domenica, Aprile 11

Dallas, liberato DeRay Mckesson. E Trump attacca Obama field_506ffbaa4a8d4

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A Dallas è ancora alta tensione dopo la sparatoria di qualche giorno fa. Quattro uomini sono stati arrestati dalla polizia di Detroit con l’accusa di aver incitato su Facebook ad uccidere agenti. Mentre le manifestazioni di afroamericani continuano in varie parti del Paese, vedi Detroit, San Francisco e St Pau, oggi è arrivata la liberazione su cauzione di DeRay Mckesson, uno dei leader del movimento ‘Black Lives Matter’ arrestato insieme ad altre 130 persone con l’accusa di aver ostruito un’autostrada durante una protesta a Baton Rouge, Louisiana, contro le recenti uccisioni di neri da parte della polizia. L’attivista ha comunque stigmatizzato il comportamento della polizia che, secondo lui, continua a provocare i manifestanti, che stanno portando avanti le proprie proteste in maniera pacifica. Mentre nel Paese salgono a 230 i fermati per le varie manifestazioni.

Intanto domani sarà la giornata del dolore a Dallas, dove si svolgeranno i funerali dei 5 poliziotti uccisi. Ci sarà anche il presidente Barack Obama, che incontrerà in forma privata i familiari delle vittime e andrà alla funzione insieme al vice presidente Joe Biden e all’ex presidente George W. Bush, con la moglie Laura. Intanto emergono nuovi inquietanti particolari sul cecchino: secondo il capo della polizia locale, David Brown, stava pianificando altri attacchi e di maggiori proporzioni: «Il materiale per la fabbricazione di bombe trovato nella casa di Micah Johnson con un’agenda ci porta a credere che stesse progettando esplosioni con effetti devastanti a Dallas e nel nord del Texas». E sulla vicenda di Dallas ecco arrivare l’attacco di Donald Trump: «Guardate cosa succede al nostro Paese sotto la debole leadership di Obama e di gente come la corrotta Hillary Clinton. Siamo una nazione divisa. Il presidente Obama pensa che la nazione non sia divisa come pensa la gente. Sta vivendo in un mondo immaginario».

Sul lato politico intanto grande lavoro nelle ultime ore in casa democratica: domani infatti l’endorsement ufficiale di Bernie Sanders per Hillary Clinton. Il senatore parteciperà ad un suo evento elettorale in New Hampshire e appoggerà quindi ufficialmente l’ex first lady, che la scorsa settimana ha ricevuto l’aiuto anche dello stesso Barack Obama. Decisivo l’avvicinamento della Clinton ad alcune posizioni del senatore del Vermont, in particolare su scuola e sanità.

Continuano per il quinto giorno consecutivo le violenze nella capitale del Sud Sudan, Juba. In campo le forze fedeli al presidente Salva Kiir e quelle leali al primo vicepresidente Riek Machar, tornato dopo gli accordi di pace di aprile nell’ambito di un governo di unità nazionale che non è riuscito a portare stabilità. La missione Onu di Jebel, dove hanno trovato temporaneamente rifugio circa 30mila civili, fa sapere che i combattimenti sono ripresi nelle vicinanze, mentre è arrivata la conferma che ieri è stato ucciso un casco blu cinese. Gli scontri tra le parti in due anni e mezzo hanno causato decine di migliaia di morti e hanno provocato una grave crisi umanitaria nel Paese. Secondo le ultime stime il bilancio delle vittime di questi giorni è salito ad almeno 272. I morti sono in maggioranza soldati. Kiir ha chiesto un immediato cessate il fuoco.

«Profonda preoccupazione per la perdita di vite umane e la situazione di insicurezza» è stata espressa in un comunicato dal ministero degli Esteri di Khartoum, che precisa sono in corso contatti con le parti coinvolte per «ristabilire pace e sicurezza nel Paese». Già ieri si era mosso in prima persona il presidente Omar Bashir, che aveva avuto un colloquio telefonico con il presidente sudsudanese Kiir e il primo vicepresidente Machar, ai quali ha chiesto «autocontrollo per non far degenerare la situazione, lavorare per la stabilità della regione ed evitare che il terrorismo possa infiltrarsi nell’area». Ad intervenire oggi anche il segretario generale della Lega Araba Ahmed Aboul Gheit: «L’escalation delle violenze e degli scontri in varie zone del Paese e nella capitale Juba potranno avere serie conseguenze nel breve periodo». E ha invitato tutti a «rispettare l’accordo di pace siglato nell’agosto del 2015». Anche l’Egitto è sceso in campo, dichiarandosi «pronto ad aiutare i fratelli sud-sudanesi a superare le divergenze, chiedendo ai leader del Sud Sudan di avviare un dialogo costruttivo e di proteggere i civili».

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