martedì, Settembre 21

Daesh all'attacco e la Libia si infiamma

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A poche settimane dall’inizio del 2016, il mese di gennaio ci presenta una Libia bagnata di sangue. L’offensiva in corso da parte delle milizie legate a Daesh (Is, Stato Islamico) ha infiammato il Paese allargando la parabola dei caos che lo pervade.

Il 7 gennaio scorso, attivisti dello Stato Islamico hanno condotto un attacco contro una caserma della Polizia in Libia, causando 74 morti ed oltre 100 feriti. La rivendicazione di gruppi legati a Daesh con base a Sirte non ha tardato a farsi sentire. L’attacco, avvenuto per mezzo di un camion bomba, si è verificato con precisione nella città di Zliten, circa 60 km ad est di Misurata, nel cuore della Tripolitania: lì l’attentatore è riuscito ad eludere la sorveglianza della struttura e a far esplodere il suo carico nel corso di una cerimonia alla quale stavano partecipando più di 400 membri delle Forze di sicurezza. In quelle stesse ore si verificava un episodio analogo presso Ras Lanuf, terminal petrolifero costiero a est di Sirte, ai confini con la regione Cirenaica, che causava sei morti. Non si tratta di episodi isolati, ma di singoli atti di una grande offensiva in corso.

Gli attacchi ad installazioni petrolifere libiche, come anche le azioni rivolte contro l’Egitto degli ultimi giorni, denotano come le forze dello Stato Islamico stiano intensificando i propri sforzi contro i governi locali.

Al di là di quelle che possono essere le considerazioni del caso sulle singole azioni, l’attacco, la pianificazione e la conduzione sono tipiche del tipo di guerra che le milizie legate o appartenenti a Daesh stanno combattendo nel caotico conflitto che sta sconvolgendo il mondo islamico. L’utilizzo di veicoli riempiti di esplosivo e di attentatori suicidi è una tattica assai efficace e poco dispendiosa; studiata e praticata per la prima volta dagli sciiti Hezbollah nella guerra libanese del 1982, la tecnica dell’attacco suicida produce un grandissimo impatto psicologico nelle potenziali vittime, costrette a guardarsi da qualsiasi persona o mezzo di trasporto sospetto e consapevoli che gli attentatori colpiscono senza aver più nulla da perdere, anzi con la convinzione di morire.

L’attacco suicida, produttore di destabilizzazione, abbassamento di morale e crescita di insicurezza nella popolazione, è talvolta seguito o combinato a un’azione di guerriglia, volta a prendere possesso della zona sotto attacco. In teatro nord africano questi attacchi con armi leggere non avvengono se non al fine di creare maggiore scompiglio e panico tra i civili o i turisti. Il motivo è semplice: l’obiettivo jihadista in Nord Africa non è quello di impossessarsi di risorse, scavi archeologici o pozzi petroliferi, bensì di danneggiare significativamente l’economia locale e creare insicurezza politica.

L’insicurezza politica porta, come conseguenza, una falla nella società che, indebolita, è facile preda della burocrazia diligente e inflessibile del Califfato. Una strategia che fino ad ora è valsa allo Stato Islamico città rilevanti con un potere consolidato e popolazioni succubi. In Libia sperano di attuare la stessa strategia, ignorando che questo Paese per la comunità internazionale è un santo graal da preservare con ogni mezzo.

Daesh, dunque, si pone come catalizzatore dell’anarchia che sta sconvolgendo la Libia, per poi avanzare solamente in quei territori caratterizzati dalla totale assenza di controllo politico, terre di nessuno. Nessuna sorpresa se ogni sforzo dei jihadisti è teso ad indebolire i governi di Tripoli e di Tobruk, uniti a quello egiziano del Cairo. Da vedersi in questa chiave è l’attacco al nuovo leader politico emergente designato dall’ONU per guidare il Governo di Unità Nazionale Fayez Sarraj a stendo scampato all’autobomba che intendeva ucciderlo minando dalle fondamenta il lavoro politico internazionale.

A facilitare ulteriormente il compito dell’autoproclamato Califfato, si aggiunge la natura politica e sociale libica, caratterizzata da una fortissima tendenza di isolamento tribale e di rivalità fra le molteplici etnie. Vi sono in tutto il Paese più di 140 tribù, suddivise tra svariate etnie, principalmente di matrice Araba, Berbera, Tuareg e Tebu.

Non sono, però, tutti libici i combattenti delle cellule affiliate a Daesh in Libia; al contrario, al pari dei fronti di guerra asiatici, lo Stato Islamico cerca e trova appoggio presso mercenari e volontari (foreign fighters) provenienti in larga maggioranza da altri Paesi americani, europei, asiatici o africani, tra i quali il Sudan, la Tunisia, l’Algeria o il Mali. Proprio in quest’ultimo si erano riversati in massa i veterani della guerra contro Muammar Gheddafi per portare la Jihad nel nord del Paese ed estenderla da Timbuctù all’intera area dell’Africa occidentale; ostacolati dall’intervento francese, adesso quei combattenti stanno tornando ad infiammare il Nord del Continente sotto le insegne nere.

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