domenica, Settembre 26

D'Alema, il cavaliere oscuro 40

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Credo sia venuto il momento di accendere i riflettori su un personaggio chiave della politica italiana degli ultimi trent’anni. Un uomo politico tra i più controversi di questo scorcio di storia italiana, rispettato ma non amato, inafferrabile nella sua visione della sinistra del futuro ma soprattutto nel tracciarne la strada verso un potere duraturo e stabile. Stiamo parlando naturalmente di Massimo D’Alema. Eterno perdente o burattinaio che trama nell’ombra? Risorsa importante della sinistra o suo anatema vivente?

Risposte non facili, il rischio di essere ingenerosi è dietro l’angolo, per uno come lui. Un purosangue della politica di quelli che hanno dedicato l’intera vita al partito scelto da giovanissimo, il PCI, ma costretto ad affrontarne le contraddizioni endemiche, i nodi fatali senza poter esternare mai un dubbio, un’esitazione. Baffetti precoci, sorriso sarcastico indossato come una tuta mimetica, D’Alema attraversa la crisi lancinante del Partito Comunista con il piglio del predestinato.

Ma non è aiutato dalla fortuna. Sulla sua strada si presentano tre incubi, forse tre e mezzo. Il primo è Walter Veltroni, il liberal che rappresenta l’ala soft del partito, sostenuto dal soffio della Storia e dal cotè culturale della sinistra salottiera. Un dissidio permanente, che alla lunga logora entrambi i contendenti a tutto svantaggio del partito, che nel frattempo cambia vari nomi senza peraltro riuscire a trovare una reale saldezza tra anime contrastanti.

Il secondo incubo è Silvio Berlusconi, ed è decisivo. D’Alema capisce per primo che il Cavaliere si sta apprestando a scorrerie senza confini spazio-temporali in Italia, e che la risicatissima maggioranza di centrosinistra, saltuariamente ottenuta grazie al democristiano Romano Prodi, il mezzo incubo, non ha futuro, vista anche l’ottusa guerra interna del prode Bertinotti e compagnia sciolta.

E capisce che la strada da battere non è quella dello scontro frontale, certamente perdente, ma del dialogo, duro da mandar giù ma unico percorso possibile per la trasformazione definitiva del vecchio PCI in una forza socialdemocratica e riformista, con potenzialità reali di governo alternative al terribile caimano.

Fu allora che Massimo osò l’inosabile: il dialogo, mezzo segreto e mezzo alla luce del sole, col Demonio in persona, nel momento di maggior splendore dell’Ulivo, vincente alle elezioni del 1996: prima la Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, con beffa incorporata del Demonio Silvio, poi la riunione della crostata, di cui stranamente più nessuno parla.

La crostata era quella preparata dalla signora Letta, moglie di Gianni, e venne offerta nella bella casa della Camilluccia nella notte tra il 17 e il 18 giugno del 1997, a cinque gourmet che certamente l’apprezzarono mentre ponevano le basi di un accordo in confronto al quale il patto del Nazzareno fa la figura di un appuntamento al bar dello sport.

I cinque buongustai erano Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Massimo D’Alema e Franco Marini, più ovviamente l’anfitrione Gianni  Letta. Sul tavolo, oltre alla crostata, un freno decisivo alla fatidica legge sul conflitto d’interessi, il cui iter sarebbe stato gestito in senato dall’allora Presidente dell’ottava Commissione Claudio Petruccioli.

Seguirono, nel 1998, la caduta del governo Prodi e la fatidica ascesa di D’Alema al soglio di Premier, durata quasi due anni fino alla disastrosa sconfitta nelle elezioni regionali. D’Alema aveva detto che, nonostante le elezioni non avessero valenza politica nazionale, si sarebbe dimesso da premier in caso di sconfitta, e lo fece.

Altri tempi, altra etica, bisogna riconoscerlo. In sostanza, la parabola di D’Alema arresta la sua fase ascendente in quella circostanza, e inizia un’involuzione che lo porta, inevitabilmente, quindici anni dopo, ad affrontare l’ultimo incubo. Matteo Renzi sembra realizzare senza grande fatica tutto ciò che l’ormai anziano lìder maximo aveva anticipato senza però intuire e calcolare i tempi giusti. Errore capitale, da parte di un politico famoso per acume e capacità strategiche.

Fa sincera pena vederlo, ora, combattere una battaglia di retroguardia per ostacolare, con ogni mezzo, il raggiungimento degli obiettivi che lui, per primo, aveva saputo intuire: la vittoria di un centrosinistra finalmente deideologizzato contro il caimano, indebolito e affiancato da nuovi avventurieri in un campo di battaglia sempre più popolato da figure di spessore ignobile per un paese civile.

Proprio lui che, come Hurricane, avrebbe potuto essere il campione del mondo.

 

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