venerdì, Gennaio 28

DART, è partita la freccia che intende salvare l’umanità Il progetto sembra indubbiamente brusco verso il corpo celeste e non immune da incognite, ma sarà un mattone importante nella comprensione della dinamica degli asteroidi

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Nel luglio dello scorso anno lo avevamo anticipato: DART (Double Asteroid Redirection Test) sarebbe stato lanciato in questi giorni per indagare sulle possibilità dell’uomo di difendere la sua Terra dagli asteroidi impazziti. E puntuale, il Dardo della Nasa, costruito dal John Hopkins Applied Physics Laboratory del Maryland, è stato montato su uno SpaceX Falcon 9 per spingersi verso Dimorphos, una piccola luna di 80 metri di raggio che orbita attorno al suo corpo più grande, Didymos -dal diametro di circa 750 metri- scoperto nel 1996 dai team di Tom Gehrels e Robert McMillan dell’Osservatorio astronomico di Kitt Peak, in Arizona e classificato Near-Earth (ovvero, uno dei 27.000 a meno di 45 milioni di km. dalla Terra) di classe Apollo.

La missione è complessa e a bordo del razzo americano è imbarcata anche una pregiata tecnologia italiana.

Proviamo a ricapitolare gli elementi essenziali dell’operazione.

Le due componenti del sistema individuato dai planetologi statunitensi a capo del programma Spacewatch, sono distanti tra loro poco più di un chilometro e la loro peculiarità è il sistema binario, ovvero un moto di due oggetti così vicini tra loro da essere legati dalla reciproca attrazione gravitazionale. Un po’ come Terra e Luna. Sono presumibilmente costituiti di materiale roccioso anche se alla Nasa si ritiene l’assenza della regolite, quella polvere fine che copre la Luna terrestre e altri asteroidi ma racchiudono molti misteri nella loro formazione, tali che nel corso di questi anni la curiosità degli studiosi ha concepito una proposizione di indagine per acquisire quante più informazioni geologiche e geofisiche su di essi. Ma si è giunti anche ad una definizione di rischio, anche se Didymos in sé non rappresenta una minaccia per il nostro pianeta, data la distanza e le particolari dinamiche scoperte.

Però a causa delle perturbazioni gravitazionali di pianeti più grossi, spesso gli asteroidi sono ridotti a orbite caotiche e a volte imprevedibili. Così Dimorphos e Didymos serviranno solo come banco di prova. Per questo si è elaborato come compiere una serie di esperimenti in vista di un protocollo di sicurezza del nostro pianeta, senza tuttavia rischiare di attivare azioni che potessero danneggiare il complicato equilibrio che regola l’intera vita del sistema solare.

Dobbiamo pensare che da questi ultimi cardini sia scaturita la proposta di missione. Cerchiamo di riassumerla, prima almeno di trarre le nostre personali conclusioni.

Il lancio è avvenuto in estrema regolarità nella contea di Santa Monica in California, dalla base della Space Force di Vandenberg.

A bordo del vettore di Elon Musk, che viaggerà a circa 23.000 km/h per diversi milioni di chilometri assieme al sistema principale americano ci sarà anche LICIACube (Light Italian Cubesat for Imaging of Asteroids), un cubesat evoluto dal peso di appena 13 chilogrammi dell’Unità di Volo Umano e Strumentazione Scientifica guidata dall’astrofisica Barbara Negri e realizzato da Argotec, un’azienda fondata a Torino nel 2008 da David Avino. Il team scientifico di LICIACube -per completezza di informazione- comprende ricercatori dell’Inaf, del Politecnico di Milano, delle università di Bologna e Parthenope di Napoli e dell’Ifac-Cnr di Firenze.

L’intero complesso è potenziato da un motore elettrico che sfrutta Xenon, un gas ionizzato, per generare la spinta con due pannelli solari simili a quelli montati sulla Stazione Spaziale. E veniamo ai compiti della missione.

Durante il lungo viaggio -questi asteroidi ruotano ellitticamente attorno al Sole principalmente tra le orbite della Terra e di Marte-è previsto un passaggio ravvicinato con un altro corpuscolo, grande quanto il Golden Gate bridge di San Francisco ma classificato come Potentially Hazardous Asteroid. In quella zona ancora assai vicina alla Terra, la sonda acquisirà immagini preziose che saranno captate dalle antenne dell’ESA in Argentina e in Australia occidentale.

DART poi si avvicinerà alla coppia di sassi orbitanti, utilizzando il sistema autonomo di controllo e di guida; e movendosi alla velocità di 6 km/secondo, il corpo si tufferà su Dimorphos, sfracellandosi al suolo. Il contatto tra il manufatto e il satellite -impatto cinetico- è previsto per il 2 ottobre 2022 quando la distanza dalla Terra sarà di 13 milioni di km.

L’urto è stato studiato per deviare la traiettoria del satellite di circa l’1% della distanza orbitale; una modesta frazione ma percepibile dagli strumenti terrestri: come ha illustrato la scienziata planetaria Nancy Chabot, dopo l’impatto ci aspettiamo di vedere Dimorphos completare un ciclo di Didymos circa 10 minuti più velocemente rispetto al suo programma storico. In questo modo gli staff scientifici ritengono di poter configurare un quadro dettagliato dell’intero andamento in caso di criticità, mappando un processo difficilmente simulabile.

