venerdì, 31 Marzo
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Dalla Francia una lezione per l’Italia

Infondata, la sorpresa di molti osservatori e analisti per il risultato elettorale in Francia. Icuginid’oltralpe appaionosmarriti‘, comesmarritisono in generale gli europei.
Il mandato presidenziale di Emmanuel Macron comincia il 14 maggio 2017. Quella sera un po’ tutti siamo rimasti abbagliati dalla sua ‘marcia’ al suon della ‘Marsigliese’ e l’’Inno alla gioia’. Sia al primo che al secondo turno, si era registrato un alto numero di astensioni. Al primo turno non solo Marine Le Pen e il suo Fronte Nazionale di destra estrema avevano raccolto il consenso di una quantità di francesi; anche il candidato di una sinistra non meno demagogica e infantile, quella capeggiata da Jean-Luc Mélenchon; al secondo turno, Macron aveva prevalso, ma sempre tanti i voti confluiti su Le Pen; alta la percentuale degli astenuti; e chi ha votato per Macron, non lo ha fatto tanto ‘per’ lui, piuttosto perché non voleva una Le Pen. La maggioranza dei francesi, insomma, non era per nulla convinta di Macron. Oggi la situazione si ripete: alta soglia di astensione, superiore al 2017; ancora consenso a Mélenchon, e soprattutto a Le Pen. In questi cinque anni Macron non ha saputo (o potuto) sanare la situazione che già era vistosamente emersa cinque anni fa; questa è la realtà, e c’è poco di che essere allegri: anche perché Macron ha praticamente raschiato il suo fondo; i partiti centristi si sono schiantati (spariti di fatto socialisti e gollisti); al secondo turno chissà a chi riuscirà a ‘rubare’ i voti. Si vedrà.

 

In questo la Francia ha molto in comune con l’Italia: losmarrimentodell’elettore italiano non è di oggi. Una classe politica che non sa essere classe politica, non è cosa di oggi o di ieri. Una quantità di campanelli d’allarme sono suonati, a quanto pare invano: è un qualcosa di più che anomalo che si sia riconfermato Sergio Mattarella presidente della Repubblica perché non si è saputo esprimere un altro candidato; e che a palazzo Chigi ci sia l’ennesimo presidente del Consiglio estratto quale coniglio dal cappello, e non proveniente direttamente da un lineare percorso politico; è più che anomalo che si debba tirare un sospiro di sollievo perché capo dello Stato e capo del Governo sono, oggi, Mattarella e Mario Draghi.
Se si guarda con inquietudine il fatto che raccolgano consenso Le Pen e Mélenchon, non si dovrebbe dimenticare un istante che in Italia hanno trionfato i loro equivalenti: la coppia Giorgia Meloni e Matteo Salvini da una parte; il movimento di Beppe Grillo dall’altra.

Ha ragione il segretario del Partito Democratico Enrico Letta più che allarmato: un insediamento di Le Pen all’Eliseo, comporterebbe «un terremoto senza precedenti in Europa…una cosa che sfascia l’Europa e avrebbe un impatto anche su di noi».
Sarebbe un secondo, gravissimo, disastro: perché ancora sanguina la ferita costituita dalla Brexit. Oltreoceano, ci sono gli Stati Uniti che ancora non si sono ripresi dai gravi vulnus inferti da uno dei peggiori presidenti che si siano insediati alla Casa Bianca: c’è un’America che si rispecchia ancora in Donald Trump, e la cosa mette i brividi. Germania, Italia e Spagna non avrebbero certo la forza da soli di andare avanti. Per non parlare dell’effetto domino; anche in Italia a breve ci saranno elezioni amministrative, e al massimo entro un anno elezioni politiche.
Mattarella, Draghi e Letta stanno facendo il massimo per gettare acqua sul fuoco. Gli altri, tutti gli altri, per calcolo miope e meschino, non perdono occasione per operare in senso contrario: alimentano il fuoco con ogni tipo di combustibile possibile, si tratti dell’atteggiamento da conservare di fronte alla guerra in Ucraina scatenata da Vladimir Putin, e quello che il conflitto comporta; sia dell’applicazione del Pnrr, e il Covid che -non va dimenticato- continua nei suoi contagi di massa, e ogni giorno è causa di un centinaio di decessi. Occorre fare riforme essenziali perché i soldi europei arrivino effettivamente; e le crune d’ago sono riforma di giustizia e pubblica amministrazione: terreni nei quali la maggioranza appare impantanata. C’è chi vuole incardinare la sua campagna elettorale agitando fantasmi e paure sulla riforma del catasto, e la timida riforma del Ministro Marta Cartabia a partire dal Consiglio Superiore della Magistratura.
Fratelli d’Italia (all’opposizione), Forza Italia, Lega, Italia Viva, Movimento 5 Stelle (in maggioranza), hanno di tutta evidenza l’interesse a radicalizzare la situazione, giorno dopo giorno; e a logorare quell’azione di governo che a parole assicurano di sostenere.

Il timore e l’inquietudine di Letta sono fondati e giustificati; peccato che non faccia il passaggio ulteriore, ovvero riflettere e indagare sulle responsabilità di questa vischiosa situazione che si è creata: chi e perché ha lasciato quei vuotiche sono stati riempiti da quelle forze politiche che ora si temono?
Si pagano errori che vengono da lontano, carenze, lacune, errori, incapacità che si sono accumulati e stratificati. Letta non ha saputo (o potuto, o voluto) dare un taglio radicale con il ‘sistema’ che lo ha preceduto. Va detto che da quando ricopre la carica di segretario del PD Letta ha sostanzialmente vinto tutte le singole battaglie che ha combattuto. Ma non per suoi meriti e pregi; piuttosto per demeriti e incapacità dei suoi avversari. Silenzi e immobilismo per ora hanno pagato; ma è la guerra che rischia di perdere, e il Paese con lui.

Una ‘piccola’ indiscrezione potrebbe, se la notizia venisse confermata, risultare significativa. Goffredo Bettini, personaggio di indubbia influenza reale nel PD, pare abbia confezionato un pamphlet ‘bomba’ sul suo stesso partito, ma inevitabilmente sui partiti e l’attuale situazione in generale. Stanco di essere sempre tirato in ballo, pur senza formali incarichi di partito, Bettini dice la sua. Dopo aver patrocinato e benedetto, in nome di un realismo cinico, l’alleanza organica tra PD e M5S e auspicato un grande centro comprendente spezzoni di Forza Italia, Italia Viva e il partitino di Carlo Calenda, chissà quale altra scoppiettante trovata si sentirà di proporre. Con la premessa che Letta è molto meno disponibile ad ascoltare i suoi suggerimenti e consigli di quanto non era Nicola Zingaretti.

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