lunedì, Ottobre 25

Dani Karavan e le grandi sculture ‘ambientali’ Ricordo dell’artista israeliano scomparso a Tel Aviv che intendeva l’arte come segno di pace e unità, il quale si formò a Firenze e si fece conoscere al mondo attraverso una grande Mostra nel ’78 al Forte di Belvedere: ‘Environment for peace’. Polemica sulle opere ‘dimenticate‘

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Proprio nei giorni in cui Firenze  ricorda il grande scultore Henry Moore, con una mostra dei suoi disegni al Museo del Novecento ed un suo capolavoro (Il Guerriero) trova collocazione in Palazzo Vecchio, un altro grande scultore del Novecento, l’israeliano Dani Karavan, se n’è andato, il 29 maggio 2021 all’età di 90 anni, nella città che gli ha dato i natali: Tel Aviv. Ma la città della sua formazione artistica è Firenze, a testimonianza dell’ interesse che la culla del Rinascimento ha suscitato tra gli artisti   del Novecento. Poco più che ventenne,  si trasferisce a Firenze per  frequentare l’Accademia di Belle Arti,  dove da Giovanni Colacicchi apprende la tecnica dell’affresco, ma sono le opere dei grandi del passato ad attrarre la sua curiosità, sono Cimabue, Giotto, Paolo Uccello Piero della Francesca e poi Arnolfo di Cambio, Brunelleschi, Donatello, Michelangelo    ad indurlo ad imboccare la strada della  scultura ambientale,   che ha a che fare anche con le forme dell’architettura.  Ma è nel deserto del Negev  che inizia la sua carriera di scultore con una mega opera che – diceva – “ dà voce ad un luogo sconfinato”.  E’ quella una delle prime opere di site specific, oggi tanto in voga,  che dialoga con il paesaggio e lo spazio circostante.

L’ambientalismo diviene la sua missione artistica, il rapporto con la natura è per lui fondamentale. Siamo negli Anni ’70,  e Dani è un precursore su questo terreno inesplorato. La sua giovanile esperienza nei kibbuz lo porta ad apprezzare i frutti della terra e a perseguire  un sogno di pace e di legame tra arte e  natura, che diverrà la sua costante. La sua visione lo spinge anche verso una militanza socio-politica che ha nell’unità fra i popoli   e nella pace il suo asse:   è infatti  del ’76 la sua partecipazione alla Biennale di Venezia  con “Gerusalemme città della pace”. Ma è del ’78 l’evento che gli cambia la vita. Da qualche tempo si era trasferito con la famiglia a Firenze, andando  ad abitare in via delle Pinzochere, nel quartiere di S.Croce, la strada in cui abitava la famiglia di Piero Bargellini (il sindaco dell’alluvione),  animato da grandi fermenti  culturali che nascevano  dal variegato mondo della sinistra storica e non.  

La città sembrava  refrattaria  all’arte contemporanea, sebbene  la coltre dell’indifferenza fosse stata strappata nel settembre del ’72 ( Sindaco il dc Luciano Bausi), dalla grande Mostra antologica di Henry Moore al Forte di Belvedere. Dunque,  in questo clima  gli amici di Dani, Maria Luigia Guaita (una importante militanza  nella Resistenza), e Giuliano Gori  propongono alla  giunta di sinistra di Palazzo Vecchio,  presieduta dal Sindaco Elio Gabbuggiani,  di realizzare una grande mostra delle opere dello scultore israliano al Forte di Belvedere. L’iniziativa è accolta e sostenuta dal Sindaco e  dall’assessore alla cultura Franco Camarlinghi, figura emergente nella politica culturale fiorentina e nazionale.  Nel ’78, dunque, si celebra l’evento che cambierà la vita a Dani Karavan, attraverso la memorabile Mostra   al Forte di Belvedere: Environment for peace, con gigantesche opere ‘da vivere’ e il raggio laser che, di notte, lega idealmente la fortezza progettata dal Buontalenti e la Cupola del Brunelleschi . Un laser antiquato – ricorderà Karavan – che per portarlo ci voleva un camion. Ci fece patire molto». L’acqua  era l’elemento dominante di quella grande mostra che lasciò il segno. Una sezione di quella Mostra trova il suo spazio nel Castello dell’Imperatore di Prato, creando un legame tra le due città. Da allora a Karavan  arrivano richieste dal Presidente francese Mitterand  per l’Axe Majeur di Cergy Pontoise,lungo 3 chilometri, in un paesaggio ‘vuoto’, dalla Biennale di Venezia, da Kassel, dall’ America, e da vari altri paesi: Giappone, Sud Corea, Spagna, Svizzera. E, intanto, la giunta di sinistra  – per impulso di Camarlinghi, che la stampa indica come  l’alternativa di Niccolini, quello delle notti romane” ),  prosegue sulla strada  del rinnovamento e dell’apertura artistica e culturale, segno distintivo di quella stagione politica e amministrativa,  verso la quale vi è proprio in questi tempi una  “riscoperta”.

Karavan, che nel frattempo ha aperto uno studio anche a Parigi, si divide fra Tel Aviv, la capitale francese e Firenze,   che considera “la sua città”. In Toscana  è sempre presente con mostre e progetti, a Prato al Museo Pecci, a Pistoia, dove progetta con Berio  la “torre del vento” sul monte della Calvana ( che non si realizzerà mai), mentre si  realizza invece  la “grande ruota” di Calenzano. Proprio alla fine del secolo scorso, dopo una Mostra “minimalista” in Palazzo Vecchio, realizza una scultura in legno delle identiche dimensioni della cuspide della Torre di Arnolfo: un’ opera d’arte, dice, non una copia. ». Il suo è un omaggio alla città ed all’architetto  che ha tanto amato. Risultato: la statua finisce in un magazzino dell’azienda idrica   e,  cosa abbastanza recente ( 2014), il suo studio situatonella palazzina Carnierlo che doveva ospitare il Museo Zeffirelli,  è stato svuotato e parte del materiale finito in discarica.  In una recente intervista, Dani Karavan, si è lamentato  di questi episodi, chiedendo un intervento dell’attuale Sindaco,  che ancora non c’è stato.  Il ricordo del grande scultore dell’ambiente, sarà colto almeno come l’occasione buona per rendergli l’omaggio che merita e per collocare sue opere nel tessuto urbano della città della sua formazione e della sua “esplosione” artistica? E’ quanto ci auguriamo.

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