venerdì, Gennaio 28

Dal Festival dei Popoli uno sguardo oltre la pandemia Alla rassegna del film documentario proiettati 80 film, provenienti da varie parti del mondo, dominanti le tematiche ambientali, dei confini, dell’emigrazione, dei conflitti sociali e generazionali, tra storie fantastiche e dure realtà- Il primo Premio del miglior cortometraggio al “Pianeta degli umani” di Giovanni Cioni, tra i film più apprezzati il ritratto del poeta della beat generation Lawrence Ferlinghetti

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Dopo una settimana di proiezioni, domenica scorsa è calato il sipario sulla 62° edizione del Festival dei Popoli di Firenze, la Rassegna del film documentario etnografico e antropologico, la più importante d’Europa  e non solo. Quasi impossibile dar conto degli 80  documentari proiettati, provenienti dall’Italia e da altri paesi, distribuiti in diverse sale e spazi della città (almeno otto), tanto da costringere gli appassionati del genere a saltare da un luogo all’altro per non perdere la possibilità di gettare uno sguardo  più approfondito sulle diverse realtà sociali, umane, ambientali del mondo. Impossibile  dar conto qui  di tutte le realtà, grandi e piccole, indagate e portate spesso per la prima volta a conoscenza del pubblico.  Basti però dire che si sono toccate questioni vitali come il futuro dell’ambiente,  la pandemia, il tema assai controverso dei confini non solo geografici, la condizione delle donne in Medio Oriente, le vicende umane e sociali dell ’emigrazione e dei conflitti sociali,  gettando uno sguardo oltre la pandemia.  Inoltre. una sezione della rassegna ha proposto il cinema delle nuove generazioni con i corti di giovani registi e registe provenienti dalle scuole di cinema di tutta Europa. Quindi, con un’attenzione particolare anche alla  musica e  alla storia del rock.

Tuttavia, già un primo bilancio di quest’evento che ogni anno richiama su Firenze l’attenzione degli appassionati di questa forma espressiva, può essere fatto. Ed il primo a farlo è il direttore artistico del Festival dei Popoli, Alessandro Stellino: “Vedere le sale piene, incontrare finalmente autori e autrici, produttori e distributori, confrontarsi con i professionisti del settore e i giovanissimi talenti emergenti del Doc at Work – Future Campus” – dichiara Stellino – “ è stata un’emozione immensa e fonte di grande soddisfazione. Rendere il Festival dei Popoli il punto di riferimento per tutti coloro che si occupano di cinema documentario in Italia e oltre non solo era uno dei nostri obiettivi ma rimane uno dei nostri principali traguardi. Abbiamo posto le basi per una grande trasformazione e non possiamo che essere soddisfatti per com’è andata quest’edizione, concepita su un’idea coraggiosa di apertura ai nuovi linguaggi, rilancio e scommessa sul futuro”.

Altro motivo di successo di questa edizione, la qualità dei film presentati nelle varie  sezioni, vale a dire quella del  Concorso Internazionale (18 film tra cortometraggi, mediometraggi e lungometraggi, tutti inediti in Italia), del Concorso Italiano (7 inediti assoluti alla scoperta dei giovani talenti del nostro Paese), la sezione dall’archivio storico del festival dedicata ai 30 anni dalla caduta dell’Unione Sovietica e, infine quella dedicata al grande pubblico sotto il titolo Eventi Speciali.

Novità di questa edizione il Pop Corner: Incontri ai confini della realtà, con i talk del festival nel centro di Firenze, ovvero cinque conversazioni con ospiti d’eccezione, per parlare di genere, ambienti, culture e generazioni. Un focus importante è stato dedicato all’ambiente con  5 titoli in prima italiana della sezione Habitat ( realizzato in collaborazione con Publiacqua) , sui temi del vivere contemporaneo in relazione all’ecosistema, all’evoluzione tecnologica e alle trasformazioni in atto in ambito geo-politico.

E la tematica di confine,  altra questione scottante e divisiva del nostro tempo, è stata  ben presente tant’è che il Premio al migliore lungometraggio è stato assegnato  al film Dal pianeta degli umani di Giovanni Cioni (Italia, Belgio, Francia, 2021, 83’) ambientato a Ventimiglia, luogo di frontiera tra la Francia e l’Italia, ove il regista scopre la storia del dottor Voronoff, che prometteva l’elisir di lunga vita. Qui il passato e il presente si intersecano in un film magico, fatto di immagini dimenticate e di un presente nascosto. Miglior mediometraggio il film First Time [the time for all butsunsetviolet]di Nicolaas Schmidt (Germania, 2021), ambientato sulla metropolitana di Amburgo dove due ragazzi si ritrovano seduti uno di fronte all’altro. Oltre la finestra del vagone scorre il passaggio mutevole della città, tra il buio dei tunnel e la luce del panorama urbano al tramonto. Una storia d’amore sognata in un attimo di iridescenza

