né un divo, né uno dei leaders carismatici? Lo chiedo a Fulvio Carbone, psicologo e psicoterapeuta che segue da vicino il mondo dello sport, avendo in passato condotto varie inchieste, organizzato convegni e collaborato con il Coni. “La scomparsa improvvisa  di un giovane colpisce sempre, quando si tratta poi di un atleta, di uno sportivo in piena attività, l’emozione  si fa ancora più forte, perché tutti si è portati a pensare che gli  atleti  che sono  belli bravi e forti siano anche più protetti di altri,  essendo  sottoposti a continui controlli  medici, proprio per questo fatti del genere  quando accadono sono spiazzanti,  in quanto ci rivelano la vulnerabilità dell’eroe. Altro motivo di sconcerto è il fatto che il capitano viola sia deceduto non sul campo, per uno sforzo violento, come talvolta è purtroppo accaduto (penso a Morosini del Livorno), ma nella  solitudine della propria camera d’albergo senza poter essere soccorso da nessuno ( parte dei suoi compagni dormivano in camera doppia). Davide Astori era un atleta esemplare, serio sul campo e fuori, amante della famiglia, aveva una moglie ed una figlia di due anni che adorava, corretto nel gioco, rispettoso degli avversari, disponibile e generoso con i compagni. Il giusto capitano per questa squadra di giovani giocatori. Questo   suo modo di essere è un altro motivo dell’affetto dei colleghi e degli sportivi tutti. La modestia e l’umiltà erano le altre doti che la città ed il mondo sportivo apprezzavano in lui”.

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