giovedì, Gennaio 27

Dalle donne dell’India forti segnali di cambiamento La condizione femminile al centro del River to River 21 Florence film Festival - Il volto contradditorio di un mondo che esercita un grande fascino, tra tradizione e contemporaneità, nei capolavori dei protagonisti della cinematografia indiana e nei film su: famiglia, conflitti generazionali, amore, violenza, Covid, solidarietà- Selvaggia Velo: “le donne lottano per riappropriarsi del proprio destino”

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Parafrasando il titolo di un celebre film di Woody Allen, potremmo dire che  questo “ River to river”, ci racconta “ tutto quello che avremmo voluto sapere….sull’India ( e non abbiamo mai osato chiedere”). Già, perché ciò che questo Festival cinematografico, in corso dal 3 all’8 dicembre, sta offrendo al pubblico  non è solo uno sguardo  su quella  grande e variegata realtà del paese di Gandhi attraverso il cinema: è qualcosa di più, una sorta di immersione nella storia, nelle tradizioni culturali  e religiose nel costume e anche nel cibo che il pubblico può degustare  al teatro La Compagnia, a Firenze,  epicentro della manifestazione, assaggiando   specialità culinarie e  partecipando ad un corso  di cucina indiana. Inoltre il pubblico femminile in particolare, può scoprire come si può dare nuova vita agli abiti femminili tradizionali ( le Sari, appunti)   trasformandoli in vestiti pregiati, gioielli, calzature e tessuti ornamentali realizzati a mano da artigiane degli slum dell’India. Etico, unico e sostenibile: un brand made in Mumbai che si schiera con le donne e con l’ambiente, promuovendo un concept di moda fatta di pezzi unici. Questo progetto  ( “I was a Sari”) presentato dal fondatore Stefano Funari è visibile ogni giorno al festival. Infine, presso il MAD Murate Art District (piazza delle Murate), fino al 15 gennaio 2022 sarà visitabile la mostra RIVERS, personale del fotografo tedesco Peter Bialobrzeski: un viaggio lungo i fiumi più iconici del mondo.  Partito nel 1996 dalle acque del Gange, in India, e approdato nel 2020 a quelle dell’Arno, a Firenze. Bialobrzeski accompagna lo spettatore dal Yangon River, nel Myannmar (2016), al fiume Elba ad Amburgo (2004), dalle acque del fiume Aji a Osaka, in Giappone (2015), a quelle del possente Yangtze a Wuhan, Cina (2017). Sì, proprio Wuhan,  la grande città cinese che fino a un paio d’anni fa molti ne ignoravano l’esistenza, e che è invece  è balzata alle cronache  quotidiane per essere stato il punto d’incubazione e poi di diffusione nel mondo del Covid 19.  Bialobrzeski offre con le sue immagini un percorso simbolico tra paesi, culture e paesaggi attraverso  seguendo il fluire dell’acqua e della sua energia vitale. I suoi lavori sono stati esposti in Europa, USA, Asia, Africa e Australia. La Mostra che si protrae ben oltre la durata del Festival, è stato realizzato in collaborazione con la Fondazione Studio Marangoni e  il MAD Murate Art District  (ingresso libero, dal martedì al sabato).

Ma veniamo al Festival vero e proprio che da 21 anni racconta al pubblico occidentale l’India attraverso 34 proiezioni italiane ed europee volte ad esplorare il volto  d’oggi di questo subcontinente. A raccontarlo lungometraggi, cortometraggi  documentari  talk mostre ed eventi speciali. La rassegna è giunta a metà del proprio  cammino, ma già se ne  può dare una valutazione  a caldo, e lo facciamo ponendo alcune domande a Selvaggia Velo, la direttrice del River to River Florence Indian Film Festival.

Sebbene a  metà percorso che bilancio si può dare di questo Festival?

Intanto siamo felici di aver  potuto rivedere il pubblico in sala. Purtroppo  senza i grandi ospiti in presenza per motivi logistici e le complicazioni dovute alla pandemia. Nonostante le misure restrittive che non hanno certo agevolato lo spettacolo e la cultura, si è aggiunta ora anche la carta super green….comunque   il pubblico è venuto e devo dire bisogna essere ben motivati per sfidare  le difficoltà incontrate…”

Dal punto di vista  contenutistico e qualitativo quale immagine dell’India di oggi riceviamo da questo Festival?