Miglior cortometraggio My Uncle Tudor di Olga Lucovnicova (Belgio, Portogallo, Ungheria, Moldavia, 2021), qui laregista torna nei luoghi dell’infanzia dove, sotto l’apparenza di una famiglia normale, emerge un trauma impossibile da superare: gli abusi subiti per anni da parte dello zio. Sfidando il silenzio, la giovane decide di affrontare il parente per metterlo davanti alla gravità delle proprie azioni. Tema questo degli abusi e violenze sulle donne e i soggetti più deboli, di grande attualità.  Il Festival  ha premiato inoltre storie legate a Medio Oriente  e Asia. Una Menzione speciale del Concorso Internazionale è andata a Metok di Martín Solá (Italia, Argentina, Tibet, 2021)  incentrato sulla vicenda  di Metok , giovane monaca tibetana che studia medicina in India. Quando la madre le chiederà̀ di tornare a casa per aiutare una donna a partorire, il viaggio sarà un’esperienza avvolgente, in cui le montagne, i corsi d’acqua e il vento si faranno tappe di un lungo percorso interiore. Quale miglior film antropologico è stato premiato con la targa Gian Paolo Paoli il lungometraggio Aya di Simon Coulibaly Gillard(Belgio, Francia, 2021, 90’), che narra la scelta della giovane Aya la quale conduce una vita spensierata con la madre nell’isola di Lahou, al largo della Costa d’Avorio. Fino a quando la sua casa non è minacciata dall’innalzamento del livello dei mari. Sebbene il suo paradiso sia destinato a essere inghiottito dalle onde, Ayaè decisa a non abbandonare la sua terra e a combattere fino in fondo contro il cambiamento climatico.

L’età dell’innocenza di Enrico Maisto (Italia, Svizzera, 2021, 75’) si è aggiudicato il Premio Miglior Documentario Italiano. Si tratta di un diario personale che è anche la storia di un’educazione sentimentale. Riuscirà l’uomo-bambino, che da sempre si nasconde dietro alla macchina da presa, a lasciar intravedere qualcosa di sé e diventare finalmente grande? E’ considerato il film più intimo e libero di Enrico Maisto.Altri premi assegnati a ‘Il momento di passaggio di Chiara Marotta (Italia, 2021), un film nel quale la regista decide di fare ritorno a casa per confrontarsi con la famiglia (e la comunità religiosa) da cui si è allontanata anni prima. La sua volontà di capire e farsi capire si misura con la distanza tra visioni del mondo divergenti che l’affetto reciproco cerca di tenere insieme; al film ‘Tardo Agosto di Federico Cammarata e Filippo Foscarini ( Italia, 2021), che ha per protagonista il paesaggio siciliano di fine estate, ove l’oscurità, gli animali, il vento, il fuoco, il mare, i suoni, accompagnano la solitudine di un giovane pastore, scosso dalla notizia della nascita di una figlia. Qui, la macchina da presa filma il silenzio del tempo e il rumore della vita.

Dalla Sicilia al Piave, conosciuto come il fiume sacro alla patria. Il dramma della guerra e il disastro del Vajont ne hanno segnato in modo indelebile la storia. Nel film ‘Oltre le Rive di Riccardo De Cal passato e presente, sacro e profano coesistono in un affresco che racconta non solo un luogo ma anche le complesse vicende di chi lo abita. Nella sezione degli imperdibili, si è distinto il lungometraggio ‘Los Zuluagas’ di Flavia Montini ( Italia,Colombia), ovvero la storia di un cittadino italiano di origine colombiana, figlio un ex guerrigliero morto in esilio a Roma,  che affronta il proprio passato.

