lunedì, Giugno 14

Dalla funivia di Stresa a Brusca siamo all’unanimità di confusione e improntitudine Le due vicende offrono uno spunto di riflessione utile a chiarire meglio come funziona la 'giustizia', il modo in cui si può e si deve 'usare' il diritto, ma sono anche preoccupante espressione dell’improntitudine di giornalisti e politicanti alle prese con questioni giuridiche, di una superficialità, indifferenza e cattiveria elevati a ragione di governo, a potere

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La vicenda della funivia di Stresa e della ‘liberazione’ di Giovanni Brusca offrono uno spunto di riflessione utile, forse, a chiarire meglio sia come funziona la ‘giustizia’, in quanto parte dello Stato, e quindi della Costituzione, sia sul modo in cui si può e si deve ‘usare’ il diritto. In un quadro sempre più oscuro e poco chiaro, che vede la Magistratura al centro sia di un attacco spesso brutale da parte del potere, sia alle prese con una sorta di desiderio di autodistruzione, legata alle continue micidiali interferenze tra il potere politico e quello giudiziario.
Il diritto, credetemi, è una scienza esatta, nel senso che risponde a regole chiarissime e rigorose, tra le quali compare quella della logica complessiva di un fenomeno complesso, cioè della necessità di ‘leggere’ la legge, per il modo e il senso in cui è, e, specialmente, per la collocazione logica in cui si trova.

 

Partiamo da Stresa. I Magistrati non mancano di mettercela tutta per complicare la vita a sé stessi e a noi cittadini ‘comuni’, sempre più incapaci di comprenderne i comportamenti. Eppure, il principio è tanto semplice quanto chiaro: un Magistrato parla solo con i propri atti, le proprie sentenze. Fuori del suo ufficio o delle sue aule, il Magistrato è muto, non ha idee politiche intese come partitiche, non conosce uomini politici e di Governo. Conosce la legge e giudica: la cosa più difficile e coinvolgente del mondo, ma anche la più terribile.
Nel caso, purtroppo, abbiamo assistito ad eccessi di loquacità, sia con i giornalisti, sia indirettamente in sentenze.
Avrei preferito che il PM di Verbania si limitasse a svolgere i suoi atti senza ‘confidarsi’ con la stampa e che il Giudice per le indagini preliminari, a sua volta, evitasse di usare la sentenza per criticare la collega. Anche se, la frase chiave è cristallina e assolutamente onesta, da giudice che valuta in scienza e coscienza e nel rispetto delle leggi. Sarebbe troppo lungo citare tutto ma basta: «…il pm fa il suo lavoro bene e io faccio il mio lavoro credo altrettanto onestamente, è il sistema, dovreste ringraziare che il sistema è così, dovete essere felici di vivere in uno Stato in cui il sistema fa giustizia o è una garanzia e invece sembra che non siate felici, l’Italia è un Paese democratico», dimenticando di dure, però, che non c’entra la democrazia, l’Italia è uno Stato di diritto e cioè offre garanzie, che sia democratico è altra cosa. Ma perché parlare qui di queste cose? Il giudice più tace meglio è.

Il tema lo conosciamo tutti. Il PM arresta tre persone, ritenendole colpevoli di fatto (per avere bloccato il freno) e di diritto per esserne al corrente, o almeno per esserne al corrente i superiori‘. Il ragionamento, come vedremo fra un istante, risponde a criteri ben noti, specialmente nel diritto internazionale.
Il Giudice per le indagini preliminari, invece, applica la legge in termini restrittivi e ritiene i duesuperiorinon responsabili del fatto, o meglio, ora come ora non tanto evidentemente probabili colpevoli da meritare la carcerazione preventiva.
E qui già c’è una differenza di accenti tra i due giudici (non dimentichiamolo mai, il PM è un giudice) perché, in qualche modo, il PM dà l’impressione di volere rispondere più che alla tecnica giuridica alsentimento popolare‘, indirizzato al ‘metteteli tutti dentro e buttate via la chiave’. Ricordate le improvvide sciocche parole di quei politicanti dopo il crollo del ponte di Genova? La logica è un po’ quella. Ma il GIP, nell’applicare la norma in termini restrittivi, non si limita ad esercitare quella che ella stessa ha definitola fisiologia del sistema‘, ma con quella frase nell’ordinanza in cui definiscesuggestivama inaccettabile la scelta del PM, commette e aggrava lo stesso errore della sua collega: parlatroppo.
Da ciò la cosa grave, alimentata dalla solita stampa irresponsabile, l’immediata creazione dei colpevolisti e degli innocentisti. È normale, direte. Sì, è normale. Ma se ‘alimentata’ dai giudici non è normale, è sbagliata, e può portare a confondere poi le carte nel giudizio finale, quello del giudice vero, che deciderà la sentenza.

