domenica, Agosto 14

Dall’arte all’impegno antifascista: storia di Ottone Rosai ed Enzo Faraoni Un libro di Nicola Coccia, Strage al Masso delle Fate, ricostruisce momenti e personaggi della Resistenza, dall’attentato ali vagoni di un treno tedesco con 1600 tonnellate di dinamite

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Chi l’avrebbe detto che Ottone Rosai, il grande artista del primo Novecento fascista della prima ora, già amico di Mussolini, avrebbe ospitato per proteggerli, nella propria casa di via S.Leonardo, il pittore Enzo Faraoni e, successivamente il gappista, militante comunista Bruno Fanciullacci, esecutore dell’uccisione del filosofo Giovanni Gentile, una delle figure più autorevoli del regime fascista? Chi lo avrebbe immaginato che la casa studio celebrata nei dipinti di Ottone,  quella che si arrampica dolcemente su  dal Forte di Belvedere al viale dei Colli, era divenuto in quegli anni terribili seguiti all’8 settembre del ’43, un via vai di partigiani?  

A questa storia poco nota, quasi celata anche nell’immediato dopoguerra, il collega Nicola Coccia, già autore del celebre libro su Carlo Levi ( L’arse arselle consolerai’, Edizioni ETS),  ha dedicato il suo più recente lavoro ‘Strage al Masso delle Fate’, Edizioni ETS, presentato al Salone del Libro di Torino, e in varie occasioni pubbliche, la prossima sarà il 10 giugno, proprio  a Carmignano, luogo della strage. “ In ricordo cioè dei 4 giovani partigiani che persero la vita nell’assalto al treno  tedesco, mentre  gli altri 4 riuscirono a  salvarsi. Anche questa – racconta l’autore è una storia della lotta partigiana in Toscana poco conosciuta, che fu resa nota a Liberazione avvenuta.” Due luoghi, due momenti, l’attentato al treno carico di esplosivi nell’area pratese e  la casa di Rosai, trasformata in rifugio dei gappisti, alcuni dei quali erano suoi allievi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, che le stesse organizzazioni della Resistenza conoscono vagamente. Eppure sono tasselli importanti dal punto di vista umanitario e organizzativo, di quel mosaico resistenziale  che ha caratterizzato la lotta partigiana non solo toscana ma nazionale.

“Di queste vicende ho avuto ampia informazione  dai racconti che nel corso di 5 anni di frequentazione mi ha fatto il pittore, in questo caso il partigiano Enzo Faraoni, amico collega e frequentatore di casa Rosai e uno degli organizzatori ed esecutori dell’attentato ai carri merci tedeschi”, mi dice Nicola Coccia. Figlio del capostazione di Carmignanodivenuto poi lavoratore edile, da ragazzo Enzo Faraoni, frequenta l’Istituto d’Arte di Porta Romana,a  Firenze, una buona scuola per l’Industria e l’artigianato, dove fa amicizia  con il pittore Renzo Grazzini, il giovane Bruno Becchi e con il loro amico inseparabile: Vasco Pratolini. Nel ’37 Enzo partecipa ai Littoriali dell’Arte e della Cultura,  considerati  “spazi sicuri” per chi era già convinto oppositore del regime fascista (come  Moro, Guttuso,Alfonso Gatto, ecc.) . Là incontra  oltre ai tre amici, altri artisti e scrittori come Piero Santi, Paolo Cavallina, Fernando Farulli e vari altri, tra cui Ottone Rosai, che dal fascismo, pur essendo stato tra i fondatori di un fascio insieme a Marinetti e Settimelli, durato solo pochi mesi, non aveva ricevuto alcun incarico perché considerato un anarcoide.