Un’immagine di rinascita, di orgoglio della rinascita delle donne in particolare, come spuntassero da una foresta di piante rigogliose. Almeno questo è il segnale che volevamo dare  selezionando film che  raccontano storie di riscatto, di coraggio che porta al cambiamento, di empowerment femminile  a partire dall’immagine scelta per il manifesto: una donna quale simbolo di vita e rinascita. E di riappropriazione del proprio destino. E’ questo il messaggio che il Festival fa proprio. Certo, se non trovassimo un riscontro nella realtà cinematografica indiana, non sarebbe possibile dare questo segnale. L’altra idea che ci ha guidato è stata  quella di offrire  una visione a 360° della  cinematografia indiana, miscelando cinema commerciale e cinema indipendente,  nel segno della qualità, cercando di offrire al contempo uno spaccato di realtà diverse: della vita e delle contraddizioni delle grandi città, come Calcutta, Mumbai e altre, e  ciò che avviene nel piccolo villaggio. Tante storie che raccontano una  società in movimento, che cerca di far convivere  tradizione e modernità. Insomma, il volto dell’India d’oggi”.

E’ stato Rajat Kapoor, il regista simbolo del cinema indipendente indiano ad inaugurare la kermesse con il suo RK/RKai,  una commedia metacinematografica  che ricorda il Woody Allen de La rosa purpurea del Cairo,nella quale il regista e attore RK si trova a dover risolvere un grosso problema: la scomparsa dalla pellicola del protagonista. Un film nel quale vita reale e immaginazione si intersecano.

Il Festival  ha celebrato  alcuni grandi  personaggi   del cinema indiano:  i 100 anni della nascita del grande Maestro Satyaiit Ray, autore  del film capolavoro Charulata, tratto da un racconto di Rabindranath Tagore,  Orso d’Argento per la migliore regia al Festival di Berlino del 1965; è la storia di una donna – Charu – che vive a Calcutta in una posizione agiata  in quanto moglie del direttore di un giornale, costretta però a far la vita di una  “ casalinga disperata”, che però troverà la forza di spezzare  il cerchio dell’oppressione psicologica.  Ray, regista bengalese nato a Calcutta il 2 maggio 1921 e scomparso nel 1992, è una delle figure più autorevoli della cinematografia  indiana e mondiale. Erede di una grande tradizione intellettuale, è la figura di spicco del rinascimento bengalese, un movimento che ha profondamente cambiato la storia dell’India moderna attraverso l’incontro e la fusione del pensiero occidentale con quello orientale. Uomo dalle mille passioni e artista poliedrico (disegnatore, illustratore grafico, critico cinematografico, sceneggiatore, musicista, editore di una rivista per ragazzi), è stato grande conoscitore del cinema europeo; una passione iniziata nel 1947 quando fonda la “Calcutta Film Society”, primo cine club indiano di respiro internazionale, in cui vengono proiettate le opere di cineasti americani ed europei. Ray entra così in contatto con il neorealismo italiano di cui subirà l’influenza.

I film di Ray sono dedicati a gente comune, persone ordinarie, non eroiche, molti di questi sono tratti dairacconti di Tagore, grande poeta celebre anche per i suoi aforismi, che ha influenzato tutta l’opera del regista sia sul piano dell’ispirazione che estetico.

Altra personalità di spicco, presente in collegamento video al Festival, la supestar  di Bollywood Amitabh Bachchan,   soprannominato Big B, in riferimento alla sua statura artistica, il quale   vanta più di 50 anni di carriera come  attore, produttore, presentatore televisivo e personaggio politico. Big B ha dialogato in video conferenza  con il pubblico dopo della proiezione del suo ultimo lavoro: il thriller psicologico “Chehre del regista  Rumi Jaffery, nel quale Bachchan interpreta un ex pubblico ministero che, ritiratosi insieme a tre colleghi in un’isolata casa di montagna, si diverte a inscenare un processo nei confronti di un giovane sconosciuto in cerca di riparo dal maltempo. Le cose si riveleranno tutt’altro che un semplice gioco. Infine, tra i grandi protagonisti  in dialogo on line con il pubblico l’indimenticabile Sandokan,  ovvero l’attore Kabir Bedi che presenterà il suo nuovo libro “Storie che vi devo raccontare.La mia avventura umana.”  

Si è detto delle donne al centro di tante storie in questo Festival. Una  delle vicende più suggestive è quella narrata nel film Nazarband, recente lavoro del regista bengalese Suman Mukhopadhyay  che ha per protagonisti una donna – Vasanti – appena uscita dal carcere,  e un ragazzo, Chandu, un piccolo truffatore che l’accompagna tra i vicoli della megalopoli per ritrovare il suo passato in una traversata che potrà cambiare la vita di entrambi.La magalopoli è Calcutta.

