giovedì, Maggio 13

Daesh: il Califfato Universale e il Jihad

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I recenti fatti di Bruxelles gettano ancora una volta l’Europa nello sgomento, creatosi a causa dei tre attentati compiuti ai danni della popolazione civile belga.
L’Europa commemora i caduti e nel frattempo l’Occidente rinnova i propri interessi sul fenomeno di Daesh (conosciuto anche come ISIS, il pretenzioso Califfato islamico). L’autoproclamato Stato Islamico, sorto dalle ceneri della seconda Guerra del Golfo, nonché dalle rovine della Guerra Civile Siriana, poggia il suo potere su ideali politici, religiosi e filosofici assai antichi, risalenti all’epoca del profeta Muhammad.

Questi ideali non costituiscono una vera e propria spiegazione della guerra intrapresa dalle frange terroristiche di Daesh, ma rappresentano un catalizzatore per masse di persone deluse dal proprio mondo, desiderose di guadagnare denaro, di uscire da un situazione psicologica o sociale disagevole, oppure di approfittare degli attuali vuoti di potere al fine di creare un’egemonia personale, nella quale la religione altro non è che una ‘giustificazione divina’ per le atrocità compiute: tutto questo è Daesh.

Non è semplice individuare tutti i singoli fattori che hanno contribuito alla creazione ideologica dello Stato Islamico; l’idea di unCaliffato Universale’, foriero della parola di Allah, trova origini nelle stesse campagne militari del profeta Muhammad, tese ad espandere l’influenza araba in un primo tempo, per poi estendere anche agli altri popoli non arabi (come i Persiani o i Berberi) il culto monoteista di Allah e del suo profeta Muhammad.

Le origini (che noi definiremmo altomedievali) dell’idea di Califfato Universale appaiono fin troppo remote agli occhi dell’Occidentale per avere una reale rilevanza politica attuale, tuttavia bisogna prendere in considerazione alcune caratteristiche della realtà araba: il rapporto con la Storia e l’approccio giuridico, filosofico e religioso alla dottrina coranica.

Il mondo arabo è ricco di riferimenti storici. A differenza della maggioranza degli occidentali odierni, che rincorrono l’innovazione a scapito della conoscenza del passato, nel mondo arabo il rapporto con il passato rimane vivo e condiziona spesso scelte politiche e militari. Nella fattispecie, la tradizione islamica del Califfato Universale è rimasta come una visione escatologica e quasi apocalittica all’interno del Corano. L’espansione dell’Islam iniziò con il profeta e con i Califfi e con loro di nuovo si inaugurerà un periodo di grande ritorno dell’espansione maomettana. Per tale motivo, al fine di rievocare simboli tradizionali e sacri, il pretenzioso Stato di Daesh si rivolge comeCaliffato Universale ai correligionari.

L’altro aspetto importante è l’approccio giuridico, filosofico e religioso con il quale viene interpretato il Corano, i suoi precetti e i suoi divieti. Il jihadismo di Daesh, in tale caso, viene denominato di modello ‘salafita’.

Il musulmano salafita è un seguace della Sunna (consuetudine) islamica (sunnismo) e la sua convinzione è di stampo fondamentalista. Il salafita tradizionalista sostiene che l’unica interpretazione accettabile del Corano sia quella tramandata dai ‘pii antenati’, ovvero i primissimi islamici, i quali osservavano la parola del Profeta in modo razionale e austero; i salafiti di oggi, tuttavia, ritengono comunque l’interpretazione antica troppo mediata dalla filosofia e dunque troppo poco aderente alla parola di Allah, quindi impura: per costoro l’unica spiegazione ammissibile del Libro consiste nell’applicazione letteraria e totalmente meccanica dei dettami coranici. In tal modo il salafismo, comunque contestato e dichiarato non conforme agli insegnamenti del Profeta dalla larghissima parte degli islamici, assottiglia i suoi confini con il fondamentalismo wahabita, il quale rigetta qualsiasi interpretazione non letteraria del Corano e condanna di apostasia tutti coloro che non accettano questo tipo di approccio.

