mercoledì, Maggio 19

Daniela Viglione, l'ottimismo della volontà field_506ffbaa4a8d4

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Non mi era mai capitato che un intervistato o un’intervistata, per understatement, il giorno prima dell’appuntamento fissato, mi chiamasse per chiedermi: “Ma sei proprio sicura che la mia voce sia affine alla tua serie di testimonianze? Io, in fondo, sono una manager, non un’intellettuale…“.
Mi è accaduto con Daniela (Paola) Viglione, che ho conosciuto molti anni fa, quando era in ENI a capo delle Relazioni Esterne e che ho rincontrato in FIEG, in occasione del Premio dedicato al grande Giovanni Giovannini, sagacemente intitolato ‘Nostalgia di futuro’, promosso e sostenuto dall’Osservatorio Tutti Media, dalla FIEG stessa ed organizzato dall’Associazione ‘Amici di Media Duemila’.

Secondo la mia logica, invece, Daniela è il personaggio perfetto per quest’intervista numero 14 di ‘L’Intellettuale abita qui‘: è una donna ed una professionista che ha saputo arrivare ai vertici decisionali in momenti ‘difficili’, quando il cosiddetto ‘tetto di cristallo’ era ben lungi dall’essere scalfito; il prius della sua brillante carriera ha avuto come palcoscenico gli uffici studi delle più importanti imprese multinazionali dal cuore italiano; la sua laurea in storia economica; le sue docenze in master prestigiosi, l’essere stata insignita dai Premi Minerva e della Mela d’Oro della Fondazione Bellisario, presieduta da Lella Golfo. Se non lei, chi?
Frutto della mia assoluta fermezza nel rassicurarla che rientrava nella cornice delle mie interviste è il nostro incontro, denso, nutrito dal racconto delle esperienze che l’hanno portata, dal 2005 al 2013, ai vertici della seconda Agenzia di Stampa italiana, ‘Agenzia Giornalistica Italia‘, media verso cui  -per motivi strettamente personali-  nutro una particolare affezione.
Mi interessa raccontare il suo percorso professionale, unico e irripetibile proprio perché assomma esperienze nelle grandi aziende   -alcune ormai scomparse-   di un made in Italy che seppe competere sui mercati mondiali e acquistare una dimensione multinazionale.

Una donna ‘speciale’, dal marchio inconfondibile di occhi color zaffiro ‘Manto di Madonna’ – la varietà più rara di quella pietra preziosa – che trasmettono determinazione e positività.

 

Sono nata a Cuneo” – narra, sollecitata dalla mia richiesta di raccontarsi ‘dapprincipio’ – “Mio padre, piemontese, era nell’Esercito, precisamente nei Bersaglieri; mia madre era di Pola, profuga della tragedia istriana.
I suoi genitori possedevano una tipografia, ma la cessione alla Jugoslavia li colpì particolarmente: mio padre andò a salvarli da conseguenze ben gravi.
Sono la mediana fra tre sorelle. Abbiamo seguito nostro padre nei frequenti trasferimenti dovuti alla sua carriera, finché, all’epoca dell’Università, dopo il ginnasio frequentato a Roma e il liceo a Treviso, con la maggiore delle mie sorelle ci trasferimmo definitivamente a Roma per studiare. Ed è a Roma che ho trovato il mio primo lavoro“.

Facciamo un passo indietro, ai tuoi 16 anni. Come ti figuravi che sarebbe stata la tua vita futura?
Lo studio mi appassionava. Non mi ponevo neanche il problema di cosa avrei fatto ‘da grande’: nella mia proiezione verso il futuro, prefiguravo che avrei continuato a studiare, fino alla laurea; magari avrei intrapreso la strada della docenza universitaria o della ricerca scientifica. Amavo le scienze e la storia ed ero in una fase di transizione. Dopo il ginnasio al romano ‘Mamiani’, mi trovai a frequentare il liceo al ‘Canova’ di Treviso, ben più severo e con un’impostazione completamente diversa.
A Roma avevo lasciato tanti amici e amiche e persino il primo filarino a causa di quel trasferimento; inoltre, il liceo trevigiano aveva un’impostazione innovativa, più profonda, introducendo, ad esempio, lo studio della chimica non su base teorica, bensì con laboratori all’avanguardia.
Il primo anno fu duro, mi sembrò di dover studiare il doppio rispetto al ginnasio. E poi, ero triste, come si può esser tristi a 16 anni, per aver lasciato quello che mi pareva l’Amore a 500 chilometri di distanza.
Niente email, telefonini o chat, all’epoca; ci arrangiavamo scrivendoci. La lontananza fu fatale e ricevetti una bella lezione: ad un certo punto mi scrisse che mi amava troppo e non mi meritava e si sfilò da quell’amore ormai solo epistolare. Un classico maschile: una formula fotocopia, per nulla inedita, di scaricamento di legame ‘ingombrante’.