Il compito di LICIACube è quello di monitorare la fase dello scontro con la superficie pietrosa o forse sabbiosa. Il minuscolo satellite italiano sarà il testimone oculare di un evento irripetibile e dovrà sia fotografare che acquisire i dati della parte cruciale della missione attraverso due camere di bordo, denominate Luke e un sensore di analisi delle polveri. Il sistema di comunicazione in banda X trasmetterà le immagini a Terra in circa sei mesi successivi alla operazioni compiute.

Il progetto sembra indubbiamente brusco verso il corpo celeste e non immune da incognite, ma sarà un mattone importante alla comprensione della dinamica degli asteroidi. Non si tratta di fantascienza. «Stiamo cercando di imparare come deviare una minaccia -ha riassunto sinteticamenteThomas Zuburchen, capo del progetto della Nasa -perché l’obiettivo è alterare leggermente la traiettoria di Dimorphos».

«La DART -come comunica una nota del presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica Marco Tavani– segna l’inizio di un’era in cui si potrà evitare che asteroidi di media grandezza cadano sulla Terra». Le informazioni saranno quindi di fondamentale importanza per imparare a individuare contromisure per fronteggiare concretamente il rischio di collisioni di corpi celesti pericolosi.

Indipendentemente dalla classificazione, gli asteroidi costituiscono un rischio molto grave durante la loro orbitazione. Se questi piccoli corpi, nel loro percorso, vengono catturati dalla gravità di un pianeta, possono causare conseguenze dirompenti.«Il compito di LICIACube è quello di testimoniare l’avvenuto impatto e condurre una serie di osservazioni fisiche», spiega Elisabetta Dotto dell’Inaf. «In particolare, DART studierà il pennacchio di detriti prodotti dall’impatto, il cratere e condurrà una serie di misure fisiche che ci permetteranno, per la prima volta, di studiare la superficie e la struttura di un oggetto binario».

«LICIACube– ha commentato il presidente dell’Agenzia italiana Giorgio Saccoccia– avrà un compito altamente sfidante in questa missione di difesa planetaria unica nel suo genere che aprirà la strada a molte altre missioni». ASI, tramite SSDC (Space Science Data Center), è anche responsabile della gestione dati e dello Science Operations Center: qui sono stati sviluppati i software in grado di gestire il flusso dei dati in maniera automatica, così da metterli a disposizione secondo uno standard internazionalmente riconosciuto e pensato per rendere il dato FAIR (Findable, Accessible, Interoperable, Reusable). Per completezza, ricordiamo che sarà europea una seconda missione verso i planetoidi gemelli: a cura dell’ESA, nel 2024 verrà lanciato Hera -un programma di 130 milioni di euro costituito da una sonda e due cubesat sotto la guida di OHB-ed entrerà in orbita attorno al sistema per validare i risultati ottenuti ovvero quale sia stata l’efficacia dello scontro della sonda DART e se questa tecnica potrá essere usata in futuro. In un primo tempo si era pensato a una missione spaziale congiunta, a cura dell’ente europeo con la Nasa ma poi il budget non è stato approvato e così sono state pianificate due missioni indipendenti. Sin qui la descrizione del piano.

Quando raccontammo questo progetto ai nostri Lettori -assai prima di tante testate- facemmo alcune considerazioni di cui siamo pur sempre convinti. Il costo complessivo di questa avventura è di circa 330 milioni di dollari: achi l’onere per questa difesa? Probabilmente è giusto che siano i Paesi più ricchi a sostenerne la spesa. Un asteroide che finisce sulla Terra potrebbe far danno a qualunque territorio, ma le ripercussioni sarebbero così devastanti da non escludere nessuna regione, anche le più lontane dal contatto. Ammesso, ma non concesso, che sia possibile stabilire il punto in cui possa avvenire lo scontro. Quindi, il pericolo è per tutti ed è necessario che chi più ha la possibilità di investire in questo campo non lesini le proprie risorse.

Se poi qualcuno pensa che questa operazione stia celando una esercitazione di tiro da parte delle milizie americane, non saremo noi a dover rispondere. Il fatto che sia stato scelto un poligono militare per effettuare il lancio pur trattandosi di una missione scientifica e che l’agenzia spaziale americana abbia segretato diversi punti dei suoi incartamenti, non lo fa considerare proprio un programma di esplorazione, uno di quelli a cui siamo ormai abituati. Noi però dobbiamo prendere atto che si tratta di un test di alto valore e che l’apporto scientifico sarà fondamentale alla conoscenza. Il presidio della dinamica dei corpi voluminosi più vicini alla nostra Terra è essenziale perché tutto quanto si può apprendere sull’andamento e la consistenza degli asteroidi al momento è la cura più efficace per allentare pericoli che la scienza attuale difficilmente può minimizzare e se tutto andrà bene, come speriamo, sarà una dimostrazione della capacità della Nasa di reindirizzare pericolosi asteroidi fuori dalle rotte di collisione con la Terra.

Ma qui ci torna un motto del cardinale Mazzarino, spesso attribuito a Giulio Andreotti: «A pensar male si fa peccato ma spesso si indovina!».

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