Il tema reale, sotteso al discorso, è, come dicevo, quello ben noto al diritto internazionale: può uninferiorerifiutare l’ordine del superiore? Non lo dico io, lo dice la GIP di Verbania, che nella sua ordinanza giustifica la scarcerazione dei due sulla base anche del fatto che quello che ha messo materialmente il blocco ai freni poteva, se avesse avuto l’ordine di farlo, rifiutarsi, a norma di legge.
Vero e falso. Vero perché è tecnicamente così, anche se allora l’operaio semplice che ha materialmente messo il blocco dovrebbe a sua volta essere considerato colpevole perché non si è rifiutato. Quello che ha deciso, a sua volta, non ha avuto ordine alcuno formale, scritto ad esempio, e quindi si considera, dice il GIP, avere agito di sua unica iniziativa.
Falso, perché, si domanda la PM, non occorre un comando esplicito quando sai che c’è accordo, anzi, che verosimilmente c’è una possibile ‘spinta’ a non fermare la funivia: e l’interesse a non fermare è certamente più del proprietario che del dipendente sia pure dotato di potere. Ma poi, si dice la PM tra le righe: può veramente un dipendente rifiutarsi, non rischia il posto? La stessa PM si risponde di sì, per quanto riguarda l’operaio che materialmente ha messo il freno, ma di no per quanto riguarda il direttore operativo della funivia.
È il tema, dicevo, ben noto nel diritto internazionale, nel caso dei crimini nazisti. Poteva il militare semplice delle SS rifiutare di arrestare l’ebreo o il comunista? Poteva farlo Adolf Eichmann?
È un tema delicatissimo e che sarà l’oggetto, il tema reale del processo quando si arriverà al processo. Rispetto al quale, una volta di più gli italiani non si smentiscono mai. Da un lato è partita all’istante, come un riflesso condizionato perfettamente oliato, il meccanismo perverso dello scaricabarile, tra i vari possibili responsabili, meno (in parte) quello che si è subito autoaccusato, sia pure dicendo di avere fatto cose concordate. Dall’altro, purtroppo, una volta di più, due giudici bravi (evidentemente) e attenti, hanno però mostrato poca pienezza di professionalità, divenendo corresponsabili del polverone che ora si alzerà. Certo non solo per lori colpa, ma anche.

Con una pericolosissima conseguenza ulteriore, a mio giudizio veramente micidiale. L’immediata ripartenza della vera questione, quella che oppone da sempre il potere esecutivo a quello giudiziario: l’intervento sulla autonomia della Magistratura, ma specialmente sulla sottoposizione del PM al potere esecutivo.
Beninteso, già incluso nei progetti dei nostri giustizialisti della Domenica e, se ben capisco, condiviso dalla Ministro della Giustizia (è solo un caso, ma qui stiamo parlando sempre di donne … per dire che se si parlasse di fatti e di competenze indipendentemente dagli organi sessuali, magari si ragionerebbe con maggiore … consapevolezza): mi riferisco all’idea di sottoporre i PM alle decisioni del Parlamento sulle scelte dei reati da perseguire. Una cosa assurda e radicalmente incostituzionale. Ma che, proprio perché agitata in questi giorni, ha subito trovato ‘voci autorevoli’ a proporre l’ennesimo insulto alla nostra Costituzione, mediante la solita verbosa modifica. Il cui unico risultato sarebbe quello di privare ancora di più il cittadino ‘comune’ di aspettative di giustizia. Che c’entra con la vicenda Mottarone? Poco, apparentemente, salvo che la perdurante tendenza a farsi troppo notare dei Magistrati non può non facilitare certi progetti, diciamolo schiettamente, autoritari.

 

E veniamo a Giovanni Brusca. Un delinquente incallito, disgustoso da ogni punto di vista. Delinquente che è stato processato e condannato e che, grazie ad una legge dello Stato, votata a larga maggioranza dal Parlamento e condivisa con entusiasmo allora come oggi da tutto il mondo politico, giustizialisti inclusi, ha goduto di una riduzione di pena tale che, trascorso il periodo previsto, è ora legittimamente libero.
La legge a cui mi riferisco è quella suipentiti. Legge che fu voluta già ai tempi del terrorismo, e che, nel nostro come in moltissimi altri ordinamenti giuridici, compresi quelli dei quali non si fa che celebrare le meraviglie come quello (che io ho definito e definisco ancora oggi: rozzo) statunitense, prevede che se qualcuno si pente, cioè non solo confessa i propri reati ma permette con successo di arrestare e condannare altri, ottenga uno sconto di pena.
Perché? Non per giustizia o altro, ma per un motivo molto più serio e generale: l’interesse dello Stato (cioè della collettività, cioè di tutti noi) a perseguire, cioè sconfiggere, certi crimini nella maniera la più efficace possibile.
Lo Stato, e qui sta il punto, fa le proprie valutazioni e decide, ad esempio, che certi crimini, quale ne sia il motivo, vadano perseguiti anche a costo di rinunciare a qualche condanna perché l’interesse generale (non superiore, ma generale) lo richiede. Il principio di base è semplice, ma netto e preciso: la condanna spetta allo Stato, il risarcimento del danno spetta al danneggiato.
Il danneggiato, perciò, non ha alcuna pretesa da esercitare in materia di pene, né prima né dopo che la pena sia scontata; e neanche in materia di eventuale perdono, la grazia, che è prerogativa di nuovo dello Stato, esercitata dal Capo delloStato, che, non a caso in Italia non è espressione né solo del potere esecutivo, né solo di quello legislativo, per cui è possibile (non necessario né obbligatorio) che il Capo dello Stato conceda la grazia solo se i danneggiati non si oppongano, o viceversa.