Alle tematiche legate al mondo femminile, le troviamo nella sezione cortometraggi: in “Ek Duaa” di Ram Kamal Mukherjee le rigide tradizioni di una famiglia indiana impongono a una giovane donna di avere un figlio maschio come primogenito; nella trama di “The Song we Sang” di Aarti Neharsh, le protagoniste Krishna e Alia si incontrano al festival religioso del Navaratri e tra di loro vi è immediata affinità. Decidono quindi di allontanarsi dal frastuono della festa, lasciando emergere liberamente le proprie emozioni, il loro reciproco amore.  Il  corto “Kanya” di Apoorva Satish,  racconta di una ragazzina con il sogno di diventare nuotatrice professionista che incontra enormi difficoltà con l’arrivo del suo primo ciclo e  in My mirror” di Franziska Schönenberger e Jayakrishnan Subramanian, la storia di una giovane sposa annoiata e trascurata dal marito che passa il tempo sull’app MyMirror. La conoscenza di persone nuove con le quali chattare, mette a rischio il suo matrimonio.

Ma si sa, questo è il tempo delle chat  e neanche l’India di oggi sfugge a questa dilagante moda che segna la vita contemporanea. Ad esempio, nel film di Anuj Gulati  (‘Wingman: the universal irony of love’), Omi è un giovane che lavora in un call center per un’agenzia di appuntamenti, il quale, disperato per essere stato lasciato dalla  fidanzata fa la corte ad una cameriera sposata,  da quel momento la sua vita va in tilt.

Mumbai Diaries 26/11è la miniserie dedicata agli attacchi terroristici avvenuti il 26 novembre 2008,  osservate dal punto di vista dell’equipe medica del Bombay General Hospital (nelle quali  lo staff medico  e si è trova o ad affrontare, la difficile opera di salvataggio di vite umane,  restando coinvolto emotivamente e fisicamente) ; Womb di Ajitesh Sharma,  è un racconto straziante e commovente sulle difficoltà, I sogni le lotte  contro tutte le forme di violenza  aggravate dal Covid, che fa così irruzione al Festival.

Altro tema affrontato quello del viaggio:  dal film cult dì Bollywood Kabhi Kushi Kabhie, viaggio monumentale di 4000 km a piedi e 240 giorni per raccontare  l’India a quello di Clemens Jurk e Patrick Ranz (Patrick goes to Bollywood) che è sopratutto un viaggio intimo volto a scoprire l’energia di un paese brulicante di vita.  

Questi alcuni deil film presentati. A metà percorso  possiamo chiuderci: quanto siamo lontani dal fascino che l’universo indiano esercitò  sulle migliaia di giovani d’Europa e d’America che seguirono nel ’68 le orme dei Fab Four nel loro viaggio verso il Maharishi Mahesh ? A loro quell’incontro ispirò ll White Album  ( e ora un film “The Beatles and India”)?.  

Quanto il  richiamo  di quel mondo sopravvive oggi? Difficile dirlo certo è che il fascino si rinnova ciclicamente. Contagiò anche Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini (1960), il primo  ci fornì  ‘Un’idea dell’India’, il secondo ‘L’odore dell’India’, ovvero le sensazioni  ricevute durante quel viaggio a cui dedicherà un documentario. “ Gli indù sono il popolo più caro, più dolce, più mite che sia possibile conoscere. La non violenza è nelle sue radici, nella ragione stessa della sua vita…..scriveva Pasolini, il quale poi t aggiungeva Si ha l’impressione di lasciare un moribondo ormai, lungo la strada seminata di naufraghi.” Scritti di oltre mezzo secolo fa.

Oggi l’orizzonte artistico culturale  sembra trovare nuove strade, di apertura sul mondo e forme  di collaborazione anche con le nostre realtà, come avviene la prestigiosa Biennale di Kochi-Muziris,  la maggiore mostra d’arte dell’India. E l’India delle caste, delle povertà, delle grandi contraddizioni, dei  conflitti  è ancora là? Forse  è più nascosta. Ben lo sappiamo, ma intanto il Festival cerca di strappare un sorriso con il finale affidato a Medium Spicy, di Mohit Takalkare,  una commedia frizzante in salsa Bollywood, in cui amore  cibo  e avventure si fondono.

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