sabato, Maggio 15

Dall'America senza giustizia Invocare la giustizia italiana dagli States

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mobbing

Vivo negli Stati Uniti, dove mi sono ricongiunta con la mia famiglia di origine. Ci sono tornata dopo 22 anni perché sono rimasta vedova, con un figlio da crescere e tanto dolore nel cuore. Dopo una breve esperienza in Alitalia, ho vinto un concorso presso un Ente Pubblico Italiano con sede all’estero e non mi sembrava vero, perché inserirsi nel mondo del lavoro negli USA non è certo facile. Pensavo che la doppia cittadinanza, l’essere bilingue e l’aver vissuto e lavorato in entrambi i paesi fosse un vantaggio che mi potesse aprire le porte di una brillante carriera.

Sono stata bene per un po’ e ho sognato di conquistarmi un posto nella società, ma il mio piccolo mondo fatto del mio amato lavoro e di mio figlio è stato stravolto quando, nel 2001, è cambiata la direttrice della struttura. È iniziato sin da subito uno stillicidio che ha segnato la mia vita in maniera irreparabile. Sono stata sottoposta a torture psicologiche continue, ho subito vessazioni, maltrattamenti, diffamazioni.

Da novembre 2002 a dicembre 2003, mi sono state notificate 22 lettere di richiamo, tutte pretestuose, basate sul nulla. Non so se si riesce a immaginare cosa succede nella testa di una lavoratrice seria come me davanti a ventidue (ventidue!) lettere di richiamo in così poco tempo. Che cosa vogliono da me? Mi chiedevo. Il clima era quello tipico descritto nella letteratura sul mobbing: astio, diffidenza, scatti di nervi, eccessivi controlli sul mio lavoro. Né la direttrice, né il superiore di allora, suo alleato in questa strategia distruttrice, hanno mai potuto contestarmi qualcosa che comportasse la cessazione del rapporto di lavoro. Entrambi erano legati da rapporti di potere che li hanno resi feroci nei miei confronti, e che ancora non riesco a capire appieno.

A un certo punto hanno calcato la mano: sono arrivati provvedimenti più seri, per la precisione due sospensioni dal servizio. La prima delle due mi fu notificata in occasione del mio cinquantesimo compleanno; avevo chiesto una settimana di ferie, volevo stare con la mia famiglia, godermi un po’ di tempo libero con mio figlio. Invece per tutta risposta mi sono vista recapitare la sospensione dal servizio per dieci giorni senza stipendio. Capivo che lo  scopo era quello di costringermi alle dimissioni, perché le lettere facevano riferimento a generiche considerazioni. Mi si voleva stancare, ridurre allo sfinimento, così avrei tolto il disturbo firmando di mio pugno. Non ce la facevo più, stavo male. Mi sottoposi ad alcuni controlli e venne fuori che avevo il cancro. Il cancro. Io. E mio figlio? E se muoio? I pensieri erano tutti tragici. Non dormivo più.

Qui, negli Stati Uniti, molti medici sostengono che ci sia un legame tra questa terribile malattia e lo stress. Il cancro è stato asportato e all’operazione è seguito il protocollo: chemio, radio, analisi, esami. Ma anche paure, malesseri, speranze. Nonostante le sofferenze che stavo patendo, il flusso delle lettere di richiamo non ha conosciuto sosta, come niente fosse, come se io e un computer bloccato per sempre fossimo la stessa cosa: degli oggetti inservibili da buttare via. Allora mi sono detta che dovevo difendermi, la salute no, quella va salvaguardata e poi sia quel che sia. Mi sono decisa a intentare una causa facendo valere i miei diritti di cittadina italiana, invocando la tutela giuridica del mio paese. Ho potuto farlo perché nel 2002, quando avevo dovuto scegliere quale tipo di contratto sottoscrivere, avevo optato per un contratto a legge italiana, e, come previsto dalle disposizioni, avevo chiesto e ottenuto il parere favorevole dell’Ente.

Sorprendentemente, all’indomani del deposito del ricorso, c’è stato un periodo di calma piatta nel quale ho potuto riprendere fiato: è cambiata di nuovo la dirigenza e ho vissuto tranquillamente per cinque anni. Ma, si sa, la dirigenza cambia spesso, perciò quando è giunto un altro direttore mi sono ritrovata al punto di partenza. E dire che mi era sembrato un tipo molto cordiale e simpatico, invece si è trasformato presto in un altro nemico. Ha iniziato a dirmene di tutti i colori per far sì che rinunciassi alla causa contro la sua collega.

L’avvocato ha fatto il possibile, ma in assenza di una legge specifica che preveda il reato di mobbing, non ho ottenuto giustizia, anzi! Il risultato è che ho perso contributi assistenziali ai fini pensionistici e anche al diritto di difendermi  perché il giudice ha dichiarato il difetto di giurisdizione per i fatti fino al 2003, e per il resto ha respinto il mio ricorso. Nella discussione della causa c’è stata addirittura quella che io reputo una vera e propria offesa, si è detto che “l’impiegata doveva essere umile”! Che cosa significa “essere umile”? Che occorre obbedire ciecamente a qualsiasi ordine? Che ci si deve inchinare davanti al direttore, preparargli il caffè, non contraddirlo mai, o cosa altro? Come non bastasse, i difensori di controparte, durante l’ultima udienza, si sono espressi con la frase: “tanto l’impiegata lavora e prende anche un bello stipendio”! Ve lo chiedo dagli Stati Uniti, c’è bisogno di leggi chiare per punire questo particolare reato che i codici indicano in modo generico.

C’è bisogno di una legge che preveda almeno delle indagini interne per verificare la veridicità delle sofferenze che si provano e che, molto spesso, sono documentate, ma a quanto pare le certificazioni non sono sufficienti come prova. Tutto questo star zitti, tutta questa omertà e soprattutto l’impunità per chi commette violenze così atroci non possono essere continuare a essere esclusi dalla denuncia pubblica. La mia vita, come quella di tantissimi altri che hanno sperimentato o sperimentano purtroppo lo stesso trattamento speciale, è radicalmente cambiata. In peggio e irrimediabilmente. Nel mio piccolo, raccontando la mia storia, spero di aver dato un contributo utile a svegliare le coscienze.

 

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