venerdì, Settembre 17

Dai ponti distrutti alla Liberazione 40

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Ponte di S.Trinita

Dalla notte del 3 all’11 agosto del 1944, giorno dell’ insurrezione, Firenze ha vissuto una delle sue più tragiche pagine della propria storia, culminate con la Liberazione dall’occupazione tedesca. E oggi a distanza di 70 anni, la città ricorda con varie manifestazioni quei momenti di sofferenza e di svolta della propria storia. Per non dimenticare, anzi rivivere quel drammatico passaggio, nei suoi momenti noti e meno conosciuti, acquisire nuovi elementi conoscitivi, per capire meglio il senso della sua missione.

La notte del 3 agosto, è stata ricordata all’interno dello storico Giardino di Boboli, di fronte ad una vasta platea, con un evento teatrale e proiezioni cinematografiche. L’hanno chiamato “La notte della memoria” e di memorie antiche e recenti quel Palazzo e quel giardino ne conservano eccome! Intanto, è da ricordare che il Palazzo ospitò, dopo la distruzione dei Ponti decisa dal generale Kesserling per conto di Hitler, centinaia di famiglie sfollate dalle loro abitazioni cancellate dalle mine e, il Giardino fornì nel periodo della ricostruzione, la cava di pietra da cui gli scalpellini lavorarono i manufatti necessari alla ricostruzione com’era e dov’era, di uno dei gioielli distrutti: quel Ponte di S.Trinita, realizzato nel ‘500 dall’Ammannati su disegni di Michelangelo, simbolo della bellezza architettonica della città Risorgimentale. Quella notte, poche ore dopo la proclamazione dello stato d’emergenza, alle ore 22 del 3 agosto, i cittadini rimasti chiusi nelle loro case senza luce elettrica, né acqua, né gas, né viveri, udirono un forte boato proveniente dall’Arno: erano le mine che avevano distrutto l’antico Ponte alle Grazie.

Due ore più tardi, stesso boato per il Ponte alla Carraia e, dopo lo stesso intervallo, saltò per aria anche il Ponte alla Vittoria. Poi a ritmo più serrato toccò al Ponte S.Trinita e a quello di S.Niccolò. L’unico lasciato in piedi fu il Ponte Vecchio. E con i ponti fu distrutta buona parte del centro storico, con le sue celebri torri medievali, case, strade, negozi. Un cumulo di macerie fumanti e tante vittime disseminate ovunque: questo lo spettacolo che si presentò ai loro occhi. I tedeschi prima di ritirarsi sulla linea gotica a nord di Firenze, avevano deciso di tagliare tutte le possibili vie di comunicazione, sapendo che gli Alleati erano alle porte della città, vicini al quartiere di Oltrarno. L’operazione distruttiva era stata preparata giorni prima con grande meticolosità e determinazione, con il concorso dei fascisti. A nulla erano valsi gli Appelli avanzati a nome di varie personalità italiane e straniere (studiosi, consoli, Cri e altre organizzazioni), dal Cardinale Arcivescovo Elia Dalla Costa, per far rispettare l’impegno di far di Firenze, “città aperta”, come Roma. Anche il console tedesco a Firenze Wolf, fingeva di assecondare questo disegno. Ma Firenze era allo stremo della sue forze.

Il colonnello Fuchs aveva convocato alcuni illustri cittadini, consoli e diplomatici per informarli di consentire la ripresa dei lavori all’acquedotto e di consegnare latte in polvere per i bambini e 750 quintali di riso e farina da distribuire alla popolazione. Ma l’acquedotto di Mantignano fu salvato dai patrioti a caro prezzo, disinnescando venti ordigni. Quanto ai sacchi di farina ne furono scaricati una piccola parte in Prefettura. Poche ore prima che la brigata di occupazione nazista lasciasse la città, lasciando ai numerosi “cecchini” della RSI il compito di ritardare l’avanzata delle forze partigiane.

