venerdì, Maggio 7

Daesh, Curdi e Stati sovrani nella ‘guerra liquida’

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Per qualche momento la disfatta dell’autoproclamato Califfato di Daesh era sembrata a tutto il mondo imminente, immodificabile e certa, tuttavia la realtà della guerra ha ancora una volta scosso il mondo dalle sue convinzioni, legate ad un concetto altamente tradizionalista di conflitto armato.

Nelle guerre asimmetriche, più che in quelle più ‘classiche’ tra Stati, una sconfitta in battaglia, benché pesante, non sancisce necessariamente la disfatta in guerra. Gli sbandati, specialmente se guerriglieri o terroristi (nelle attuali guerre orientali il confine tra queste due tipologie di miliziani è assai labile), continuano a godere di una enorme mobilità e capacità di riassumere l’iniziativa: tale peculiarità è dovuta essenzialmente al grandissimo mimetismo dei gruppi di irregolari, capaci di mescolarsi e confondersi con altri gruppi di combattenti, con truppe locali o con semplici civili.

Tutto ciò sta avvenendo in diverse zone irachene e siriane, dove Daesh ha rinnovato i suoi attacchi, mettendo in luce tutta la realtà di questa guerra liquida’, nella quale il fronte di combattimento non è rappresentato da una linea, ma da una serie di punti.

Nella zona Nord irachena, i jihadisti attaccano con blindati-bomba e mitragliatrici le posizioni difese dai Curdi, i quali hanno lanciato a loro volta da Erbil una serie di operazioni offensive dirette contro i miliziani dello Stato Islamico posti a difesa dei territori ad Est di Mosul, preparandosi, dunque, a sferrare l’attacco finale contro la più importante roccaforte del Califfato in Iraq. In questo settore è in corso una guerra molto statica, fatta generalmente di piccole azioni condotte da entrambe le fazioni in campo e finalizzate a misurare l’effettiva forza dell’avversario per pianificare le future azioni: sia i jihadisti sia i Curdi non sono disposti a rinunciare al ruolo di attaccanti. Anche se, dunque, l’attacco curdo su Mosul può in qualche modo sembrare imminente, esso risulterebbe per i Curdi estremamente costoso in termini di vite umane e di armi: la strategia vincente in una tale situazione di stallo sembra quella di attendere l’inizio di un’operazione combinata con le altre forze della coalizione anti-jihadista.

A Falluja, intanto, l’Esercito iracheno sta avanzando lentamente; la maggior parte dei residenti della città non ha abbandonato il centro, impedendo de facto alle Forze Armate irachene di utilizzare tutte le loro armi per strappare Falluja alle milizie di Daesh.
Il mancato esodo della popolazione civile di Falluja potrebbe rivelarsi (nella maggioranza dei casi) frutto della strategia jihadista, volta ad utilizzare i civili come scudo umano contro i bombardamenti dell’aviazione irachena, impedendone con ogni mezzo la partenza. Se il numero delle vittime inermi crescesse ulteriormente a causa delle bombe irachene, la popolazione di Falluja, già fortemente ostile al Governo sciita di Baghdad per diversi motivi (che trovano le loro origini nelle controversie religiose, nonché nelle cruenti battaglie combattute nel 2004 tra la coalizione e gli insorti iracheni che lì avevano opposto una feroce resistenza all’alleanza guidata dagli Stati Uniti), potrebbe appoggiare senza riserve il Califfato di al-Baghdadi. Le forze jihadiste, seppur strette d’assedio a Falluja, hanno ugualmente condotto attacchi presso il centro abitato di Hit, via di comunicazione lungo l’Eufrate tra la stessa Falluja e Raqqa (segno che l’accerchiamento della città attaccata dagli iracheni non è ancora ultimato). Le azioni di Daesh, eseguite mediante la vecchia tattica dell’attacco suicida, al seguito del quale avanzano i guerriglieri, hanno permesso alle forze del Califfo di impossessarsi di diversi quartieri della città.

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