La via antifascita di Faraoni è segnata. E anche il distacco di Rosai dal regime era cominciato, secondo lo storico Carlo Francovich, già dal ’31. E secondo Coccia anche da prima. E’Faraoni che racconta a Coccia la sua vita parallela con quella di Rosai, il quale si era già distaccato da “quell’omino” che era Mussolini. Lo stesso Indro  Montanelli, che lo aveva conosciuto scrisse di Rosai: “ Quando dopo la Liberazione,  seppi ch’era diventato comunista, non ne fui sorpreso e tanto meno indignato. Lo era sempre stato nella sua pittura…” Già, la sua pittura, giocatori di toppa e di carte, seduti dal vinaio, gente povera e ai margini della società, gente semplice, umile, tutto il contrario dell’arte retorica ed esaltativa del regime. “Più che “battagliare” Rosai – scrive Coccia nel suo bel libro – combatteva, dopo quella del ’15-18, un’altra guerra, la guerra per la vita, piena d’insidie e patimenti, dove spuntavano spesso avversari, ma anche rivali e oppositori.” La vita era stata agra con lui,  spirito ribelle fin da ragazzo, un ragazzone alto e grosso, il quale nel ’32 pianta il lavoro paterno e si trasferisce in via S.Leonardo a Firenze per dedicarsi alla pittura e all’insegnamento: “ un calvario placato – scrive – ove questi uomini salgono quassù carichi di peccati e di miseria, in cerca non solo di pane, ma anche di qualche carezza.” Altra figura che appare nel libro, è quella di Bogardo Buricchi,  da Carmignano, che entra nel seminario vescovile, dove prende i voti. Suo compagno di cameretta è Giovanni Benelli ( uno 14 l’altro 15 anni), che nel dopoguerra diverrà Sottosegretario di Stato. Bogardo era il migliore studente ma il 28 aprile del ’37 abbandona l’abito talare e il  seminario: “ mancanza di vocazione”, la motivazione. Nel 1940, appena diplomato, Bogardo conosce ad una mostra  Enzo Faraoni e i due diventano subito amici. Bogardo scrive poesie, i suoi autori preferiti sono Baudelaire, Verlaine,  Rimbaud. Enzo dipinge e scrive sulla rivista Rivoluzione. Che pubblica articoli di Arrigo Benedetti, Romano Bilenchi, Giuseppe  Dessì, Elio Vittorini, Giansiro Ferrara, Tommaso Landolfi, Piero Santi, Luca Pinna, Carlo Cassola, Msario Luzi. E i disegni di Ottone Rosai, Mario Marcucci, Dilvo Lotti, Tono Zancanaro, Ugo Capocchini, Bruno Becchi Do Mrio Luzi,  Domenico Cantatore, Guido Peyron. Era già quello il nucleo  della futura (a breve), intellighenzia democratica e progressista. Intanto Rosai ( è il ’41) viene nominato professore per chiara fama alla cattedra di pittura dell’Accademia delle Belle arti di Firenze. Dopo le esperienze del futurismo, del Selvaggio e dell’Universale, Rosai ha uno spazio tutto suo.

