giovedì, Luglio 29

Danzando sull’orlo dell’abisso Per il pronunciamento della Corte di Giustizia che dimissiona forzosamente Yingluck Shinawatra

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Yingluck Shinawatra Thai

Bangkok – Tanto tuonò che piovve: non si tratta di un attacco giornalistico scontato ma, tutto sommato, un po’ in tutta la Thailandia e in special modo nella Capitale Bangkok, il pronunciamento di stamane è giunto un po’ “telefonato” come si suol dire in gergo calcistico, quando un portiere già attende il pallone nella posizione dove chiaramente ha calciato l’avversario. La Corte Costituzionale ha dimissionato il Primo Ministro in carica Yingluck Shinawatra stabilendo che ha commesso abuso di potere nel trasferimento di Thawil Pliensri dal Consiglio di Sicurezza Nazionale. A tutto ciò si aggiunge la revoca degli incarichi di nove componenti del Gabinetto di Governo coinvolti in questo trasferimento ritenuto illegittimo.

«Il ruolo di Primo Ministro decade, Yingluck Shinawatra non può permanere nella sua posizione ed agire come primo ministro», ha aggiunto un giudice componente della Corte in una sua apparizione televisiva. Ovviamente «il Gabinetto stesso continuerà ad operare – ha aggiunto il giudice – nel mantenimento della operatività di Governo», quando in realtà tutti sanno in Thailandia che non c’è stato un giorno, soprattutto negli ultimi sei mesi della contestuale protesta del movimento anti-governativo del People’s Democratic Reform Committee PDRC guidato da Suthep Thaugsuban nel quale il Governo in carica non sia stato messo sulla graticola e variamente impedito di operare. Ad aggiungere sale sulle ferite, la Corte Costituzionale nel dispositivo della sentenza ha anche chiosato che il trasferimento di Thawil Pliensri, oltre che illegale è stato anche incostituzionale e persino non-etico. L’accusa è che tutto ciò sia accaduto per far posto ad un familiare, quindi, affibbiando a Yingluck Shinawatra una specie di “stile di famiglia” all’impronta del “conflitto di interessi” che, guarda caso, è l’accusa per la quale fu condannato il fratello Thaksin Shinawatra, tanto che la condanna comminatagli gli ha imposto di non varcare più il confine thailandese, pena una carcerazione da scontare in Patria: ed è per questo che Thaksin vive all’estero.

La Giustizia, insomma, entra a piede teso nella scena politica thailandese e determina gli eventi che dovrebbero svolgersi nell’Aula Parlamentare dove, però, Yingluck Shinawatra è entrata su un tappeto rosso tappezzato della maggioranza dei voti della Nazione. Il movimento anti-governativo PDRC prima ha detto che si trattava di voti di scambio comprati col denaro (in realtà è stile diffuso in Asia, Thailandia compresa ed anche Suthep non ha certo lesinato nel distribuire banconote, lo sanno tutti con tanto di evidenze filmate e fotografie diffuse nei media nazionali). Poi ha imposto sei mesi di proteste, invaso ministeri, boicottato le elezioni in modo pressante, spinto al non-voto le regioni del Sud della Nazione e la classe media della Capitale, accusando poi Yingluck Shinawatra di non essere stata capace di far votare tutti in un’unica data.

Il fatto che la Giustizia thailandese abbia appoggiato quel punto di vista ed oggi abbia stabilito che il ruolo del Premier decada per pronunciamento di un trasferimento (che sembra più materia di Diritto del Lavoro che non di procedura parlamentare), mette i giudici dell’Alta Corte di Giustizia thailandese più sotto la luce “gialla” del movimento anti-governativo piuttosto che sotto quella “rossa” del Pheu Thai Party, ovvero il movimento politico che appoggia il Governo Shinawatra. Messa così, sembra una situazione non molto lontana da quella che viene dipinta circa i movimenti politici vicini alla Famiglia Berlusconi, in Italia. E non a caso, da Thaksin Shinawatra in poi, tutta la famiglia è stata spesso accostata, anche in modo un po’ troppo spiccio, alla dinastia di Arcore. Non è un caso anche il fatto che i media, in special modo quelli in lingua inglese e che operano dalla Capitale Bangkok, abbiano trattato sotto traccia le proteste del Movimento delle “Magliette Rosse” ed abbiano sempre dato ampio risalto a quelle del Movimento delle “Magliette Gialle” oggi all’opposizione. Ora il Pheu Thai Party pro-governativo sottolinea e denuncia la scarsa attinenza del pronunciamento della Corte Costituzionale su quel trasferimento, materia di decisione governativa e per il quale il Governo ha ricevuto un mandato dal popolo e non da una ristretta schiera dell’intellighenzia della Capitale.

Ora si aprono scenari davvero temibili: nonostante sia stata fissata una nuova data per le elezioni, cioé il 20 Luglio, il movimento anti-governativo di Suthep ha sempre contestato anche quella data. Così come ha immediatamente contestato l’idea primigenia si Yingluck Shinawtra di andare ad elezioni anticipate (sapendo che –evidentemente- i supporters di Suthep temono le urne elettorali). Da questo punto di vista, quindi, poiché i “gialli” sanno che serve loro più tempo per raggranellare più voti, cerca non da poco tempo, di dare una “spallata” al Governo, stante la decisione dell’Esercito di non voler intervenire né con un colpo di stato né con la mano forte sulla popolazione. I “rossi” invece, sanno che i numeri sono dalla loro parte (anche le ultime elezioni lo hanno dimostrato). Il fatto che Yingluck Shinawatra sia stata dimissionata forzosamente per una decisione della corte Costuzionale forza la mano come vorrebbero Suthep e i suoi ma allarga ancor più il fossato tra le parti politiche e sociali in Thailandia, cristallizza ulteriormente la scena nazionale e soprattutto da un’ulteriore martellata negativa sull’economia nazionale che da oggi è definitivamente sull’incudine della recessione, proprio causata da questa stasi ed inerzia del proscenio nazionale thailandese.

In vista dell’unificazione ASEAN del 2015, la Thailandia rischia di perdere la sua posizione di primo livello nell’Associazione, così come vacillano i primati nell’economia (sostenuta dal solo export negli ultimi tempi) e nel contesto Sud Est asiatico e mondiale. Il movimento di Suthep forse non si rende conto che, in questo modo, finisce con l’assomigliare sempre più a quel marito che, per fare un dispetto alla moglie, preferisce evirarsi con un coltello.

 

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