Takfir’, ovvero la parola con cui si indica la condanna per apostasia, è una parola molto forte per gli arabi. Essa non sottintende soltanto una scomunica (ovvero un allontanamento dalla comunità religiosa), ma indica contemporaneamente una condanna a morte, una vergogna, un’ignominia che va cancellata pagando il fio con la vita.

Le basi di questo pensiero islamico, estremista e non condiviso dalla maggioranza dei musulmani, sono state gettate già nel VII secolo dopo Cristo, durante le guerre di espansione araba, per poi riaffiorare nel XIX secolo in Egitto, in odio contro i costumi occidentali importati dagli inglesi, troppo oppressivi e non rispettosi della tradizione secondo i pensatori salafiti. Agli albori degli anni ’80 del secolo scorso, molti gruppi di combattimento musulmani rimandavano ad Allah le motivazioni delle loro battaglie, definendosi difensori della fede e combattendo mediante guerriglia e attentati i musulmani ‘miscredenti’ o gli ebrei, i cristiani o gli occidentali ‘infedeli’.

Agli inizi del XXI secolo, un neologismo arabo, derivato dal Corano, divenne tragicamente famoso: il ‘jihadismo’, detto anche ‘salafita’. Probabilmente i primi a qualificarsi con tale titolo furono i Talebani in Afghanistan, i quali predicavano un Jihad, una guerra santa voluta da Dio. Al di là dei significati coranici di ‘sforzo’, ‘tensione interiore’ o di ‘guerra santa e giusta’ forniti dalle comunità islamiche e dai capi religiosi, i miliziani islamici fanno del Jihad il loro unico valore: è una duplice lotta dell’Islam contro la vergognosa apostasia e dei suoi combattenti contro infedeli e miscredenti.

Nel 2014 le milizie dello Stato Islamico di Daesh, già operanti in Iraq e in Sira e legate inizialmente ad Al-Qaida (che successivamente ha preso le distanze dal Califfato e ne è diventata rivale) hanno proclamato unilateralmente la rinascita del Califfato islamico, vera fonte di potere per il credente in Allah. In realtà la stessa propaganda del Califfo non può rivolgersi ad altri che ad una piccola parte dei musulmani. Gli sciiti, infatti, non vengono contemplati dal disegno di Daesh, in quanto la loro visione politico-religiosa non prevede la netta separazione del potere temporale da quello spirituale; l’Imam sciita è un capo sulla terra e nel mondo mistico, mentre il Califfo sunnita è un condottiero politico solamente ispirato da Dio.

Il ‘Califfo’ dell’autoproclamato Stato Islamico viene chiamato con il nome di Abu Bakr al-Baghdadi. Nato come Ibrahim, ha assunto il nome di Abu Bakr in ispirazione del primo Califfo dell’Islam. Il suo passato e il suo curriculum mostrano uno spirito da capo religioso, combattente e studioso. Tutte queste attribuzioni sono state significative per i guerriglieri sunniti di al-Qaida in Iraq, che fecero di lui un capo e un riferimento, finché si fece elevare ad un titolo tanto forte per l’Islam da suscitare sdegno e forti critiche anche dai musulmani più estremisti.

Le vittorie di Daesh del 2014 e dei primi mesi del 2015, i ripetuti attacchi alle popolazioni asiatiche, africane ed infine europee fanno del Califfo il baluardo dell’estremismo islamico in tutto il mondo, a scapito anche di altre organizzazioni terroristiche.
La recente perdita di Palmira non si potrebbe rivelare sufficiente ad infliggere una ‘stoccata d’arresto’ alle cellule attive in tutti i Paesi, in quanto la perdita di territori a scapito di Daesh non fanno altro che rendere in qualche modo più aggressivi i gruppi di attentatori sparsi in tutto il mondo.

Con le recenti sconfitte subite dallo Stato Islamico, il sogno del Califfato Universale si fa sempre meno realizzabile, tuttavia l’incubo del terrorismo rimane ben nitido nelle menti del Mondo.

 

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