mercoledì, Maggio 12

Dalla prima alla terza guerra mondiale field_506ffbaa4a8d4

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Qualcosa in più di cento anni fa, il popolo italiano fu scaraventato nell’inutile strage’.
Solo che ‘inutile’, ‘orrenda carneficina’ e ‘suicidio dell’Europa civile’, la Grande Guerra viene designata due anni e passa dopo l’ingresso dell’Italia nel conflitto  -da Benedetto XV, che scrive nell’agosto del ’17 ai Capi di Stato e di Governo.
Invece all’inizio l’avventura bellica dovette sembrare, a (quasi) tutti, la naturale prosecuzione di quello scatto d’orgoglio nazionale iniziato nel 1911 con la Campagna di Libia, che Giovanni Pascoli salutò con parole immaginifiche: «la Grande Proletaria si è mossa». Eppure Pascoli era di ideali socialisti, eppure il proletariato italiano non aveva alcun interesse oggettivo a immolarsi, né in quelle battaglie di pura conquista coloniale né, tanto meno, tra gli assalti bestiali e le raccapriccianti trincee della Prima Guerra Mondiale. Ma tant’è: tanto in profondità lavorava il senso comune egemonizzato dalla borghesia capitalista, dagli appetiti imperialisti, che operai e contadini andarono in elmetto e uniforme verso il suicidio offrendo poca o nulla resistenza  -che le loro guide ideologiche perfino (quasi tutte) giustificavano come necessario al progresso dell’emancipazione sociale.

Benito Mussolini, da Direttore de ‘Avanti!‘, nell’ottobre ’14 scrisse parole di fuoco in favore dell’intervento. Poi l’Italia entrava in guerra, poi la guerra finiva, poi gli italiani erano scontenti anche se vittoriosi, poi gli operai e i braccianti alzavano la testa contro i padroni, poi i socialisti non sapevano bene cosa fare, poi i fascisti invece sì  -c’era il debito con Confindustria e latifondo da onorare. Poi la monarchia e il Governo liberale  -dopo averci già buttato nella guerra, la Prima-  mettevano il Paese in mano a Mussolini. Poi vent’anni di fascismo. Poi l’alleanza coi nazisti e la Guerra Seconda.
E solo alla fine: la Resistenza, la Liberazione, la Repubblica, la Costituzione. Che oggi patisce i morsi dei lupi di sempre, del privilegio economico e dell’ingiustizia sociale.
I conti di allora. 700.000 gli italiani morti soldati, 600.000 gli italiani morti da civili per malnutrizione o altri disagi causati dalla guerra, 400.000 gli italiani ammazzati dalla Spagnola  -l’influenza propagata in tutto il continente dai militari americani che nel ’17 passavano da Spagna e Francia per entrare in battaglia.
16.000.000 di morti in tutto, per mano della Grande Guerra, più 20.000.000 tra feriti e mutilati. Militari e civili insieme  -di tutti i Paesi coinvolti. Un morbo più letale della Peste Nera del Trecento.
Eppure, cento anni fa, a quasi tutti sembrava la cosa giusta da farsi.

A chi no? Ad alcuni giolittiani, perché l’Italia  -dicevano-  non era pronta. A non pochi cattolici, per i motivi umanitari cui si appellerà il Papa più tardi. E a tutti quelli, nel movimento operaio e nel campo del pensiero socialista, che correttamente leggevano lo sviluppo dei fatti come l’estremo azzardo del potere di classe per finir di conquistare il mondo e, insieme, per chiudere la partita con un proletariato ormai troppo cosciente e organizzato.

Paradosso. Furono proprio i comunisti a dar corpo politico all’accorata lettera di Benedetto XV. Antonio Gramsci si forma in quelle fasi, comprendendo a fondo la natura del capitalismo  -che gliela farà scontare col carcere infinito. Jean Jaurès in Francia e Rosa Luxemburg in Germania pagano con la vita l’essersi opposti all’ecatombe dei popoli. E nel marzo del ’18 saranno Lenin e Lev Trockij, in piena Rivoluzione Bolscevica contro il passato zarista e il presente borghese della Russia immensa, a proporre il primo trattato di pace tra Stati belligeranti, che gli imperi Germanico, Austro-Ungarico e Ottomano firmano a Brest-Litovsk. «La pace, la terra e tutto il potere ai Soviet», avevano promesso i comunisti al popolo russo. E lo fecero davvero.
Il capitalismo mondiale non glielo ha mai perdonato. Gli ultimi cento anni sono la storia della sua vendetta.

Eric Hobsbawn coniò, nel 1995, per il Ventesimo Secolo l’attributo da allora celeberrimo di ‘breve’, perché iniziato solo nel ’14  -con le pistolettate a Sarajevo– e finito già nel ’91, con lo scioglimento dell’URSS in un’altra cosa. Eppure se Hobsbawn (nato nel 1917 morto nel 2012, ultima opera ‘Come cambiare il mondo: perché riscoprire l’eredità del marxismo‘) avesse avuto l’età e le forze per lavorare da storico ancora qualche anno, osservando le dinamiche e gli effetti della Grande Crisi in corso, studiando le tabelle delle distribuzioni economiche tra le classi, assistendo all’epidemia di disoccupazione, alla tempesta di privatizzazioni e precarizzazioni in atto, giudicando il trasformismo di forze politiche e sindacali in tutti i Paesi d’Europa  -Italia in testa-  che guidano e spacciano da ‘sinistra’ la corrente ristrutturazione capitalista e antidemocratica, e guardando negli occhi il Terrore che il mainstream chiama ‘terrorismo’ e usa per orientare il senso comune, ebbene forse avrebbe ricalibrato quella sua definizione.
Infatti, questo inizio di Ventunesimo Secolo sta somigliando talmente al passaggio tra Ottocento e Novecento, che mi vien quasi da dire che anziché esser stato il Ventesimo un secolo breve, semmai è il Diciannovesimo che è incredibilmente lungo  -che non è ancora terminato.

Nel maggio 1915 l’Italia fu gettata in pasto ai cani della guerra  -la Grande, la Prima. Chi lo decise  -chi fece in modo che il popolo italiano lo accettasse- lo decise, dunque, non perché entrassimo a pieno titolo nel Novecento delle emancipazioni di genti, di persone e classi, ma al contrario perché l’Ottocento dello sfruttamento del lavoro non finisse mai. E ci stiamo ancora dentro.
Poi, dopo nemmeno una generazione, scoppiò la Seconda  -che faceva impallidire il precedente quanto a morte e distruzione.

Oggi si fa correre veloce l’idea della Terza Guerra, più veloce possibile  -così che non ci si fermi a pensare davvero. E anche oggi c’è un Papa dei cattolici (questo si chiama Francesco) che alza la voce contro «un sistema economico che uccide e che suicida, incivile». Però di comunisti, proprio come allora, non ce n’è  -temo- ancora abbastanza.

L’attuazione dell’Umanesimo Socialista è l’unica forza globale di interposizione di pace.

 

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