Prima della distruzione dei ponti, la popolazione era stata invitata a lasciare le proprie abitazioni: un’esodo biblico di gente disperata, carica di borse sacchi e qualche materasso vagava, spesso nascondendosi nei rifugi antiarei, dati i continui bombardamenti, alla ricerca di chiese, ville, palazzi, ospedali ove trovare rifugio. A loro si erano aggiunti anche gli sfollati di Montecassino. Mentre intorno si sparava. Quella tragica distruzione dei ponti, con il loro corollario di vittime e devastazioni, fame e sete, era stata preceduta dagli eccidi nazifascisti ( i 5 giovani renitenti alla leva della RSI, fucilati allo Stadio, altri fucilati alle Cascine, le torture della banda Carità a Villa Triste, l’eccidio di piazza D’Azeglio contro i componenti del servizio clandestino di radio-Cora, e quello di piazza Tasso, la fuciliazione a Cercina, di vari patrioti tra cui Anna Maria Enriques Agnoletti, una delle medaglie d’oro alla Resistenza), cui le varie organizzazioni partigiane rispondevano con azioni mirate: la più clamorosa e discussa anche all’interno del CTLN, l’uccisione del filosofo Giovanni Gentile, per la sua adesione alla RSI, in un agguato da parte di 4 Gappisti, tra cui il comunista Bruno Fanciullacci, che successivamente troverà una tragica morte. Con la distruzione dei ponti il grosso dell’armata tedesca di occupazione abbandonava Firenze non prima di aver compiuto vari saccheggi e asportato parte del suo immenso patrimonio artistico. La distruzione dei ponti aveva diviso la città in due. C’era perciò assoluta necessità di ricostruire i collegamenti tra il comando partigiano che operava nel cuore di Firenze e quello Alleato di là d’Arno.

Sui ponti di Firenze e su quella delicata missione vi è una copiosa letteratura: testimonianze dei protagonisti della resistenza, dal comunista Orazio Barbieri ( che aveva preso parte a quell’azione), a quella dello storico dell’arte Carlo Ludovico Ragghianti, uno dei rappresentanti del CTLN, da Erio Breri al professor Carlo Francovich, fino al maggiore inglese Charles Mc Intosh che in un suo libro di memorie dedica un ampio capitolo all’evento. Non sempre le testimonianze collimano su coloro che preso parte all’impresa. Resta inconfutabile il fatto che – lo ricorda Paolo Paoletti in “Firenze giorni di guerra” – l’idea di creare un collegamento utilizzando il Corridoio Vasariano, di cui i tedeschi non erano evidentemente a conoscenza, fu del tenente Enrico Fisher,comandante della terza Compagnia G.L., che già prima aveva effettuato diversi passaggi nelle Gallerie per osservare i guastatori tedeschi. Lo stesso Fisher, che aveva una scarsa conoscenza dell’inglese, la mattina del 4 agosto, con le macerie ancora fumanti, attraversò per un sopralluogo il Vasariano, che pure aveva subito seri danni. Così descriveva l’impresa: «procuratomi un bracciale della CRI riuscì a recarmi al Comando militare della Divisione, in via Roma, e là constatai la gravità della situazione e decisi volontariamente di trovare una qualsiasi via per rimettere in contatto le due zone. Attraverso il centro, sotto la minaccia continua delle numerose pattuglie tedesche, riuscii ad arrivare a Palazzo vecchio, dove erano due squadre della mia stessa compagnia composte esclusivamente dai vigili urbani e, scelti gli elementi migliori, prepari un piano per passare l’Arno. Forzando diversi passaggi e attraversando le gallerie in più punti pericolanti, ed evitando diverse mine, arrivai sul lato sinistro dell’Arno e con una corda da circa 10 metri mi calai sulle macerie della zona del Ponte Vecchio, da quella posizione, sempre passando su macerie fumanti, passai dalla piazza S.Felicita e di là ai giardini di Boboli. Tutta la zona era minata e diverse persone passandoci sopra vi persero la vita. Messomi subito a contatto con gli esponenti del CLN e con il comando alleato (Special Force), mi offrii di rifare la strada percorsa e stendere lungo il percorso una linea telefonica. Poche ore dopo quella linea funzionava, E così il Comando alleato e i partigiani ebbero la possibilità di sapere ora per ora tutti i movimenti delle batterie e dei reparti di fanteria tedeschi, in modo da colpire le loro posizioni. Tale azione fu la base per costringere i tedeschi ad abbandonare la periferia della città e i colli circostanti…Un apparecchio telefonico venne collocato in una stanza su in piazza Santa Felicita, l’altro nella sala delle carte Geografiche in Palazzo Vecchio. Dalla galleria passarono anche i piani della linea gotica, documenti militari e messaggi e anche i primi ufficiali che presero personalmente i necessari contatti con le autorità della città. Quelle autorità erano rappresentate dal CTLN che si riuniva clandestinamente in via Condotta negli uffici commerciali del socialista Natale dall’Oppio, commerciante di generi alimentari. Lì vi restò dal 3 all’11 agosto, giorno dell’ insurrezione. Ne facevano parte l’azionista Carlo Ludovico Ragghianti, che si assunse l’incarico della Presidenza, Enzo Enriques Agnoletti ( D. d’A.), Giuseppe Rossi e Giulio Montelatici (PCI),Mario Augusto Martini e Francesco Berti ( DC), Aldebrando Medici Tornaquinci ed Augenio Artom ( PLI), Foscolo Lombardi e Attilio Mariotti ( PSIUP). Poi, alle 6,30 di quel venerdì 11 agosto di 70 anni fa, il suono della Martinella, la campana di Palazzo Vecchio, dette il segnale dell’insurrezione. A suonarla fu un giovanissimo vigile del fuoco, Franco Budini, allora diciassettenne, assunto nel corpo per meriti sportivi. Era campione toscano dei pesi medio-leggeri, categoria novizi. Dopo aver assistito a certe barbarie nazifasciste, “non si poteva che essere antifascisti.” E così, in Palazzo Vecchio, partecipò alle azioni clandestine di smistamento delle armi, che finivano nei sotterranei. Nel frattempo era diventato una specie di sostituto-campanaro. E quella “Martinella” con un suono speciale, che aveva suonato il giorno dello scoppio della guerra doveva suonare anche quando sarebbe finita. Così, all’alba dell’ 11 agosto dice “ mi attaccai a quella fune ma forse suonai tutte le campane, tanta era la gioia che volevo comunicare ai fiorentini».

