venerdì, Settembre 24

Daniele Parasecolo, l’intarsiatore di Todi

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L’arte dell’intarsio e il lavoro di artigiano in Italia. Daniele Parasecolo, incontrato in una mostra di sue opere a Bruxelles, nella galleria d’arte “Espace 44”, racconta dal suo atelier di Todi il suo lavoro in un periodo di difficoltà economiche, la passione per il tipo di artigianato da lui scelto, la ricerca di clienti nuovi, sullo sfondo di un’Italia che cambia con nuove aperture verso mercati diversi, con professioni antiche che i giovani stanno lentamente riscoprendo.

Nelle sue parole c’è la passione per un mestiere antico che il gusto del bello continua a mantener vivo tra chi è vissuto tra questi oggetti ma che si sta diffondendo anche tra coloro, come gli americani, che incontrano questo tipo di arte per la prima volta. E ne rimangono folgorati. “Il 50% dei miei clienti – dice Parasecolo – sono stranieri e l’80% di essi sono americani”.

L’Asia è ancora poco presente perché il turismo asiatico in alcune parti dell’Italia è ancora pressocché inesistente ma il gusto per una tecnica artistica come l’intarsio si sta sviluppando in Giappone e già alcuni apprendisti giapponesi sono presenti nell’atelier di Parasecolo. L’Italia ha ancora molto da insegnare nell’arte del “bello”.

Ecco alcune considerazioni emerse da un colloquio con Daniele Parasecolo, che siamo andati ad incontrare nel suo atelier di Todi.

 

Come ha iniziato la sua attività di intarsiatore?

Innanzitutto mio padre era un restauratore di mobili antichi, un doratore e il legno era dappertutto per la casa. L’ho respirato fin dalla mia infanzia. Ho anche fatto un corso di tre anni di restauro in legno proprio per la passione che avevo per il legno. Il restauro poi l’ho abbandonato anche se spesso mi capita di restaurare degli oggetti in legno. Ma preferisco lavorare più sul nuovo, su qualcosa di mio, qualcosa che rimanga. Quindi ho iniziato quasi per gioco a lavorare con l’intarsio. Dopo aver fatto l’istituto d’arte – mi sono diplomato nel 1977 –ho fatto tante altre cose nella vita. Di anni ne ho 56.

Come mai l’intarsio? E’ un settore molto specifico.

A un certo punto della vita, scoppia una passione. La passione per me è stato il legno, e gli intarsi in particolare. A Todi esisteva questa tradizione, mio padre mi portava nelle botteghe dove c’è una grande tradizione di falegnameria. Fino agli anni 80 esisteva a Todi una scuola professionale di falegnameria in cui si sono diplomati bravissimi artigiani che ancora lavorano. La scuola però è stata chiusa per ovvi motivi: nessuno voleva fare l’artigiano all’epoca. I vecchi professori erano anche artigiani, intagliatori, intarsiatori, ebanisti. Poi a poco a poco sono spariti. Ma a me questo fascino per l’intarsio è rimasto nel cuore. Prima per gioco, poi per hobby, intorno agli anni ’80, fine anni 80 ho deciso di intraprendere questa carriera.

Ma c’è un mercato per questo tipo di arte?

Diciamo che molto mi ha aiutato il fatto di aver conosciuto 20 anni fa un architetto francese, cioè italiano che vive e lavora in Francia, un bravissimo decoratore che viene dalla famosa scuola di Mongiardino che è stato un grande decoratore ma ora è scomparso. Questo incontro per me è stata una rivelazione, e un’opportunità di vita. Ho avuto la grande fortuna di entrare in alcune case eccezionali, con stupende decorazioni.

In Francia o altrove?

In Francia ma anche in Italia specie a Roma, in Via del Governo Vecchio dove c’è una grande falegnameria e abbiamo collaborato alla realizzazione di mobili, pavimenti intarsiati e da lì è partita l’avventura, un’avventura che mi ha portato, nonostante non fossi più giovanissimo, anche a girare il mondo, perché tramite questo architetto e tramite altri clienti diciamo che ho girato l’Europa, gli Stati Uniti, Israele, Libano.

E i clienti come li ha trovati?

Diciamo che il passaparola è fondamentale, in alcuni ambienti ancora di più soprattutto se sono ambienti alto borghesi, perché chi affronta un pavimento unico o un soffitto intarsiato è un cliente anche di un certo tipo. Per me è stata una fortuna e una grande soddisfazione essere coinvolto in progetti importanti e belli.

I costi sono elevati?

Non è tanto i costi. Vede oggi è sabato e domani è domenica e io lavoro tutto il giorno. Sto lavorando per normalissimi clienti che mi chiedono degli oggetti e quindi inevitabilmente questo mi costringe a rimanere qua.

L’ultimo lavoro che sto ultimando è uno stipo per l’Ordine di Malta, e questa è una sfida perché il committente mi ha chiesto di sviluppare questo stipo dandomi un disegno che volevano realizzato. E’ un bel lavoro ma al di là del guadagno, come tutti gli artigiani, il bello per noi è la sfida.

Quindi lei ha committenti un pó in tutto il mondo in Europa, Francia, Inghilterra, Spagna, Portogallo….

Diciamo che i committenti più interessanti sono sicuramente i francesi, non a caso l’architetto a cui faccio riferimento vive a Parigi, per cui il suo giro è quello. I suoi clienti parigini spesso vivono anche a Londra o anche in Italia per cui quando affrontano il discorso della ristrutturazione della casa o la costruzione della stessa ritornano sempre dai vecchi artigiani o dall’architetto di riferimento probabilmente perché sanno che lavoriamo bene e rimangono soddisfatti.

E gli americani?

Il discorso degli americani è un discorso a parte perché gli Stati Uniti in questo negozio hanno una grossa fetta di interesse. Ho fatto un lavoro a Los Angeles per un cliente, sempre acquisito da questo architetto, ma il negozio qui è semplicemente per esposizione. Ci tengo solamente oggetti che costruisco e realizzo per i clienti che vengono qui. Il fatturato del negozio al 40-50% se ne va all’estero perché gli stranieri acquistano e comprano. E di questo 50% sicuramente l’80% è americano. Gli americano hanno questa caratteristica curiosa che si chiama “innamorarsi”, cioè quando vedono una cosa bella ma realizzata con una tecnica che loro non conoscono o conoscono relativamente poco rimangono affascinati dal meccanismo con cui viene realizzata l’opera. E questo li porta ad acquistare in negozio e poi magari quando rientrano negli Stati Uniti mi contattano per avere dei pezzi oppure inviano foto per realizzare cose per loro significative.

E in Asia c’è mercato?

Ho lavorato in Israele per un cliente al quale abbiamo poi anche decorato la casa a Londra. Sono stato in Israele due mesi. L’anno successivo sono stato poi in Libano per un ambasciatore per il quale ho realizzato un bel mobile intarsiato. Quando parlo delle case o del mio lavoro mi riferisco anche al fatto che tutto il lavoro realizzato viene supportato anche da un falegname, da una falegnameria. Io mi diletto anche in falegnameria, mi diverte molto realizzare mobili, ma il mio lavoro ora è questo. L’ebanista fa i mobili e la decorazione applicata dell’intarsio è un’altra fase. Questo connubio e questo interagire è fondamentale.

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