Il primo novembre del ’42  apre la Galleria Il Fiore (“Il Fiore dell’arte italiana”) nella quale espongono Carlo Carrà, Giorgio De Chirico, Giorgio Morandi e Ottone Rosai. Verrà poi il turno di Faraoni. Il 25 luglio del ’43 cade Mussolini, il maresciallo Badoglio  è Capo del Governo, poi l’8 settembre arriva la notizia dell’armistizio. L’Italia è allo sbando, civili e militari,  scelgono la lotta armata contro i nazifascisti, che fucilano i renitenti alla leva della Repubblica di Salò. Anche i nostri giovani intellettuali  decidono di darsi alla lotta, dalla parte e con i partigiani. Bogardo, l’ex seminarista, ed Enzo Faraoni (che rischiava la vita in quanto aveva rifiutato di aderire alla Repubblica sociale),  decidono di  far saltare le vetture piene di dinamite, in mano ai tedeschi.   Si dividono in due gruppi, il primo formato da cinque antifascisti agli ordini di un poeta, Bogardo Buricchi, l’altro  agli ordini di un pittore Enzo Faraoni. Uil libro si sofferma dettagliatamente sui preparativi,   i rischi e le difficoltà, che culminano nella notte tra il 10 giugno e l’11 nell’attentato di Ponte alla Malva: la più importante operazione  partigiana  contro le linee ferroviarie dell’Italia centrale. Riattivate solo dopo guerra. Tre giorni dopo una scarna notizia annuncia l’attentato: L’11 corrente, alle ore 1,15, sconosciuti fecero esplodere 8 carri merci contenenti 160 tonnellate di tritol, fermi a 500 metri di distanza dallo scalo  ferroviario di Carmignano (Firenze).” Intanto, a Firenze  come nel resto della Toscana i nazifascisti agiscono con  inaudita ferocia contro partigiani  civili e popolazioni inermi  uccidendo e torturando ogni sospettato a Villa Triste, ove operava  la Banda Carità, o con operazioni spietate come quella contro Radio Cora, messa in piedi dal Partito d’Azione per garantire i collegamenti radio con gli Alleati ( vi persero la vita il capitano dell’aeronautica Italo Piccagli, lo studente d’ingegneria Luigi Morandi ed altri fucilati a >cercina, tra cui Anna Maria Enriques Agnoletti…….) o la fucilazione il 22 marzo dei cinque giovani presi nel Mugello a seguito di un rastrellamento e fucilati  allo Stadio con l’accusa di renitenti alla leva. In una città, occupata dai tedeschi e  dai fascisti repubblichini, la casa di Ottone  Rosai era diventata un rifugio  per i partigiani, i gappisti. Lì vi trovò rifugio anche l’amico e pittore Enzo Faraoni, ricercato per l’attentato di Poggio alla Malva,  peraltro ferito  ad una gamba  da una fucilata. E vi trova rifugio per un mese anche Bruno Fanciullacci,  “il gappista piu’ audace di Firenze  per le sue imprese, circondato da una fama quasi leggendaria”. Iscritto dal  ’37 al partito Partito comunista, condannato nel ’38 dal tribunale di Roma a sette anni di reclusione,  trasferito da un carcere all’altro, preso dai fascisti, a calci e pugni, l’occhio destro strappato dal lobo, arrestato il 15 luglio 1944, subisce atroci torture e sperando nella fuga salta da una finestra; purtroppo non riuscì a scappare, sia per le ferite, sia perché gli spararono addosso ed il 17 luglio 1944 morì. La sua morte commosse tutta la popolazione di Firenze, che ben conosceva le sue imprese contro i nazifascisti. L impresaalla quale è legato il suo nome di comandante dei Gap, è la morte del filosofo Giovanni Gentile, il cui discorso all’Accademia d’Italia del 19 marzo del ’44 contro i renitenti alla leva  aveva suscitato lo sdegno della popolazione che tre giorni dopo aveva saputo dell’assassinio dei cinque giovani al Campo di Marte. Ma il caso Gentile, su cui si discute ancora, non è solo un caso fiorentino, è frutto di un’operazione nazionale di cui erano in pochi a sapere.  

Fatto sta, che quella casa di via S.Leonardo,  divenuta rifugio dei Gap e dei partigiani, per le cui azioni Ottone Rosai aveva dato loro un cospicuo finanziamento, rivela il coraggio di  un uomo, di un grande artista, che non aveva esitato a schierarsi dalla parte  giusta, mettendo in serio pericolo anche la vita della moglie e della suocera. Chiedo a Coccia: Rosai può definirsi antifascista? Lui si è comportato da antifascista non soltanto nell’ultimo periodo, già nel ’21 ad un processo contro un calzolaio comunista, ne prese le  difese, unico a farlo, e anche in episodi accaduti dopo assunse posizioni contrarie al regime. Sta di fatto che si è comportato come un antifascista, dauomo coraggioso che ha rischiato la vita tutti i giorni per accogliere e aiutare  quei gappisti che  lottavano contro i nazifascisti e per la Libertà.  

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