Ma l’ordine era partito dal Comando. I fiorentini si riversarono nelle piazze. Franco ricorda di aver consegnato in pochi minuti tutte le armi nascoste ai volontari del Corpo di Liberazione. I partigiani scesi dai monti vicini decisero di entrare in città e i fiorentini tornarono in piazza e nelle strade con l’entusiasmo di chi intendeva liberarsi con le proprie mani. Alle 8,30 Ragghianti Fisher e Mc Intosh entrarono in Palazzo Vecchio, il CTLN si insediò subito dopo a Palazzo Medici Riccardi, sede della prefettura.

Era l’inizio della Battaglia di Firenze che si sarebbe conclusa il 1 settembre con la liberazione di Fiesole. Giorni terribili, di scontri armati e di vittime fra i civili, i franchi tiratori e i partigiani: e proprio tre giorni prima dell’insurrezione, in piazza S.Spirito,durante un’azione anti-cecchini, colpito dalle schegge di alcune granate cadde anche il giovane comandante Aligi Barducci, il leggendario Potente. Il CTLN nominò primo Sindaco della Liberazione il socialista Gaetano Pieraccini, medico, vicesindaci il DC Adone Zoli ( che sarà anche Presidente del Consiglio) ed il comunista Mario Fabiani, che sarà eletto Sindaco, il sindaco della “ricostruzione”. Era la prima forma di autogoverno cittadino dopo il “ventennio”. Immenso il compito di ricostruire il centro storico distrutto dalle mine tedesche compreso il “gioiello” dei fiorentini: il Ponte S.Trinita, ricostruito ( sotto la guida dell’arch.Riccardo Gizdulich), con la stessa tecnica usata dall’Ammannati e con le statue recuperate tra le macerie nel fiume. Ma Firenze riuscì in questo sforzo. Solo la Primavera del Francavilla mancava della testa. A tal riguardo fu lanciata dalla Parker anche una campagna con ricompensa di 3000 dollari per il suo ritrovamento. Che avvenne il 6 ottobre del ’61 grazie ai Canottieri e alla draga manovrata da un giovane, il 26 enne Timoteo Lucaroni, compensato con 500 mila lire. Il resto era già stato destinato in beneficenza. Lo spettacolo rievocativo in Boboli da parte dell’Arca Azzurra, si è sviluppato sugli aspetti specifici dei Ponti distrutti, attraverso un reading di testimonianze varie e filmati tra cui i documentari sulla Firenze del ’44 ( una registrazione sonora di Amerigo Gomez e Victor de Sanctis) e quello sulla ricostruzione del Ponte di S.Trinita, per la regia di Riccardo Melani e Bernardo Seeber su testo di Riccardo Gizdulich. Le ferite della guerra era ormai cancellate. Ma non nella memoria di Firenze.

 

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