Ridiamo sulla mancanza di originalità del ragazzino di allora. E’ l’esponente di una vera e propria ‘scuola di pensiero’, dai 15 ai 105 anni, dalla preistoria ai giorni nostri…


E come reagisti?

Sublimai la delusione nell’unico modo ‘positivo’ che conoscevo: mi gettai a corpo morto nello studio, favorita anche dalla severità delle performance richieste dai docenti. Ho avuto professori straordinari sia in materie umanistiche che scientifiche e ho imparato tanto, affrontando a viso aperto una bella sfida. Da quegli anni di grande cimento ho tratto l’insegnamento, che mi ha poi sempre accompagnata anche sul lavoro, secondo cui una persona, se si impegna, poi ce la fa. Nessuna meta è proibita, purché ce la si metta tutta: studio e serietà sono premianti. Di fronte ai risultati favorevoli che poi mi arrivarono, mi sentii rassicurata sulle mie capacità di fondo e capii che occorre, con lo studio, con l’impegno, investire su se stessi.

Come avvenne, poi, il tuo esordio nel mondo del lavoro?
Mi iscrissi alla Facoltà di Lettere dell’Università ‘La Sapienza di Roma’ con indirizzo in Storia Economica, che coniugava i miei interessi fra scienza e ricerca storica. Mi laureai con una tesi sulla storia dei Fasci Siciliani dalla loro fondazione, nel 1889 al loro scioglimento, nel 1894, repressi dal Governo Crispi. Il mio relatore di tesi fu il celebre storico Rosario Romeo. Avevo frequentato l’Università nel momento clou, quando era in corso la ventata ‘politica’ partita col ’68. Non mi impegnai in una particolare militanza, ma capivo che il mondo stava cambiando e la dimensione politico-culturale diventava vitale. Una volta avuta la laurea in tasca, sapevo perfettamente che dovevo lavorare. Non avevo mai pesato sulla famiglia, perché, anche durante il periodo universitario mi ero mantenuta facendo la segretaria al pittore siciliano Bruno Caruso, nel suo studio in via della Croce. Caruso, tuttora vivente (è del 1927) è stato l’animatore di un fervido circolo culturale e grazie a lui ho conosciuto, in quegli anni, Leonardo Sciascia, Renato Guttuso e tanti altri intellettuali. Lavorando in quel particolare ambiente ho allargato gli stimoli culturali che, peraltro, già mi venivano dai miei studi di storia economica, posto che l’economia è tutt’altro che una disciplina fatta di aridi numeri e percentuali: è, di contro, una scienza sociale che s’intreccia col comportamento delle persone. Quando mi laureai, dunque, avendo parallelamente già lavorato, non ebbi esitazioni: mi guardai immediatamente intorno per trovare occupazione.

E la trovasti subito?
Mi si prospettarono due possibilità: avevo partecipato ad un bando di concorso per l’Archivio di Stato, vincendolo; mi fu offerto un lavoro, d’ingresso, nell’Ufficio studi della Montedison, azienda multinazionale di cui avevo conosciuto all’Università un dirigente talent scout. Mi diedi 15 giorni per prendere questa decisione, consultandomi anche con gli amici e poi optai per la seconda opportunità. Pensai che un grande gruppo industriale offriva senz’altro maggiori stimoli dell’Archivio di Stato e mi avrebbe consentito di vedere il mondo. Era il 1975, la crisi energetica del ’73 aveva preoccupato le aziende, in special modo quelle chimiche, che stavano in guardia per capire l’evoluzione politica e economica che l’aveva determinata e, dunque, il lavoro di un Ufficio Studi, nel settore, era d’importanza vitale. Io cominciavo dal livello più basso e i miei studi affrontavano i temi della chimica e dell’energia. Si ripresentò nel ’79 il problema e, dunque, anche allora l’Ufficio Studi svolse un ruolo molto importante. Fu una bellissima esperienza, perché mi trovavo a lavorare in una multinazionale, interessata alla lettura delle dinamiche sociali, oltre che economiche. Ho collaborato con tre presidenze, prima quella di Eugenio Cefis, poi con Giuseppe Medici e con Mario Schimberni (che dal ’77 era stato vicepresidente). I gruppi dirigenti che facevano riferimento a tali personaggi erano assai sensibili ad una lettura dei processi economici e sociali di prospettiva e alla definizione degli scenari nazionali e internazionali. Cosicché, l’Ufficio studi, vera e propria fucina di creatività e di professionalità, costituiva la chiave di volta per le decisioni aziendali. Furono anni indimenticabili, ove avvennero mutamenti drastici nelle dinamiche della domanda e dell’offerta nel mercato del petrolio; l’OPEC divenne preponderante nella fissazione dei prezzi del petrolio, per la prima volta, dalla sua nascita, nel 1960; in Italia si affrontò l’austerity, come non mai, fino ad allora, dal secondo dopoguerra; nacque una profonda sensibilità, non solo nelle aziende del settore, bensì a livello sociale, verso i temi del risparmio e dell’efficienza energetica, nonché delle energie alternative.