Da segnalare anche la retrospettiva, tratta dall’archivio storico del festival dedicata ai 30 anni dalla caduta dell’Unione Sovietica nella sezione Diamonds Are Forever – Utopia Rossa; Frontiere in fiamme,  con l’omaggio dedicato a Nicolas Klotz e Elisabeth Perceval e, altra novità,  Let the Music Play!, la rinnovata sezione dedicata al documentario musicale, che ha proposto la storia di uno dei più grandi album del rock progressivo di sempre e del suo frontman Robert Fripp. Dalle vicende del quartiere fiorentino dell’Isolotto, ove opera la comunità creatasi attorno a don Enzo Mazzi (di Alberto Peraldo), alla realtà straniante e disumanizzante della Cina d’oggi  ( del francese Dominic Gagnon), dal ritratto  dell’indimenticabile attore Michael Lonsdale, già protagonista de La question humaine ( di Nicolas Klotz e Elisabeth Perceval, Francia), dalla rivoluzione musicale di Laurent Garnier ( di Gabin Rivoire), al ritratto intimo del poeta Ferlinghetti, scomparso quest’anno, girato in luoghi iconici di San Francisco e della Bay Area, in Lawrence di Giada Diana e Elisa Polimeni, il Festival ha proposto un ventaglio di storie, tra le quali meritano una citazione particolare come  il viaggio alla scoperta della nostra lingua in La fabbrica dell’italiano di Giovanni Ortoleva, dedicato all’Accademia della Crusca (25/11), L’’assedio di Marta Innocenti (27/11), in cui la giovane regista descrive il folle accampamento che precede il Gran Premio d’Italia di moto nel circuito del Mugello, e  il suggestivo Caveman – Il Gigante Nascosto di Tommaso Landucci (20/11) dedicato a Filippo Dobrilla (1968 – 2019), artista che si è dedicato a scolpire per oltre trent’anni un colosso di marmo in una grotta delle Alpi Apuane, a 650 metri di profondità nelle viscere della terra. Alla stretta attualità il fantasioso film sull’attesa che la pandemia finisca, quello di Artemide Alfieri e Angelo Cretella, dal titolo La carovana bianca: ovvero la vita di quattro famiglie di circensi e del loro circo stanziato in uno stradone della periferia di Napoli, nella speranza che la pandemia si dilegui come in uno spettacolo di magia. Insomma, il Festival ha proposto un caleidoscopio di storie e d’immagini, tra le quali due lavori emblematici con i quali è stato aperto e chiuso. Il primo, inaugurale, lancia un messaggio di speranza,  titolo Diàrios de Otsoga, girato durante la quarantena da Miguel Gomes e Maureen Fazendeiro, un lungometraggio riguardante la fase più acuta delle restrizioni del 2020, che è un festoso omaggio al cinema come atto creativo condiviso ( al film è legato anche il manifesto del Festival), l’altro, secondo che ha chìuso la Rassegna, è invece un incredibile  ritratto della più grande comunità al mondo di pensionati in Florida, decisi a togliersi ogni sfizio possibile negli ultimi anni della loro vita. Il documentario, presentato in prima italiana,   s’intitola  “The Bubble della regista Valerie Blankenbyl. Al The Villages vive la più grande comunità di ritiro al mondo, con oltre 150 mila residenti in un’area grande due volte Manhattan. I suoi abitanti, per lo più coppie di pensionati agiati e repubblicani, hanno deciso di trascorrere gli ultimi anni di vita, trastullandosi tra un campo di golf e un karaoke, una piscina e una sala da ballo. Qui, la regista filma il volto più irriducibile del sogno americano: il benessere individuale, un fin di vita vissuto nell’agiatezza e nello svago. Alla base del quale vi è  la rivendicazione di un individualismo che, in tempi come i nostri, non può che farsi egoismo. Un fine vita che recide ogni contatto con la società,  rifiuta le relazioni familiari e intergenerazionali, rifiutando di gettare lo sguardo – anche ideale –  al futuro. Un messaggio, questo, che molti degli spettatori presenti hanno trovato agghiacciante.

Un’ultima considerazione: dal 1959 ad oggi, da quando cioè un gruppo di studiosi di scienze umane, antropologi, sociologi, etnologi e mass-mediologi, decise di dar vita a questa Rassegna del cinema di documentazione sociale,  il Festival  ne ha fatta di strada! Nessuno, allora, avrebbe scommesso più di tanto sulla tenuta di un’ avventura  del genere. Chi scrive e i meno giovani  ricordano le lunghe file di spettatori lungo le strade per accedere  alle prime proiezioni  e le sale affollatissime di studenti, ansiosi di conoscere e vivere il loro tempo. Indimenticabili le partecipazioni durante gli anni della contestazione giovanile,  fine Anni Sessanta,  quando la lotta per la pace e la cessazione della “sporca guerra del Vietnam”, era al centro della loro mobilitazione. Indimenticabile la partecipazione  al Festival di una testimone d’eccezione come l’attrice e attivista militante Jane Fonda, di ritorno allora dal Vietnam ( oggi la vediamo in prima linea con i ragazzi della generazione di Greta).  Fra alti e bassi, il Festival ha dedicato retrospettive e omaggi  ai grandi maestri del cinema come  Jean Renoir, Jean-Luc Godard, John Cassavetes, Ken Loach, Nagisa Oshima, Lindsay Anderson, Aleksandr Sokurov, e tanti altri compresi nomi  divenuti famosi tra il filmakers. E oggi  l’Archivio del Festival conta oltre 25.000 titoli, tra video e pellicole) ed è attivo nel campo della formazione, organizzando corsi e workshop rivolti afilmmaker e aspiranti documentaristi. Una bella eredità che il team presieduto da Vittorio Iervese, Lucia Landi e Gianluca Guzzo ( vicepresidenti) Alessandro Stellino e Claudia Maci e vari altri,  giovani professionisti esperti e appassionati di cinema  documentario, stanno portando avanti con uno straordinario impegno, e con il concorso di vari enti ( Mic, direzione Generale Cinema, Regione Toscana, Comune di Firenze, Fondazione Sistema Toscana, Fondazione CR Firenze, Intesa San Paolo, Publiacqua, Unicoop Firenze e lo sponsor tecnico Trenitalia), per la diffusione del cinema documentario d’autore.

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