E quindi determina scandalo, ripeto scandalo, il fatto che, al momento del doveroso rilascio di un delinquente orrendo quanto si vuole, ma che gode di quanto la legge prescrive, vi siano critiche. Legge, a sua volta va ricordato, fatta dal Parlamento che rappresenta tutto il popolo, così come ogni giudice.
E da dove vengono le critiche? Naturalmente da Matteo Salvini e da Giorgia Meloni, e naturalmente verrebbero dagli stellini se esistessero ancora, da quelli cioè per i quali la pena di morte sarebbe sempre troppo poco, ma quando si legge che viene anche dal ‘dotto Letta’ e da altri (attendo con ansia la dichiarazione al solito sfrontata di Renzi e Boschi, con l’aggiunta di Guerini) quando si legge ciò, uno si domanda davvero in che diamine di Paese vive.
E infatti, finisco per condividere perfino la battuta del Feltri2 (al secolo Mattia, direttore di ‘Huffingtonpost‘, noto, mi dicono, come Linus) quando propone di mettere in Parlamento (non specifica se Camera o Senato o entrambi!) una grande scultura di aria dello scultore Garau, per celebrare la nostra politica: scultura da guardare, ovviamente, con una molletta per i panni sul naso!

Non si tratta della solita cosa della ‘dura lex sed lex’, la cosa è molto più complessa, perché attiene alla logica del sistema, anzi, alla logica dei sistemi.
Quella legge ha un suo fondamento preciso: sperare in una sconfitta dell’avversario, il criminale, attraverso le confessioni delpentito‘, e, al tempo stesso, applicare la nostra bistrattatissima Costituzione che vuole che la pena sia destinata alla rieducazione del condannato. È più che ovvio che quella legge permette di scoprire non solo gli autori di numerosi reati, ma anche molto spesso la stessa commissione di detti reati.
Cesare Beccaria ha ben fatto capire (ormai in tutto il mondo civile è così e in Europa in particolare) che la pena di morte è un obbrobrio.
Quanto al fatto che la pena possa redimere il condannato, è questione certo di opinioni, ma non può non essere una scelta preliminare, una premessa di un ordinamento giuridico civile quello di non considerare chi delinque perso per la collettività. Questa idea, invece è quella che spesso prevale in persone poco consce di ciò che fanno, insieme alla volontà di vendetta, che sta dietro alla pena di morte, che è irreversibile e inutile: distrugge una vita che è un unicum irripetibile, benché criminoso. A parte il fatto che si tratta alla fine della vecchia idea vendicativa dell’occhio per occhio.
Anzi. È appena il caso di ricordare che la Bibbia, a proposito del delitto di Caino che uccide il fratello, non solo afferma che Dio non uccide Caino, ma aggiunge che Dio stesso prescrive che nessuno abbia il diritto di uccidere Caino.

Mentre si fanno apprezzare per la loro lealtà le dichiarazioni della famiglia Falcone e di quella Borsellino, disgusta e offende quella di chi esplicitamente minaccia Brusca. No, non si può: lo hanno detto chiaro la signora Maria Falcone e il signor Salvatore Borsellino, la legge si rispetta e quindi, aggiungo, con disgusto, si rispetta Brusca.
Fa poi ancor più disgusto vedere scatenarsi contro laliberazionedel mostro quegli stessi che, invece, hanno voluto quella norma incivile e incostituzionale (lo ha detto la Corte Costituzionale) sul cosiddetto ergastolo ostativo, un’idea che solo uno stellino poteva avere e condividere. Perché una cosa del genere, condannata anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, conferma solo la concezione della pena come vendetta e, oltre tutto è clamorosamente in contraddizione con le urla per la liberazione di Brusca. Se si dice che si condanna ad una pena maggiore degli altri chi non si pente, solo perché non si pente, come si fa ad arrabbiarsi se chi si è pentito viene trattato diversamente da chi non si sia pentito?

Ma, del resto, il clima di confusione e di superficialità nella nostra politica è ormai al massimo livello, se solo si pensi non solo che Salvini presenta dei referendum insieme ai radicali (una cosa inimmaginabile per la sua incoerenza flagrante) ma che tra di essi vi siano, oltre alle solite cose punitive -ma per i Magistrati non per i delinquenti- la possibilità per un delinquente di assumere cariche pubbliche e una ulteriore limitazione della carcerazione preventiva, alla faccia delle proteste per la scarcerazione dei presunti delinquenti della funivia.
Siamo alla confusione più totale. Ma anche all’unanimità della confusione. Una china, che, personalmente, giudico terrificante, di superficialità, indifferenza e cattiveria elevati a ragione di governo, a potere.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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