 

Quando, nel 1990, approdasti all’Ufficio Studi dell’ENI, dopo altre esperienze lavorative negli uffici studi dell’INSUD (Ente collegato alla Cassa per il Mezzogiorno per lo sviluppo delle iniziative turistiche nel Sud) e in Finmeccanica, ritrovasti questi temi squisitamente energetici.
In ENI ritrovai questi temi, ma passai poi a dirigere le Relazioni Esterne, con una focalizzazione su quello che era il core business del Gruppo, ovvero il settore energetico ed estrattivo.  Furono anni drammaticissimi per noi e per il Paese; quelli del caso Enimont e di Tangentopoli; furono però, immediatamente dopo, gli anni di una svolta, con Franco Bernabé. Il Gruppo, con l’abolizione delle Partecipazioni Statali, fu quotato sulla Borsa di Milano e New York e quindi visse una profondissima trasformazione, cambiando completamente pelle. Parallelamente al mio lavoro, ricoprivo alcuni ruoli in Commissioni ad esempio quella tecnica presso il Ministero del Tesoro, guidata da Piero Giarda, fra l’86 e il ‘95, per i tagli alla spesa pubblica (NdR: un leit motiv ricorrente e mai raggiunto, come in gatto che si morde la coda…);  nel corso del Governo Amato ho collaborato col Dipartimento economico della Presidenza del Consiglio dei Ministri (PCM);  ho fatto parte della prima Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna presso la PCM, presieduta da Elena Marinucci (1984 – 1987) e delle Commissioni d’indagine sulla Povertà o CIES – Commissione d’Indagine sull’Esclusione Sociale – di cui sono stati presidenti Ermanno Gorrieri (1984 – 1985) e Giovanni Sarpellon (1986 – 1993).

Nel 2005, hai avuto l’occasione di mettere a frutto le tue capacità manageriali alla guida dell’Agenzia Giornalistica Italia. Un altro cimento…
Anche quella è stata un’esperienza entusiasmante, piena di stimoli. L’ ‘Agenzia Giornalistica Italia‘, infatti, si è sempre connotata per il proprio imprinting innovativo; fu fondata nel 1950, sotto l’impulso del piano Marshall, e dal 1965 divenne controllata dall’ENI. Fu la prima Agenzia a dotarsi di una Redazione Economica autonoma rispetto a quella degli Interni; vanta il primato di essere stata la prima Agenzia in rete su Internet; nel 1983 e fino al 1989 è stata diretta da Gianna Naccarelli, anche questo un primato: bisogna risalire a Matilde Serao per ritrovare un media quotidiano diretto da una donna.
Anche nel mio caso è stata una prima volta al femminile e in virtù di questo mio ruolo, ho anche presieduto in FIEG il settore delle Agenzie di Stampa.
Nel corso degli otto anni in cui sono stata alla guida manageriale dell’Agenzia, il mondo dell’informazione ha registrato profonde trasformazioni, con lo sviluppo velocissimo di Internet che ha impattato con i media tradizionali e la crisi dell’editoria; sono elementi, questi, che hanno richiesto interventi innovativi sul profilo dell’Agenzia.


In che direzione?

Abbiamo ampliato la presenza internazionale dell’Agenzia, non adottando, però, la strategia di moltiplicare le sedi all’estero (ne abbiamo un’unica fuori dall’Italia, a Bruxelles), bensì quella di stringere una rete di alleanze con agenzie di altri Paesi stranieri, molto importanti per l’economia e la società europee: ad esempio l’Agenzia Nuova Cina e quelle turca, egiziana e nigeriana.
Vi è un interscambio fruttuoso di notizie che si riverbera positivamente nelle relazioni internazionali bilaterali fra l’Italia e i Paesi che fanno parte di questo network, a vantaggio di un migliore radicamento sotto il profilo del business.

 

 

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