venerdì, Maggio 7

Dahlan ci riprova

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Pare che secondo il piano di Dahlan, sventato alla fine di aprile, gli uomini di Fatah avrebbero dovuto portare a termine una serie di assassini contro leader di Fatah e di Hamas nella Striscia per destabilizzarla e aprire la strada a un colpo di Stato. Naturalmente, questi uomini non avrebbero dovuto dichiarare la loro appartenenza a Fatah, ma fingersi salafiti dello Stato islamico: a questo scopo erano stati preparati alcuni video nei quali gli uomini di Fatah vestiti con uniformi militari da jihadisti salafiti minacciavano di attaccare Hamas a Gaza. A organizzare in loco questi golpisti per il colpo di Stato, sarebbe stata una donna: Marwa al-Masri, fervente sostenitrice di Dahlan. Marwa è stata arrestata il 20 aprile dalle forze di sicurezza di Hamas mentre cercava di passare il valico di Erez per rifugiarsi in Cisgiordania.

Qualcosa di simile è avvenuto anche nel 2011. Quando fu sequestrato e ucciso Vittorio Arrigoni, attivista italiano presente nella Striscia di Gaza dal 2008. Quello che è successo tra il 14 e il 19 aprile 2011, data in cui vengono uccisi i capi della cellula che lo ha assassinato, presenta analogie che fanno riflettere.

Secondo la versione ufficiale, Vittorio Arrigoni sarebbe stato rapito e ucciso da una cellula di salafiti: ci sono video e fotografie che testimoniano che i suoi rapitori erano jihadisti salafiti. Eppure nei giorni del sequestro Hamas non arresta nessuno dei leader salafiti più noti nella Striscia. Sarebbe logico aspettarsi una caccia all’ultimo sangue per scovare i salafiti responsabili della morte di un attivista che era tra i più ardenti sostenitori della causa palestinese. E invece niente. Le forze di sicurezza di Hamas, in silenzio, a partire dalle ore immediatamente successive al rapimento di Vittorio, si dedicano ad altro.

Il 14 aprile, qualche ora dopo che è stato reso noto il sequestro di Vittorio, arrestano Adel Salah Rizeq. Non è un salafita: è un uomo di Fatah, membro dei servizi di sicurezza dell’Anp. Lo uccidono in carcere il 19 aprile. Il 18 aprile, un giorno prima di scovare gli assassini di Vittorio, le forze di sicurezza di Hamas si introducono di nascosto nella casa di una donna, Amal Tawfiq Hamad: è il vice presidente del Consiglio rivoluzionario di Fatah e ha preso il posto di Dahlan a Gaza dopo che è stato bandito da Gaza nel 2007. Le sottraggono computer e alcuni documenti, evidentemente in cerca di informazioni. Il 19 aprile interrogano presso una stazione di polizia a Nuseirat, proprio dove poche ore dopo vengono catturati e uccisi gli assassini di Vittorio, una mamma e sua figlia: gli uomini di Hamas chiedono alla madre perché abbia fatto diverse chiamate al Cairo e perché si sia recata tante volte a Ramallah, in Cisgiordania, sede del governo dell’Anp e del quartier generale di Fatah. Niente a che vedere con la caccia ai salafiti che ci si aspetterebbe.

Nessuno ha mai parlato di questi avvenimenti, tenuti sotto silenzio anche a Gaza. All’indomani della morte di Vittorio Arrigoni qualche fonte di Hamas, a dire il vero, ha parlato della responsabilità di Dahlan nel sequestro e nell’uccisione dell’attivista italiano. Ma non è stata ascoltata. Perché? E, soprattutto, perché anche l’Italia ha taciuto?

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